Data: 13.06.2013

Autore: Piero Carelli

Oggetto: Oltre il relativismo

Sacrosanta ma, ahimè, illusoria l’aspirazione a dare un fondamento oggettivo all’etica. Dobbiamo, allora, rimanere intrappolati nella rete del relativismo?

Pericoloso il relativismo? Non è invece l’opposto – l’assolutismo – ad essere pericoloso, anzi pericolosissimo? Ricordo bene la crociata di qualche anno fa di Ratzinger-Pera e ricordo bene la supponenza di certi cosiddetti “laici”. Una crociata reazionaria, fondamentalista, nemica dei Lumi, la loro?

Io sono un relativista (non credo che all’uomo sia dato accedere alla Verità assoluta e, tanto meno, a una morale assoluta), ma il relativismo mi fa paura o, meglio, mi fa paura una sua possibile deriva. Dobbiamo, in nome del rispetto delle altre civiltà, in nome del multiculturalismo, tollerare tutto, anche la pratica (un rito millenario in alcune culture) della infibulazione? Io dico “no” perché la considero lesiva della dignità della donna.

Nessuna contraddizione: non sto surrettiziamente facendo entrare dalla finestra i valori assoluti che ho cacciato dalla porta. No. Voglio solo dire che esistono dei valori “fondamentali” che l’uomo si è storicamente costruito. L’uomo è, sì, un animale, ma un animale che nella sua lunghissima evoluzione, nella dura lotta per la sopravvivenza e per la convivenza, ha inventato regole, comandamenti, imperativi: non uccidere, onora il padre e la madre, non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te (una regola, quest’ultima, che precede di gran lunga l’avvento del Cristianesimo). Regole elaborate per lo più da reggitori di popoli. Regole, cioè “valori”. Come sono valori quelli creati nell’età moderna da pensatori e dissidenti che hanno vissuto, anche sulla propria pelle, il dramma delle persecuzioni religiose e politiche: valori che ruotano intorno all’infinita dignità di ogni uomo, inclusa la libertà di coscienza, inclusa la stessa libertà di religione (un valore sconvolgente per tutte le “Chiese” del tempo), valori poi codificati e immortalati da solenni Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Sono questi i valori che fanno da collante delle società cosiddette “civili”. Valori “convenzionali” - stabiliti storicamente da uomini -, non “naturali”, ma ugualmente inalienabili, “inviolabili”. L’uomo come “fine”: è questa la grande “conquista” della modernità che riscopre, a dire il vero, un valore di base del Cristianesimo, ma a lungo tradito da tutte le Chiese “ortodosse”.Già, l’uomo è un “fine” ed è solo in tale logica che il fine giustifica i mezzi.Ecco perché, a mio avviso, va visto con un certo sospetto il relativismo (o un suo modo fin troppo disinvolto di considerarlo): niente, è vero, è assoluto, ma esiste un patrimonio di valori che l’umanità ha conquistato a cui non possiamo rinunciare, neppure di fronte alla crescente contaminazione con culture diverse.

Ha quindi perfettamente ragione Luca Lunardi: “da qualunque prospettiva si voglia partire, fosse anche relativista, non è possibile non darsi almeno un insieme minimale di assunti etici trasversali, se vogliamo che anche la più eterogenea società multiculturale riesca a stare insieme senza disintegrarsi”.

Regole, valori, che devono valere per tutti. Valori morali e valori civili, allora, si identificano? Il “diritto”, certo, recepisce valori morali e pure valori che hanno alle spalle una lunga tradizione religiosa, ma non li assorbono. Non è un caso che vi siano leggi che rinviano alla “obiezione di coscienza”, rinviano cioè a uno spazio che attiene alla sensibilità etica individuale: è solo l’individuo, ad esempio, che può decidere del suo destino finale nel caso si trovasse in futuro nello stato vegetativo permanente; è solo l’individuo (in questo caso una donna) che può scegliere se sacrificare la propria vita per salvare la vita del figlio che ha in grembo o, al contrario, sacrificare il figlio. Scelte che ciascuno ha il dovere di rispettare. Scelte che possono diventare anche drammatiche di fronte a dei casi-limite in cui in gioco ci sono più soggetti: salvare un gemello siamese a scapito dell’altro, staccare la spina (contro ogni legge) per eseguire la volontà di un malato terminale di Sla. L’animale si è evoluto ed ha creato un tesoro giuridico-morale inestimabile (anche il valore-diritto a “essere diversi, autentici”, a “essere fedeli a se stessi”, come scrive Zygmunt Bauman, Il buio del post-moderno, Aliberti Editore, Roma 2011, p. 57), ma - ahimè - ancora oggi spudoratamente violato (mi permetto ancora di suggerire la lettura de Il libro nero dell’umanità di Matthew White).

Un grazie sincero a Gabriele Ornaghi che, pur così giovane, ci ha stimolati con tanta autorevolezza.

Crema, 24 febbraio 2012

Piero Carelli

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