Data: 18.06.2013

Autore: Roberto Provana

Oggetto: Risposta impertinente a una professoressa


Ho inserito le mie riflessioni in neretto
all’interno del testo della prof. De Capua.
Nelle mie note non c’è nulla di personale, anzi –pur criticando
alcune parti del suo intervento- la stimo molto.
Tutti coloro che scendono nell’arena e manifestano il loro pensiero,
qualunque esso sia, meritano rispetto.
Tuttavia mi sono preso la stessa libertà che la professoressa ha ritenuto
di prendersi nell’ispirarsi ai contenuti della serata trascorsa presso
il Caffè Filosofico, in occasione della presentazione del mio libro
“Apprendimento Corsaro”.

Tutto si svolge all’interno del dibattito e mi scuso preventivamente
se alcune espressioni possono sembrare un po’ irriverenti.
Quel che conta è la sostanza.



Roberto Provana







Che cos’è?

La domanda sorge spontanea: quando mai la filosofia ha dimenticato le domande? Quando mai le domande sono state accantonate, a partire dallo stupore originario, dalla curiosità, dal dubbio, dalla meraviglia che sono state additate dagli antichi come progenitori della ricerca?

La questione non è più solamente nella importanza delle domande, ma nella capacità di formulare domande orientate alla soluzione dei problemi, domande strategiche, non semplicemente tese all’aumento del proprio sapere.

E’ uno dei temi di “Apprendimento Corsaro”, che presenta una struttura ovvero una priorità cognitiva nella formulazione delle domande.

“Che cos’è?” domanda Socrate, e la domanda all’apparenza più facile è la più insidiosa, quella che esige la risposta più difficile, poiché ha la pretesa di cogliere l’essenza della cosa richiesta. Certo bisogna essere Socrate per fare le domande giuste, quelle che a Provana sembrerebbero ad un tempo bizzarre e intelligenti. “Tu interroghi bene, o Socrate – riconosce Protagora a denti stretti dopo che Socrate l’ha svergognato per una risposta imprecisa – e io rispondo con piacere a chi interroga bene”.

Duemilatrecento anni dopo, anno più anno meno, Giovanni Vailati si interroga sull’arte di interrogare e, dopo avere spiegato come non si devono porre domande agli alunni, chiarisce come, secondo lui, le migliori domande siano quelle che si riferiscono “alla previsione di un fatto determinato”, ossia quelle nelle quali, dopo aver descritto una serie di operazioni, si domanda all’allievo “che cosa egli si aspetterebbe di trovare e di ottenere nel caso che le eseguisse, o come agirebbe ulteriormente se si proponesse di raggiungere in tali circostanze un determinato risultato”. L’ideale, secondo il filosofo cremasco, sarebbe che gli studenti imparassero da sé, e soprattutto imparassero a interrogare i loro insegnanti, anziché farsi interrogare.

Nella contemporaneità, le domande che contano maggiormente devono possedere non solo una valenza speculativa originale, ma anche un impatto sulla realtà (sociale, tecnologica, imprenditoriale, professionale, culturale). Sono quelle domande che orientano alla scoperta di informazioni capaci di cambiare una prospettiva, un comportamento e in definitiva noi stessi. Domande che hanno il potere, una volta soddisfatte, di “far succedere le cose”.

Com’è, come non è, quando si parla di domande si finisce con il parlare di scuola, e anche Provana l’ha fatto, forse perché interrogazioni ed esami rimangono lì nell’inconscio pronti a crearci confusione e imbarazzo, a disturbare la nostra tranquilla coscienza di adulti che non devono più rendere conto di quello che sanno e soprattutto di quello che non sanno.

I veri esami certo non sono quelli della scuola. La scuola non contiene la realtà, è la realtà che contiene la scuola. “Gli esami non finisco mai” diceva il grande Edoardo, perché la vita è ben più acuta, esigente e severa delle classiche interrogazioni.

Nell’ambito della docimologia circola un ragionamento che risale a Gaudig, e che dice press’a poco così: le domande scolastiche sono artificiose e avulse dal contesto vivente della comunicazione interumana. Nella vita, infatti, non capita mai di essere interrogati da uno che conosce già la risposta.

Ma questo ragionamento è stato giustamente smascherato come sofisma da chi (Aebli) fa notare che la domanda scolastica non è di tipo informativo, bensì è la sollecitazione che l’insegnante rivolge all’alunno a considerare un problema da altri punti di vista: così va intesa l’interruzione del monologo di uno studente che sta recitando la sua brava lezioncina da parte di un insegnante che lo invita a ristrutturare i termini della questione. Perché sarà anche vero che la scuola non serve a trovare risposte, ma per lo meno ti insegna a formulare le domande (così ricordo di avere imparato al Liceo dal mio eccellente professore di Filosofia).

Eppure secondo il parere di molte persone estranee al mondo scolastico, a scuola non c’è ricerca investigativa, non c’è rispetto per la conoscenza, ci si limita a trasferire informazioni.

Dove sarebbe l’insegnamento della logica investigativa nei programmi scolastici? Se esiste qualcosa del genere, è dovuto alla iniziativa e acume di qualche raro insegnante. Se Lei professoressa insegna questo percorso logico, mi inviti ad una sua lezione: sarò felice di imparare.

Che la scuola insegni a formulare domande è una barzelletta che non fa ridere. E’ vero: la scuola (per usare lo stesso termine generis) è il luogo del trasferimento delle nozioni da chi sa a chi non sa.

Ci vorrebbe una tecnica, più che eversiva persuasiva, che insegni ad insegnare.

