Data: 18.06.2013

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Né maschile né femminile

“Siamo natura, ma anche cultura”, dice Luce Irigaray. E ciò che vale per la donna vale anche per l’uomo. Non è forse anche l’uomo sia natura che cultura? O l’uomo pretende di distinguersi dagli altri animali per un’esclusiva essenza culturale?

“La donna come preteso essere naturale è il prodotto della storia che la snatura”, dice più cripticamente Adorno. E questo vale solo per la donna definita, o piuttosto delimitata nella definizione, da una cultura esclusivamente maschile. Che cosa significa infatti l’aforisma adorniano? Innanzitutto che la donna è, come l’uomo, prodotto della storia, prodotto culturale. Ma alla donna, a differenza da ciò che è accaduto all’uomo, è stata negata la natura sua propria. E tuttavia esiste o non esiste una natura della donna, e, se sì, quale sarebbe questa cosiddetta natura della donna, dal momento che il suo “essere naturale” viene dichiarato (da Adorno) preteso, ossia presunto, ipotizzato senza dimostrazione?

La donna ha una natura esattamente come l’uomo, ossia, per dirla con Pico della Mirandola, la sua natura consiste nell’essere un’ “opera di natura indefinita”, né celeste né terrena, né mortale né immortale, capace di scolpirsi in quella forma che preferisce, di “degenerare in quelle inferiori che sono brute” oppure rigenerarsi “nelle superiori che sono divine” (De hominis dignitate). È forse mai venuto in mente a qualcuno che Pico, tessendo le lodi della dignità dell’uomo, ne volesse escludere la donna? Forse sì, ma in tempi lontani, tanto che oggi, nella civiltà occidentale oggetto delle acute analisi della relatrice Paola Vailati, sarebbe ridicolo solo pensarlo.

Eppure alla donna è stato assegnato un ruolo circoscritto: quello di rappresentare la natura, il che significa l’assenza di cultura, l’assenza di storicità, quasi che la donna rimanesse eternamente fissa, condannata ad un’essenza perenne di cuore, istinto, intuito, magari senso del finito e del materialismo, in contrapposizione all’uomo, visto come testa, intelligenza, logica, magari sede dell’idealismo. E non importa che tali affermazioni provengano non dal solito filosofo misogino come Schopenhauer o Kierkegaard, bensì da un ben intenzionato Feuerbach, che aggiunge, affinché sia chiaro il suo intento di rivalutazione del principio femminile, che “il cuore è rivoluzionario, la testa riformista. La testa è statica, il cuore dinamico”, per poi concludere che un fanciullo potrebbe avere un buon ingenium philosophicum se figlio di madre francese e padre tedesco, dotato quindi di temperamento gallico-germanicum (Tesi provvisorie per una riforma della filosofia).

Ma perché dobbiamo a tutti i costi autoingabbiarci in simili schemi? Ben venga piuttosto l’animale sociale di Hannah Arendt, con l’invito a tutti, uomini e donne, a riflettere, a guardarsi dentro, per conoscere se stessi, al modo di Socrate, come antidoto al totalitarismo. L’ “agire di concerto” crea davvero quella sinfonia di cui parlava don Agostino Cantoni, quando osservava che “la riflessione filosofica africana deve recuperare il senso del femminile nella storia: il femminile primordiale. La femminilità primordiale è sinfonia, armonia tra femminile e maschile, equilibrio raggiunto, che è di per sé famiglia”. Ricordi, Paola? Don Agostino il 17 dicembre 2002, circondato da te e dai tuoi compagni di classe, ci spiegava queste cose.

Forse anche questa è pretesa, è presunzione: che cioè il femminile sia armonia, sintesi, a differenza del maschile che è… che cos’è? Antitesi, forse. Guerra, certamente, a volte.

Sarebbe meglio dismettere opposizioni e conciliazioni degli opposti. Una filosofia femminista come filosofia della realtà non può pretendere di valere più di una filosofia maschilista del concetto, della mente più o meno cartesianamente disincarnata. Una filosofia della realtà è sicuramente meno efficace di un’interpretazione sociologica. La sociologia dispone di strumenti più adatti a denunciare quella “violenza nel privato che è conseguenza della violenza nella sfera pubblica”, come opportunamente nota Paola Vailati. Non per niente il vecchio Marx, quando afferma che dal rapporto dell’uomo ala donna “si può giudicare ogni grado di civiltà dell’uomo” (Manoscritti economico-filosofici del 1844) viene considerato più sociologo che filosofo.

Molto meglio quella ricerca dei “mondi possibili”, che, ancora una volta Paola Vailati sembra additare come compito concretamente proponibile alla filosofia.

Né maschile né femminile. Semplicemente umana.

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