Data: 19.06.2013

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Filogag

La filosofia è per pochi o tutti gli uomini sono filosofi?

Spunto interessante per un Caffé filosofico, che all’uno e all’altro assunto, più platonico il primo, più gramsciano il secondo, non può non ispirarsi. Ed è così per definizione, da quando Marc Sautet osò portare (per i milanesi riportare) la filosofia al Caffé, e porsi e porre le fatidiche domande: “Dove siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?”. Viene sottaciuto il “chi siamo?”, perchè presso ogni Caffè filosofico che si rispetti va e viene chi vuole, rigorosamente in libertà.

Gli argomenti affrontati in tale sede sono i più disparati, e il tono è quello semidivulgativo, né troppo tecnico per non scoraggiare i non addetti ai lavori, né troppo sciatto, per non disgustare i sedicenti esperti. L’importante è che, dopo la presentazione del tema da parte di chi ha qualcosa da dire, la comunicazione sia circolare, e tutti possano intervenire e integrare ciò che è stato detto, come in un sito Wiki, o in un’aula scolastica nell’ora di un insegnante degno di questo nome. È vero che, come insinua Oreglio “la scuola serve a non comprendere ciò che dovresti avere chiaro e a chiarirti le idee su tutto quello che è inutile”, e lui ne sa qualcosa, essendo stato docente di matematica e scienze; ma fortunatamente è anche vero che ci sono insegnanti come Allasia, la cui competenza non è dubbia. Non lo è mai stata, ma a maggior ragione non lo è dalla sera del 12 maggio 2008, quando tutti hanno potuto constatare l’affetto sincero dei suoi studenti, riconfermato qualche giorno più tardi, in occasione di una lezione su Nietzsche tenuta da Silvano per gli ex alunni del Liceo classico.

Dunque accolgo volentieri la provocazione di Flavio Oreglio, il cui atteggiamento mi è parso molto serio, fin dalle prime battute nelle quali ha informato del motivo del suo ritiro da Zelig. Flavio se n’è andato perché la trasmissione si è progressivamente snaturata, trasformandosi in commerciale, aggettivo eufemistico con cui oggi si allude alla degradazione che solletica gli istinti più volgarmente trasgressivi per indurre assenza di pensiero: per gli ex-giovani, una specie di tolleranza repressiva di marcusiana memoria. E anch’io mi pongo la domanda su opportunità e luoghi del pensiero. Alla battuta sulla scuola rispondo allora che Flavio ha ragione: la scuola è diventata un luogo dove si scrive ciò che si dovrebbe fare e si fa quello che si vuole, finché non arriva qualche preside orgoglioso di essere stato ribattezzato con l’altisonante nome di “Dirigente scolastico” (a cui non so se corrisponda un altrettanto altisonante stipendio) a indagare su quello che stai facendo.

Eppure le critiche alla scuola nascondono, come ogni critica, una passione delusa, un interesse frustrato. Non a caso Oreglio, nel suo libro Non è stato facile cadere così in basso, non si limita a demolire, ma, come nell’esempio cartesiano citato la sera del 12, smantella per ricostruire. Ho qui sotto gli occhi le sue proposte: riguardano, ovviamente, la matematica, e poi la storia. Nel primo caso, Flavio ha presente una metodologia superinnovativa specie nelle elementari, che non condivide, perché i bambini dalle elementari dovrebbero uscire sapendo “leggere e scrivere in modo corretto” e “fare bene i ‘conticini’” (p. 57). Nel secondo caso, al contrario, ritiene che la storia venga insegnata con un metodo che definirei decrepito, nel senso che quel tipo di insegnamento è precisamente quello che ho ricevuto io negli anni ’50/’60: date, nomi, aneddoti... A parte il fatto che non sarei così sicura dell’inutilità degli aneddoti - per lo meno nella scuola elementare -, certamente non è più questo il modo in cui oggi si studia una materia come la storia. Interessanti, comunque, le proposte di ridefinizione delle varie epoche, sia per aiutare i ragazzi a farsi un’idea dello sviluppo storico, sia per correggere alcune palesi assurdità, come quella di chiamare contemporanea un’età che inizia nel 1789. Ma c’è di più: la nuova periodizzazione sottintende un criterio ermeneutico non neutrale, come quello di far iniziare il Medioevo, anziché nel 476 con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, nel 380 con l’editto di Tessalonica di Teodosio, che proibisce l’esercizio di religioni diverse dal cristianesimo, o nel 325 con il Concilio di Nicea in cui viene formulata una confessione di fede destinata a rimanere normativa per tutta la cristianità.

Ma allora quale modello di scuola ha in mente Oreglio?

Non saprei dire, ma francamente credo che la provocazione più proficua sia quella che riguarda il pensare in generale, cioè la filosofia. L’Invito al simposio con cui si chiude il libro non è solo una boutade, anzi, è da prendere alla lettera. Già Veca nella Prefazione si mostra favorevole ad accettarlo, prenotandosi per partecipare a una festa platonica dove, “fra bottiglie, bicchieri e cibarie di vario tipo” si potrà godere del dono di un nuovo libro, composto da frammenti “cui avremo contribuito un po’ tutti, ciascuno da par suo”. Forse c’è di più: c’è la gioia del fare filosofia di chi ha voglia di fermarsi a riflettere, perché il filosofo, si sa, è colui che ha sempre tempo libero da dedicare al pensiero. E non riflettere e basta, ma anche divertirsi, come solo chi capisce sa fare. Oreglio sa ridere e far ridere della filosofia perché la conosce. E non è necessario un confronto preliminare fra i dialoganti per concordare il modello di razionalità a cui si fa riferimento: è facile intendersi, se si ha una mente sveglia come quella dei ragazzi presenti la sera del 12, che non avevano dubbi sul momento in cui poteva esplodere la risata.

Certo il riso, soprattutto se canalizzato in feste ricorrenti come il carnevale, è stato spesso accusato di rafforzare l’ordine esistente, la cui norma viene riaffermata per il fatto stesso che la trasgressione fa ridere. Ma esiste anche un diverso tipo di riso, che è quello ad esempio di Platone e l’ornitorinco di Thomas Cathcart e Daniel Klein. Sottotitolo: le barzellette che spiegano la filosofia. Gli autori la chiamano filogag. Credo che Oreglio possa collocarsi in questa corrente di pensiero (ma spero non si prenda una polmonite), e che anche il suo spettacolo “Uno strano funerale” (Crema del pensiero, 27 aprile 2008) sia di questo genere: fa ridere per far pensare. E dato che apprezzo molto questo metodo, anch’io mi prenoto per il simposio. Agli insegnanti di filosofia, poi, suggerisco un inedito tipo di verifica: raccontate una barzelletta filosofica. Chi non ride non ha studiato.

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