La scuola è il luogo della noia, di uno stanco e ammuffito sproloquiare e dell’insulsa fatica di ascoltare. Chi propone tecniche eversive per insegnare ad imparare e imparare ad imparare non può fare a meno di presentarsi, in prima istanza, come demolitore delle consuetudini scolastiche, senza rendersi conto che forse sta recitando un copione scontato.

Può dire ciò che vuole. La mia visione della scuola dipende naturalmente dalla mia esperienza, dalla quale, che Le piaccia o no, non posso prescindere. Ho detto sinceramente quel che penso. Se crede che non sia stato autentico, o le mie affermazioni la turbano, per cui deve ricondurle ad un suo schemino prefissato per far tornare i conti del suo ragionamento, mi dispiace per Lei. Non posso farmi carico dei suoi problemi, delle sue insoddisfazioni e delle sue turbe. Si rivolga ad uno psicoterapeuta.

Questa denuncia delle carenze della scuola assomiglia a un rito propiziatorio per guadagnarsi il favore del pubblico, una sorta di captatio benevolentiae simile a quella di molti guru della radio e della televisione che, volendo presentare letture tratte dai classici, si affrettano a rassicurare il pubblico: attenzione!

E allora?

Ammesso ma non affatto concesso che sia così, se anche fosse?
Il consenso è utile, a volte necessario per portare avanti i progetti e gli ideali nei quali, giusti o sbagliati che siano, onestamente si crede.
Il fatto che spesso sia usato male non giustifica che sia sempre condannabile in sé. Inoltre fa un torto all’intelligenza del pubblico se pensa che si lasci “captare” così facilmente. E non mi dica che anche questo è un altro tentativo da parte mia di catturare la benevolenza altrui!
Se gli insegnanti imparassero umilmente un po’ di tecniche di motivazione per coinvolgere gli alunni nello studio, forse saprebbero meglio tenere le loro aule. Lei confonde la gestione e creazione del consenso con la manipolazione.
Comunque con queste considerazioni, giuste o errate che siano, è fuori tema: sta giudicando il comportamento dell’autore, non i contenuti proposti nel testo Apprendimento Corsaro, che sono tecnici e metodologici e che hanno a che fare con la qualità dell’apprendimento. Ma così va il mondo: basta sedere su una cattedra per permettersi di giudicare anche chi non si conosce.

È Leopardi, ma non quello che vi hanno propinato a scuola. È Dante, ma non quello che vi hanno costretto a ingurgitare barbosissimi professori austeri ed insensibili, è quello giusto, è quello interessante, nell’interpretazione scenica del bravo attore…

E se invece a me a scuola avessero insegnato ad amare Leopardi e ad apprezzare Dante?

Se il percepito della scuola è questo, si chieda il perché.
Se a Lei è successo invece di vivere esperienze positive, mi fa piacere.
Altrimenti, si vede che abbiamo aspettative diverse. Oppure ha avuto insegnanti più capaci. Ma può darsi che sia di bocca buona.
E’ quello che si osserva in qualsiasi ristorante: chi apprezza anche i cibi senza qualità, semplicemente perché ha fame, e chi cerca di assaporarne i gusti.
Se ad altri piace quel che la scuola propina, nessun problema, meglio così.
Ma non vedo perché tutti debbano essere contenti di quel che passa il convento. Il contenuto mentale (e la qualità del servizio) è una forma di cibo per la mente. E gli appetiti son diversi a seconda delle esigenze degli individui.
La principessa del pisello non riusciva a dormire sopra strati di materassi. Là dove qualsiasi altro avrebbe dormito della grossa.
Una mente può trovarsi appagata e a suo agio in un’aula mediocre, mentre uno spirito molto esigente può sentirsi imprigionato in una camicia di forza pur trovandosi in una scuola molto liberale. Son contento per la professoressa se ritiene gradevole quel che a un altro magari sembra sbobba.
Ma perché uniformare necessariamente tutti i gusti e dichiarare che la maggioranza ha la verità in tasca, a scapito dell’individuo?
Non sarebbe meglio accettare un sano confronto, rispettare le differenze, ascoltare e accogliere anche voci diverse? Un bravo cuoco non si può accontentare di una cucina discreta. Ma purtroppo la ricerca dell’eccellenza non appartiene alla massa.

Non è possibile: a scuola non c’è passione, né oggi né tanto meno ieri.

Nessuno ha detto che non ci può essere passione. Ma guardiamo i fatti: la vera passione è una risorsa scarsa anche nel lavoro, perché le scuse giustificate e gli alibi ai quali ricorrere son così tanti, che spesso rappresentano una tentazione troppo grande. Se si è davvero fortunati, la passione viene trasmessa solo da chi la vive. Si tratta di casi rari. Io sono stato fortunato, perché ho incontrato insegnanti appassionati almeno in un paio di materie, per un tratto. Ma erano stelle che brillavano nella notte. Per giunta, cara professoressa, osteggiati dalla stessa istituzione scolastica. In molti altri casi, questi eroi della scuola sono messi in minoranza dai loro stessi colleghi lazzaroni, perché mal sopportano di doversi confrontare con dei modelli di impegno civile per loro irraggiungibili. La dimostrazione di questa persistente ingiustizia è che gli insegnanti non sono valutati in modo meritocratico (non solo informazioni, competenze tecniche, ma capacità di motivare gli alunni allo studio, però la passione non si può imporre) e la gran parte non si autoaggiorna. Come per molte altre categorie professionali, per loro il lavoro è solo un mestiere, non una vocazione.

