Data: 18.06.2013

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Perché ci vuole orecchio… pardon, naso

Alcune osservazioni sparse per integrare la già ricca e stimolante relazione dell’antropologo Gilberto Polloni (12 ottobre 2009).

Nel Medioevo chi moriva in “odore di santità” era un animo nobile e virtuoso, che aveva interpretato, forse a modo suo, la parola evangelica, trascurando quelle cure del corpo che apparivano riprovevoli: “la Chiesa combatteva l’abitudine del bagno col pretesto che qualunque cosa valga a rendere il corpo più attraente, concorre al peccato. La sporcizia veniva lodata, e l’odore di santità diventava sempre più penetrante”(B. Russell, Matrimonio e morale).

Che ne sarebbe, oggi, della statua di Condillac? Le sarebbe ancora possibile, tramite l’olfatto, distinguere il profumo della rosa da quello del garofano? Riuscirebbe ancora, solo attraverso questo senso, a provare piacere o dolore, e poi, grazie all’attenzione, ricordare, confrontare, desiderare e accedere alle operazioni più complesse del giudizio? O forse, diseducato e negletto com’è, l’olfatto la lascerebbe in balia dei dispettucci di geni maligni e ingannatori?

Rileggendo un mio commento alla suggestiva relazione che don Agostino Cantoni tenne il 13 dicembre 2004 sul “Pensare africano”, ritrovo l’olfatto “svilito e depauperato: chi sa apprezzare ancora il profumo del muschio, dei tigli fioriti, della buccia di mandarino bruciata con il fiammifero? Dell’olfatto, spesso deprezzato o sospinto ai margini dell’esperienza, riabilitato solo nell’eccezionalità e nell’ambito snobistico dell’aromaterapia, la civiltà occidentale sembra aver privato anche i cani. Il tatto non viene educato, se non in alcune scuole dell’infanzia postmontessoriane, che meritoriamente ne promuovono lo sviluppo in forma ludica”. Secondo lo psicologo Gorge Miller, l’uomo è un animale informivoro. Ma per trovare le informazioni, ci vuole fiuto. Quale nuovo tipo di fiuto possiedono le nuove generazioni? Il loro olfatto ha subito una mutazione genetica, trasformandosi in una sorta di olfatto asettico, puramente virtuale, incapace di riconoscere i profumi naturali, ma abile nel riconoscere la traccia delle più interessanti ed utili notizie, catturate in tempo reale? Forse oggi l’olfatto è questo nuovo senso dell’investigazione.

I giovani del 1969, sull’onda di Marcuse che nel Saggio sulla liberazione proponeva una “base biologica per il socialismo”, ossia una nuova sensibilità in sintonia con il nuovo mondo a venire, liberato da proprietà privata e sfruttamento, cercavano forme inedite di comportamenti, anche in relazione all’olfatto. Queste forme si spingevano talora verso il rifiuto dello sbiancamento con successiva profumazione artificiale così bene illustrato da Polloni. L’odore personale come carta d’identità in luogo delle impronte digitali, ieri, dell’iride o del DNA, oggi. Ma l’annusare riconduce alla postura non eretta, memoria di un passato animalesco negato e rimosso: l’olfatto esce malconcio da goffi tentativi ideologici di riabilitazione. Credo sia opportuno, piuttosto, ricondurre l’olfatto all’esperienza gustativa e a quella estetica.

Postilla conclusiva per i più giovani: accanto a Profumo di Süskind, leggete anche Proust (A la recherche du temps perdu), e troverete un’affascinante relazione fra memoria e gusto/olfatto, nel celeberrimo esempio delle madeleinettes.

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