Forse sarebbe il caso di considerare la possibilità che quel faticoso tirocinio ci abbia trasmesso qualcosa di più di disgusto e crisi di rigetto. Forse qualche strumento per criticare la scuola ci è stato offerto dalla scuola stessa, come al buon Renato (Cartesio), che si inventa tutte quelle Regole e quel Discorso per sopperire alle mancanze dell’austero e autoritario Collegio gesuitico dove non gli hanno insegnato a distinguere il vero dal falso.

Lasciamo perdere Cartesio…
La scuola (general generico) è la negazione della cultura, certo si insegna la lezioncina ma spegne la passione. Si pensi solo agli ambienti: aule sporche, improbabili banchi di formica, edifici orrendi, come può un adolescente desiderare di entrare, alle otto del mattino, in un posto simile?

Purtroppo è vero anche il contrario: nonostante il tirocinio scolastico per lo più massificante, l’impresa è riuscire a mantenere una certa indipendenza di giudizio, autonomia e onestà intellettuale. “Salvarsi” nonostante la scuola, nella quale filtrano le ideologie, il “buon senso comune” e dove si può imparare l’ipocrisia, la violenza psicologica della competizione egoistica orientata al solo risultato del voto, l’appiattimento della cultura nei programmi scolastici, la separazione dalla vita reale, i giudizi basati sulla simpatia-antipatia e le “passioni umorali” dei docenti, etc. etc.
Il fatto è che il tirocinio scolastico è solo uno dei tanti possibili. La scuola non è poi così decisiva se si considerano altre fonti di apprendimento: la famiglia, la strada, le letture e le esperienze extrascolastiche, i media, le risorse autodidattiche, i viaggi all’estero, i “tutor” informali che si trovano nella società, i contatti ovvero il proprio network di relazioni, etc., etc.
La scuola non è mai stata l’unica Agenzia deputata alla crescita personale, ma si comporta come se lo fosse. Ormai però le informazioni e le relazioni non passano più prevalentemente da essa. E’ arcaica e fuori gioco. A meno che sappia ricreare il suo ruolo. Ma serve creatività, innovazione e un grande modello comportamentale basato sulla sana competizione e il riconoscimento dei talenti individuali strategici per il futuro. Le auguro di vincere questa scommessa, ma non vedo grandi innovatori nella scuola, all’orizzonte.
E non basta acquistare tecnologia, dotarsi di computer o mettere internet in aula, se la testa è ancorata al passato, ad un “piccolo mondo antico”.
Mi permetto comunque di far notare che il mio libro “Apprendimento Corsaro” non è un libello antiscolastico, Non è contro la scuola, ma per la scuola. Nasce dall’amore per la scuola come potrebbe essere. Le email che ricevo ogni giorno di insegnanti e alunni che affermano l’utilità del testo e dei miei seminari, mi bastano a confermarmi l’utilità del lavoro che ho fatto e che rappresenta anche una forma di dono che ho voluto dare alla scuola stessa. Alcuni commenti sono pubblicati sul sito www.ilgiardinodeilibri.it e www.apprendimentocorsaro.com
Il tema centrale della serata e del libro infatti riguardava l’adozione, la pratica e la conoscenza di metodi di studio da parte della scuola.
Metodi che non sono compresi nei programmi, nel tirocinio e che gli insegnanti nella stragrande maggioranza ignorano.

Per lo meno, Renato era uno studente modello e non si vantava dei propri insuccessi scolastici, sbandierando come trofei i voti insufficienti, a sicura garanzia di un’intelligenza superiore incompresa:

Su questo sono d’accordo con Lei.
Non basta una bocciatura, una incomprensione, un insuccesso, per garantire una forma di intelligenza. Ci mancherebbe.
Così come l’ignoranza e i trascorsi negativi non vanno sbandierati come garanzia del genio.
Però, vede, è anche legittimo per coloro che hanno cercato davvero la conoscenza e le risposte che non hanno trovato nei loro percorsi accademici, che han lavorato duro e non hanno voluto credere al verdetto negativo della scuola e della società, remando contro i fiancheggiatori del conformismo e del “pensiero unico”, manifestare i loro successi (culturali, tecnologici, sociali, economici) a se stessi e agli altri. L’orgoglio vanaglorioso non va confuso con la fierezza individuale che invece ha a che fare con la dignità.
L’orgoglio si lascia ferire, ma la dignità no.
Sono aspetti molto differenti e fare confusione tra questi, rappresenta un fatale errore.
Il pericolo più grande è che un verdetto negativo mini alla base le potenzialità di un individuo di talento, che così viene sottratto anche alla società.
Quanti talenti ha falciato la scuola?
Quanti ne ha saputo riconoscere e coltivare veramente?
Non so.
Io nel mio piccolo sono qui a ricordare, nel mio molto molto piccolo peregrinare, che c’è spazio anche per chi a scuola non era un primo della classe.
Lavoro e scrivo soprattutto per ricordare a tanti ragazzi di non deprimersi se la scuola non sa leggere in loro i “carismi” dei quali sono portatori.
Alcuni talenti sono tanto invisibili quanto straordinari, anche se non affatto riconducibili al successo economico o al consenso sociale.
“Apprendimento Corsaro” è stato scritto soprattutto per questi talenti oscurati, dimenticati e spesso rifiutati dalla scuola.
E per gli insegnanti curiosi.
Ultimi nella scuola, ultimi bella vita?
Non è vero.
Primi nella scuola, primi nella vita?
Non è vero.
Ora, “primi nella vita” non significa “avere tanto”, ma “essere tanto”.
Ancora una volta, come vede, la realtà è più complessa di quel che appare e non si possono dare giudizi sommari.
Essendo stato un “ultimo”, a me interessano gli “ultimi”, perché anche chi non studia e non ricerca, soffre l’incapacità di alcune figure nel motivarlo ad aprirsi alla conoscenza. Tutti possiedono talenti straordinari, ma -come ha scritto qualcuno più importante di me (il grande psicoanalista James Hillman)- “occorre un genio per accorgersi del genio”.
Quindi rispettiamo gli insegnanti che lavorano nella scuola al massimo delle loro possibilità (tra i quali sicuramente, visto il suo impegno e la sua passione filosofica ci sarà anche Lei), gli studenti che studiano seriamente, ma teniamo anche conto che la scuola non ha l’ultima parola nel giudizio di valutazione dell’intelligenza e delle capacità individuali. E che diventa boriosa e tronfia quando, incapace di leggere a fondo nell’anima delle persone, formula giudizi penalizzanti senza fornire motivazioni per il riscatto, senza essere disposta ad imparare a sua volta -dall’inquietudine “sapiente” di tanti alunni- lezioni più vitali di quelle elargite dai programmi. L’ignoranza in questi casi sta in gran parte seduta sulla cattedra.
E’ fatale che quando un ente si erge a moloch e giudice del destino sociale altrui, rischi di tirarsi addosso anche gli sberleffi di chi ce la fa -nonostante gli scalcinati meccanismi premianti, gli sfavorevoli pronostici e i fuorvianti giudizi scolastici-- a realizzarsi secondo criteri alternativi.
E poco importa se ci riesce in modo rispettoso delle formalità burocratiche inventate dagli esseri umani o in modo astuto come Ulisse che mette in scacco il grande Polifemo teso ad intrappolarlo e mangiarselo in un boccone. L’importante è scappar via dalla caverna oscura dove i destini nostri sarebbero decisi dai parziali giudizi altrui.

… quanti scrittori, quanti professionisti di successo e, ahimé, quanti docenti si presentano con questa discutibile carta d’identità…ed è proprio vero che è il loro orgoglio ferito …
La cosa importante è appunto capire come si può trasformare l’orgoglio ferito (e le altre emozioni negative) –giustificato o no non ha alcuna importanza- in energia o dinamismo propulsivo per diventare capaci di creare, diventare soggetti/protagonisti di produzione culturale, idee e innovazione.
In Italia però si tende ad assimilare la creatività alla trasgressione e alla ribellione immotivata o alla “scaltrezza” e furberia, invece è soprattutto metodo, duro lavoro e tensione calibrata verso un obiettivo utile. Per questo molto spesso non è compresa. Come sta facendo Lei.

… ad averli trasformati da asini dietro alla lavagna a..

Mettere una qualsiasi persona alla berlina dietro una lavagna è fare un torto alla intelligenza non solo della persona stessa, ma anche alla propria. Inoltre un conto è un giudizio negativo, un altro conto è additare al pubblico disprezzo le incapacità (?) altrui.
Se poi da asini (che sono animali molto sensibili e non affatto stupidi) alcuni alunni si trasformano in ….

danarosi manager, politici affermati e magari inventori ….

vuol dire che vi sono abilità che la scuola non ha saputo riconoscere.
Se questo accade, non Le viene il sospetto che forse qualcosa dovrebbe cambiare?
Dovrebbe felicitarsi con chi ha cercato di realizzarsi per meriti personali (non sono tutti truffatori, i danarosi manager, i politici, etc, etc.). Invece in molti casi, dal confronto, nasce una sorta di frustrazione.
Ma cosa ne sanno molti dipendenti statali dei rischi, dell’impegno e delle capacità necessarie soprattutto in Italia, a fare impresa?
E perché, se è così invitante e facile, non li seguono a ruota?
Chissà perché i difensori della cultura umanistica, tendono a dipingere il self-made man con questa visione pessimistica, oscurantista e antisociale.
Altro che orgoglio ferito. Che dire piuttosto dell’ invidia sociale?
L’invidia, diceva Bertrand Russell, è un vizio in parte morale, in parte intellettuale che consiste nel non vedere mai veramente le cose in se stesse, ma solo in rapporto alle altre. L’erba del vicino è sempre più verde.
Se la professoressa ha qualcosa di interessante da dire, anziché criticare gli scrittori (di qualunque matrice essi siano, danarosi o no), perché non scrive anche lei i suoi bei libri e si confronta con il mercato, il pubblico, gli editori, gli agenti letterari, gli editor che fanno le pulci a ogni riga, i lettori? Perché non si butta nella mischia, anziché dare lezioni dal pulpito di una cattedra scolastica, nell’oasi-ghetto di una scuola critica verso il mondo?
La Riforma protestante ha trasformato l’invidia in competitività e questo ha consentito l’accumulazione del capitale (economico, cognitivo) secondo un’etica basata sul rispetto del consumatore, del cliente e delle regole. Infatti quando queste regole basate sulla fiducia reciproca saltano, il mercato crolla, come è successo in questi anni. La Controriforma cattolica del Concilio di Trento ha invece proposto un egualitarismo nel quale è condannata la ricchezza e un iperlavoro produttivo che non ricongiungerebbe a Dio, ma anzi condurrebbe a una forma di distrazione dalla trascendenza.
Come se la trascendenza avesse bisogno della mediocrità per affermarsi.
Ha così posto le basi di una filosofia di fondo che non vede di buon occhio, anzi guarda di traverso (dal latino invidere) chi osa emergere e quindi va immediatamente -non appena esce dalla massa comunitaria- azzerato, annichilito, abbattuto, in quanto tale forma di comunità, fondata sull’indigenza e sulla carità, mal sopporta l’emersione dell’altro.
Questo è il motivo per il quale nel nostro paese molti cervelli sono in fuga, o devono rivolgersi a imprese ed enti “stranieri”: perché da noi, a partire dalla scuola (per gli alunni ma anche per gli insegnanti), non scatta il riconoscimento del valore dell’iniziativa individuale a livello sociale, istituzionale, economico, professionale.
Invece anche il dono del capitale cognitivo, della conoscenza (oltre a quello di una ricchezza più condivisa, come prevede la pratica della donazione della “decima”) è una forma di carità (questo l’ho imparato dalle frequentazioni con il compianto teologo cremasco don Antonio Margaritti).
Ma cosa posso donare se non sono io stesso un “produttore di informazioni” attraverso la ricerca, il “trovare”, l’ “invenio”, l’inventare?
Solo un passacarte, un impiegato della filosofia, uno scambista di informazioni altrui.
Assimilare la seria laboriosità e ingegnosità al grossolano successo dell’arrivista, all’opportunismo del populista manipolatore, significa non saper discernere tra due poli opposti e condannare la ricchezza senza trasformarla in elemento di propulsione sociale.

… fortunati

Non ci vuole un genio (incompreso o meno) per capire che la mediocrità possiede un potere fagocitante, dunque se uno studente dotato si trova in una classe di asini non ha scampo.

Possiamo liquidare le figure che ci impensieriscono additandoli come furbetti ignoranti, per giunta fortunati, che si permettono di criticare la scuola per un loro capriccio, morsi dal tarlo del loro orgoglio ferito, etc, etc.
Se questo La consola, faccia pure.
Ma a chi si riferisce la professoressa De Capua, con questi termini?
Se si riferiscono a me, La ringrazio perché sono dei bei complimenti.
Sono ignorante, perchè so di sapere ben poco.
Più ricerchi la conoscenza, più scopri che sei ignorante, perché l’ignoto ti sovrasta. Aumenta la consapevolezza del tuo “non sapere”.
Ma questo non sapere è anche una risorsa: è “libertà dal conosciuto”, che permette di ricercare ancora, trovare altre informazioni.
Chi invece crede di non essere “ignorante”, pensa di sapere molto, si preclude la libertà di nuovo sapere e vive in dotti schemi preconfezionati.
Sono inventore, perché lavoro la materia-pensiero per trovare idee applicative.
Sono fortunato perché sono determinato a portare fino in fondo i miei progetti, anche se non ci riesco sempre.
La fortuna non esiste se non si mette in gioco tutto se stessi per raggiungere obiettivi sfidanti e ambiziosi.
Napoleone cercava generali fortunati, non solo competenti. L’elemento della volontà è importante. Non ha mai sentito dire che “la fortuna aiuta gli audaci”?
Per ulteriore chiarezza, riassumo in sintesi la mia storia, almeno per la parte che può essere di dominio pubblico e che ha portato al testo “Apprendimento Corsaro”. Così forse “la fortuna” apparirà più chiara.

Frequentando il liceo scientifico di Crema -alla fine degli anni sessanta e all’inizio dei ’70- scopro la facoltà di ipnotizzare alcuni miei coetanei e amici di classe. Dopo aver ottenuto alcuni effetti spettacolari dalla trance, rimango colpito dal fatto che nello stato ipnotico i soggetti manifestano capacità sorprendenti e performance straordinarie a livello di prestazioni mnemoniche, concentrazione, creatività e controllo psicofisico del dolore.
Rimango affascinato, nel corso degli esperimenti, soprattutto dalle facoltà creative che emergono in persone del tutto “comuni” e che in parte possono essere implementate con tecniche di attivazione dei potenziali individuali.
Esploro anche altre facoltà definite “parapsicologiche” e registro i fatti accaduti. Per accedere a queste facoltà creative individualmente, comincio a interessarmi di yoga, per imparare in prima persona la meditazione, la concentrazione, etc.
Vorrei utilizzare le potenzialità psichiche senza dipendere dall’ipnosi.
Finito il liceo, scrivo le mie esperienze e le presento ad alcuni studiosi del settore –a livello nazionale e internazionale- che mi incoraggiano ad andare avanti.
Sistematizzo gli esperimenti, ne progetto di nuovi ed esploro la materia definendo metodi applicativi.
Intanto ho l’occasione di conoscere un importante Responsabile della Formazione del personale di una grande azienda multinazionale americana. Parliamo per caso delle mie ricerche e mi invita a fare una conferenza ai manager del gruppo. In quella occasione, fornisco una “grande” dimostrazione delle facoltà mnemotecniche e ne rimangono molto sorpresi. I metodi funzionano.
Poco dopo mi chiedono di trasferire questi metodi di sviluppo mnemonico e cognitivo al personale delle varie divisioni aziendali.
Inoltre si interessano alle mie ricerche (documentate da filmati registrati in ambito universitario) nel campo della creatività, per applicare nuove metodologie nella ricerca di nuove idee (prodotti e brevetti, nuovi servizi, strategie di mktg).
Affianco dei team di ricercatori per stimolare la loro vena creativa.
Così quel che era un interesse personale diventa il mio lavoro: formatore di ricercatori, consulente di creatività e di comunicazione.
Queste esperienze poi diventano articoli pubblicati in riviste scientifiche e testi divulgativi, in seguito trovo qualche editore che mi propone di pubblicare i miei lavori.
Università ed enti pubblici mi invitano a collaborare a progetti di innovazione e sviluppo.
Il mio percorso di ricerca è testimoniato dai miei libri, dalle mie referenze (i miei clienti, nazionali e internazionali; “dimmi con chi lavori e ti dirò chi sei…”) e da una serie di strumenti operativi che ho elaborato anche finanziando direttamente le mia attività e i miei progetti sperimentali. Quindi ho prodotto e produco software, video, all’interno di un network che cerca di utilizzare le tecnologie per comunicare contenuti nuovi e inediti.
Se i miei progetti funzionano, continuo a esistere sul libero mercato, altrimenti no. Quindi la competizione è il mestiere che ho scelto, mi piace e accetto.
In progetti che ritengo particolarmente interessanti, investo il mio capitale, il mio tempo e la mia immagine. Alcuni funzionano e diventano patrimonio comune di imprese e persone, altri no, ma in ogni caso le ricerche continuano e cerco di fare quello che posso. Tutto qui.
Se qualcuno ritiene di imparare qualcosa dalla mia esperienza, sono a disposizione. Se offrirla gratuitamente oppure no, lo decido personalmente secondo una mia scala di priorità.
Recentemente ho finito di raccontare (e rivisitare) la mia storia al tempo del liceo (dopo venti anni di scrittura e rielaborazioni, quindi dopo circa quarant’ anni dagli eventi che hanno cambiato la mia vita) nel prossimo libro: “Una Scuola Parallela”.
Solo ora riesco a realizzare quel che è stato lo “start up” del percorso che mi ha portato qui, a fare con soddisfazione quel che volevo fare.
Il prof. Carelli -al quale devo molto- l’ha già letto e mi sono confrontato anche con lui per avere un giudizio sul valore di questo lavoro. In questi giorni, dopo diversi rifiuti ai quali sono da decenni abituato, un editore si è convinto della bontà del testo e quindi sarà pubblicato nel prossimo anno.
Chi è interessato potrà approfondire questo tirocinio extrascolastico del quale sono stato protagonista e nello stesso tempo testimone. Sono molto interessato ad esperienze similari, se ne esistono, o comunque a confrontarmi con i cultori dei temi che cerco di capire da tanti anni.

Questo parole in corsivo che ho appena letto segnano il vero potere maieutico che favorisce la creatività! Altro che definizioni che non servono a niente. A differenza dell’intelligenza, la creatività danza fra il soggetto e cio’ che lo sovrasta; un momento credi di esercitarla il momento successivo di senti strumento e produci. Le opere d’arte, ad esempio, non sono frutto dell’intelligenza ma della creatività e non si sono mai viste nascere opere d’arte a scuola, semmai lontano da essa.





Condivido pienamente il pensiero di Roberto Provana a proposito delle informazioni come vera merce del nostro secolo: se l’uomo è un animale informivoro (secondo la definizione dello psicologo G. Miller), chi possiede informazioni possiede una preziosa merce. È anche condivisibile l’idea che non la si debba regalare, visto che a chi la possiede è costata cara. Lo scire est posse di baconiana memoria diventa allora scientia est opulentia.

Non sempre, anzi raramente gli investimenti in ricerca ritornano moltiplicati. Anche una grande idea o una innovazione culturale, può non sortire affatto in un successo commerciale. L’opulentia è solo una possibilità, che spesso si traduce in altri sostegni economici alla ricerca. Il vero ricercatore non si fa la barca, ma investe in altre ricerche. L’associazione tra scientia ed opulentia quindi è quanto meno arbitraria e appartiene a una mitologia arcaica che non corrisponde alla realtà. Solo un esempio tra i grandi inventori: Meucci, l’inventore del telefono, che è morto povero perché si è visto soffiare il brevetto da Bell.

C’è però un inconveniente nel mondo digitalizzato: le informazioni viaggiano più veloci della luce, e circolano gratis, senza brevetti, in quella piazza virtuale dove ogni idea appartiene a chi la legge, e dove ogni utente (figuriamoci lo hacker) può per l’appunto usare, modificare, integrare, amplificare, appropriarsi di pensieri germogliati, con quella calma euforia della scoperta che il corsaro dell’apprendimento ben conosce, nella mente e nel corpo del creativo di turno.
La domanda allora diventa: di chi è il futuro? Del venditore a caro prezzo o dell’incontenibile democraticità della circolazione delle idee?

Quest’ultima domanda è una domanda estremista e capziosa perchè rivela la spia di un conflitto pregiudiziale tra il mondo della vendita, del marketing e quella della libera e democratica circolazione delle idee.
E’ tipica dei ruoli pubblici, a stipendio fisso ma assicurato, che vedono negli operatori e nei professionisti del “mercato” (anche quello della conoscenza) un mondo alieno, estraneo alla base culturale che essi pretendono di rappresentare.
Queste domande tracciano una separazione tra la cultura imprenditoriale, manageriale e quella ad esempio delle iniziative sociali, dimenticando che un filone nobile che sta crescendo è proprio quello della responsabilità sociale delle imprese. E’ la solita storia: dividere invece che unire.
La cultura è separazione o piuttosto ricerca di una possibile integrazione tra mondi, esperienze e competenze differenti?
La scuola non dovrebbe aiutare gli alunni a mediare (che non è l’arte del compromesso) tra mondo reale e utopie, lavoro e ideali, denaro e progettualità?
Perché invece non possiamo chiederci se il futuro non può appartenere a coloro che impareranno a dialogare nei diversi linguaggi dei vari mondi, valori e professionalità che convivono nella complessità contemporanea?
Perché un venditore deve essere considerato pregiudizialmente “a caro prezzo”? Perché la democrazia deve essere assolutamente un bene, quando la “libera circolazione” diffonde a livello globale anche idee e pratiche antisociali?
Tutto quel che è scelto a maggioranza è buono?
Tutto quel che circola liberamente in modo incontenibile, è positivo?
Quel che costa poco va bene e quel che costa caro è frutto necessariamente di un furto, di una truffa ai danni del consumatore, di una sottrazione di libertà democratica?
Molti considerano “caro” il prezzo di un libro e poi spendono centinaia di euro per una borsetta o una maglietta griffata.
“Caro” rispetto a chi, a che cosa?
La demonizzazione del mercato è la nuova moda degli utopisti e buonisti che non sanno prendere atto che il mercato “c’è”?.
Non lavorano per rendere etico il mercato, ma lo demonizzano per il solo fatto di esistere? Il futuro è di chi riuscirà a conciliare gli estremi (apparenti) tra i vari mondi. Far apparire il guadagno come speculazione è confondere le acque.
Credo che un buon venditore, un ispiratore e praticante della libera circolazione delle idee possano convivere.
Non so se sia riuscito a realizzare almeno in parte questa integrazione, ma ci sto provando.
Sono invece certo del fatto che solo chi ha molti contenuti, competenze, progetti indipendenti finanziati di tasca propria, può permettersi di essere generoso nella distribuzione, nel sostegno e nella gratuita circolazione (e realizzazione, anche sperimentale) delle idee.

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E per finire…

Sapere e diventare
Dimmi che domanda fai e ti dirò chi sei

Nell’ ultima domanda espressa nell’intervento della professoressa De Capua (Cosa è la creatività?) ci sta tutta la questione dell’approccio della filosofia scolastica.
Questa domanda esprime perfettamente il modus operandi di un pensiero che tende alla ricerca del sapere attraverso una formulazione, una definizione.
Nell’approccio che mi permetto liberamente di riferire ad un pensiero non scolastico, ma “corsaro”, la domanda preminente sarebbe invece un’altra.
Non più “Cos’è la creatività?”, che trovo francamente scontata e poco pratica, ma “Come posso diventare creativo?”.
Dopo più di duemila anni di pensiero filosofico, siamo ancora qui a chiederci cosa è questo e cosa è quello.
Ma quando anche sapessimo tutto quel che vogliamo sapere? E’ sufficiente “sapere” per “cambiare” noi stessi e la realtà?
E’ una pia e patetica illusione.
Quando anche scoprissimo “cosa è la creatività”?
Tra l’altro dubito nella possibilità di addivenire a una definizione teorica o verità condivisa da tutti gli studiosi, le scuole, le ricerche.
Il fatto di sapere cosa sia la creatività non implica necessariamente la volontà e capacità di diventare creativi. E’ solo curiosità intellettuale. Certo da incoraggiare, ma è solo il primo timido passo verso la conoscenza. Si guarda ancora al fenomeno da lontano, in modo distaccato, come se fossimo davanti alle lenti di un microscopio.
Il fatto di sapere questo o quello non assicura l’obiettivo più importante, che non è il sapere in se stesso, ma il diventare.
Non mi interessa quindi sapere “cosa è la creatività”, anche se la ricerca di una possibile risposta può rappresentare un esercizio affascinante.
A me interesserebbe essere creativo, non semplicemente sapere cosa significa in termini filosofici o psicologici il fenomeno della creatività (della natura, dell’essere umano? ….. quale creatività? …. di chi?)
Nel pensiero corsaro, infatti, il divenire, il diventare, l’essere, è più importante delle definizioni che si appiattiscono in un sapere libresco, incapace molto spesso di incidere sulla quotidianità.
Cosa è la poesia?
Come si diventa poeti?
Cosa è l’intelligenza?
Come si diventa intelligenti?
Cosa è la coscienza?
Come si può diventare più “coscienti” di sè, più consapevoli?
Cosa è la creazione?
Come si crea o si partecipa ad essa? Come, con quali sistemi (se esistono), processi, metodi, input?
Le domande che iniziano con il cosa è vanno alla ricerca di risposte teoriche. Evocano uno sterile e spesso compiaciuto sapere intellettuale. Le seconde rappresentano una visione pratica che sottintende un altro modo di pensare e di concepire la vita.
Nel pensiero corsaro si sottintende che per sapere e conoscere veramente una cosa, non ci sia modo più efficace che diventare quella cosa.
E’ un po’ la differenza che esiste tra il teologo e il mistico.
Il teologo vuole capire dio, il mistico vuole unirsi a lui e aspira dunque a “conoscere per immedesimazione”, non attraverso un processo conoscitivo mentale (è’ la differenza tra le opere di San Tommaso e l’ ”Imitazione di Cristo”).
Senza, quindi, la necessità di alcuna definizione. Non perché non sia interessante, ma perché non porta alla conoscenza che comprende l’essere e diventare l’oggetto stesso di studio, attenzione, adorazione o indagine (sia esso una funzione, una persona, una idea, un oggetto).
Nella scuola si accumula sapere, non esperienza (a parte rarissimi casi, non affatto valorizzati). Se si coltivasse l’esperienza, non si insegnerebbero solamente le poesie altrui, ma si stimolerebbe anche lo spirito poetico nel presente. Non solo cosa ha scritto Dante, ma cosa Dante oggi scriverebbe e chi manderebbe (lui e gli alunni) all’Inferno, in Purgatorio o in Paradiso. Non si insegnerebbero solo i postulati dell’algebra e della matematica, ma si cercherebbe di far intuire i principi che guidano la elaborazione di nuovi postulati, di nuove algebre e nuove matematiche.
Non ci si accontenterebbe di insegnare la chimica, ma si susciterebbe negli alunni il desiderio di andare in laboratorio ad inventare nuove combinazioni di elementi, molecole, “giocando” con la natura.
Non si studierebbero solo gli scienziati, ma anche i grandi tecnici, che hanno surclassato i dogmi teorici con le loro realizzazioni pratiche: Edison, Marconi, Pacini, Tesla, fino agli innovatori dell’informatica e delle biotecnologie.
Una affermazione che da studente mi colpì molto era questa, da parte di un insegnante di matematica: che tutto era già stato inventato e quindi non valeva la pena pensare nuove vie, nuove concezioni.
In letteratura è lo stesso: invece di studiare solo i racconti e le opere scritte da altri, perché non stimolare anche la scrittura di un racconto?
La letteratura, o una qualsiasi materia, la si impara facendola o studiandola ?
La differenza tra il pensiero scolastico e il pensiero corsaro riposa in questo: concepire la conoscenza come “sapere”, insiemi di definizioni, oppure come esperienza e quindi “metodo per diventare”?
Io preferisco la seconda concezione. Non ho nulla contro la prima, ognuno è libero di scegliere in piena libertà. Non vedo però perché accontentarsi dell’approccio scolastico, che non riesce ancora a inserire nel suo sistema di valutazione le abilità creative degli alunni, anche quelle considerate “extrascolastiche”, ma che possono essere strategiche nella vita e che appartengono al dominio dell’intelligenza, anche se non “codificate”, tollerate e incoraggiate.
Come ho dichiarato nel corso della serata, “non ho nulla contro la scuola, fa il suo mestiere”.
Mi sono permesso di far presente che l’approccio potrebbe però essere anche un altro, che considero alternativo o complementare. Esso non va imposto. Anzi credo che possa essere scoperto e praticato esclusivamente sulla base di una forte spinta motivazionale individuale, fuori dal “pensiero unico” distribuito a piene mani non solo nella scuola, ma nella società. Tutto qui.
E’ un delitto?
Ultima osservazione: una domanda intermedia tra il “Cosa è la creatività” e “Come diventare creativi”, avrebbe potuto essere questa: “Come funziona la creatività?”. Almeno ci si avvicinerebbe a un sapere pratico, allo studio delle dinamiche creative per poterle attuare.
Infine, mi permetto di dare la mia personale definizione alla domanda della prof. De Capua: la creatività è gioia incondizionata.
Non è una funzione della mente, ma dell’ “anima” o se si vuole dello spirito. E’ questo aspetto ludico, quasi del tutto assente nella scuola ordinaria, che genera l’energia necessaria per produrre una maggiore prestazione cognitiva.
Ma l’hybris (quasi demonizzato) e lo spirito prometeico della scoperta nella nostra “cultura” sono fiaccati da una visione egualitaria che tende ad appiattire verso il basso anziché valorizzare l’eccellenza del singolo, che invece può guidare la corsa del gruppo verso più alte conquiste.
Meno male che la gioia della scoperta e della creazione è altrettanto incontenibile in alcuni creatori, pensatori e inventori, fortunati o no, della “democratica circolazione delle idee”.
Lavorare nel silenzio o nel clamore dalla folla, per il creativo è lo stesso. La sua gioia è incondizionata e quindi non dipende dal consenso, dal successo o dalle approvazioni altrui, ovvero ad un certo punto si fa indipendente anche dall’ambiente circostante per cui il processo creativo diviene libero e automotivante.
Ora, la domanda: come si arriva alla gioia?
Lascio a ognuno la ricerca della sua personale verità e risposta.
La mia testimonianza è la seguente: attraverso un grande sforzo di ascensione personale, che abbandoni i vecchi schemi mentali, comportamentali ed emotivi basti sul senso di colpa, inadeguatezza, dolore, ignoranza e sconfitta, raffinando le potenzialità naturali, tuffandosi nell’ignoto e dialogando con l’infinito, cercando di crescere di consapevolezza in consapevolezza.
Senza questa difficile e quasi impossibile trasformazione o “palingenesi”, il filosofo diventa un semplice intellettuale privo di forza animica, il pensiero si fa “debole”, le grandi costruzioni teoriche delle cattedrali astratte nel deserto.
Perfino la poderosa e metafisica filosofia di Emanuele Severino, nel riscoprire la verità che “tutto è eterno”, non indica la via pratica per realizzare l’evangelico “voi siete dèi”. Per farlo forse il filosofo dovrebbe –attraverso una autoiniziazione che coinvolga non solo la mente ma anche il corpo- diventare Adepto della “Sofia”, della Conoscenza.
Allora potrebbe attivare e coltivare il “fuoco sacro”, divenirne uno dei custodi e vivere in intimità con esso, scoprendo che non è una metafora, ma una energia fisica che arde veramente.
E scoprire che le i-dee sono presenze, forze (muse?), il cui ruolo è quello di guidare alla “coppa dionisiaca della gioia” di classica memoria, così lontana dalla ordinaria forma mentis ancorata al dramma dell’esistenza, nel quale la stragrande maggioranza tutto sommato -pur lagnandosi- sguazza volentieri.
Nel corso della serata ho accennato fugacemente all’”estasi laica” e al piacere esistenziale e percettivo, somatico, connesso con l’esercizio della creatività.
Non ci sono state domande su questo aspetto.
In fondo, agli esseri umani non interessano i segreti, i doni e il nettare degli dèi.

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