Data: 20.06.2013

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Né uno, né nessuno, né centomila

Quando Horkheimer scriveva L’eclisse della ragione s’era da poco conclusa la seconda guerra mondiale, in cui la ragione soggettiva - “capacità di calcolare le probabilità e di coordinare i mezzi adatti con un dato fine”- aveva dato ben tristi prove di sé. Lo sterminio degli ebrei, la stessa soluzione finale apparivano il frutto perverso della ragione soggettiva, la ratio come calcolo, per l’appunto, l’efficienza eretta a valore e fine a se stessa.

D’altro lato la ragione oggettiva indicherebbe una struttura oggettiva della realtà, una struttura che si manifesta a chi si sobbarca la fatica di “pensare dialetticamente o che (ed è lo stesso) è capace di eros”. Questo secondo tipo di ragione avrebbe a che fare con i fini piuttosto che con i mezzi, e esprimerebbe lo sforzo di riflettere una verità oggettiva. Su questo terreno, la religione e la filosofia affrontarono una storica guerra nella convinzione di avere, ciascuna, la capacità di conoscere questa verità.

La critica che Horkheimer rivolge alla ragione soggettiva viene oggi ripresa dal prof. Torrero come denuncia dell’insufficienza del singolo e affermazione dell’interdipendenza di uomini, idee, discipline (politica, scienza, religione, economia…) che si occupano dei vari ambiti in cui gli esseri umani applicano i propri sforzi conoscitivi. In assenza di questa interdipendenza, la fondamentale domanda di senso che ogni uomo si pone (io chi sono?) verrebbe meno, e con essa ogni ricerca autenticamente filosofica. Viceversa, quella domanda di senso riproporrebbe il valore delle religioni e in particolare di quella religione coincidente con una raffinatissima attività intellettuale, che è il buddismo.

Nutro un profondo rispetto per religioni come il buddismo o l’induismo: non è vero che da sempre vengono ignorate nei programmi scolastici. Parlo dell’insegnamento della filosofia perché riconosco nel prof. Torrero quella stessa passione che Platone attribuisce al maestro Socrate (“filosofia, musica per le mie orecchie!”) e che condivido con convinzione. Molti anni orsono partecipai a una lezione in cui si metteva in guardia da un eventuale pregiudizio etnocentrico: non dimentichiamo, diceva il professore, che in settori geoculturali lontani dal bacino Mediterraneo secoli o addirittura millenni prima dell’era volgare fiorirono importanti civiltà che produssero religioni, cosmologie, concezioni del mondo molto ricche tra l’altro di interesse etico e di ammaestramento per la vita. I greci svilupparono un materiale in buona parte ereditato dai popoli orientali, anche se poi lo riorganizzarono con tale rigore, coerenza e sistematicità che non è affatto azzardato considerarli i veri e propri iniziatori del pensiero filosofico-scientifico. Trascrivo dai miei appunti di prima liceo, prima ora di lezione con il prof. Franco Fergnani.

Nell’intervento del prof. Torrero al Caffè filosofico del 7 aprile si avvertono profondità, autenticità, serietà nella scelta di un percorso di fede di grande impegno sia teoretico che morale. Un impegno raro, in un mondo come il nostro, in cui a volte le conversioni religiose diventano occasione di esibizione spettacolare, ostentazione di mode, pose, travestimenti all’insegna del gusto dell’esotico, o persino ipocriti e opportunistici camaleontismi.

Detto questo, ritorno su un concetto a me caro: la difficoltà di esprimere la nostra visione del mondo nei termini di una civiltà tanto lontana e diversa. Sarà mai possibile che ci impadroniamo completamente delle nostre radici culturali occidentali? Ci basterà una vita per comprenderne una sola scheggia di verità filosofica? E quante vite ci serviranno per saperci orientare in una cultura altra che ha alle spalle una storia che non conosciamo, che esprime concetti e parla un linguaggio che involontariamente rischiamo di travisare e quasi inevitabilmente fraintendere?

Forse non è un caso che nel suo intervento il prof. Torrero si sia trovato a fare ricorso più di una volta ad espressioni del tipo “…detto in termini cristiani…”. Già, perché le parole ci mancano e senza parole le idee impallidiscono, si squagliano come ghiaccio sul calorifero. Per esprimere concetti occidentali, invece, le parole non ci mancano, e neppure per dialogare con il cristianesimo, foss’anche per negarne ogni contenuto di verità.

Può darsi che quella che propongo sia una filosofia troppo legata alla tradizione (senza maiuscole) di un mondo non ancora globalizzato. Domani tutti gli uomini parleranno lo stesso linguaggio e si comprenderanno perfettamente e profondamente. Oggi non ancora. Le differenze di civiltà e culture costituiscono certo una ricchezza, ma creano difficoltà nella comunicazione. Gadamer, alla soglia dei cento anni, invitava tutti a studiare le lingue straniere, unico modo per capirsi e interpretarsi vicendevolmente. Ma nel frattempo?

Posso ad esempio capire che cosa significa l’eccesso narcisistico nell’affermazione del sé, posso lamentare l’egoismo dell’individuo proteso nell’autorealizzazione economica, posso denunciare l’abbrutimento della solitudine di giovani che trascorrono più ore al computer che con i coetanei, così come posso studiare la crisi di identità dell’uomo del Novecento nella letteratura, nell’arte e nella filosofia. Posso insomma analizzare, giudicare e magari compiangere quell’essere che è uno, nessuno, centomila. Non so, invece, non ho gli strumenti per comprendere una cultura in cui la soggettività rappresenta una sorta di colpa, di fardello dal quale dobbiamo liberarci per non accumulare karma (avrò inteso bene?). Non capisco, in altri termini, che cosa significa non essere né uno, né nessuno, né centomila. Il concetto cristiano di persona mi è molto più familiare, e nel volto di ogni uomo di ogni colore ne ritrovo le tracce, sia che io creda sia che io non creda nella religione cristiana. Qui la fede e le convinzioni personali sono del tutto indifferenti. Il nostro non poter non essere cristiani, dal mio punto di vista, fa tutt’uno con il nostro non poter non essere di cultura in senso lato occidentale. Allo stesso modo, posso non sapere nulla di ciò che la scienza definisce io, la stessa genetica non sa dare una chiara definizione dell’identità personale: si veda l’intervento del prof. Boncinelli alla prima edizione di “Crema del pensiero” (“Non avrai altro io all’infuori di me”). Eppure, come direbbe Hume, non appena chiuso il libro, torno a credere di essere io, di avere un’identità, di essere un soggetto. E il bello è che non me ne vergogno affatto. Certo, anche Pitagora parla di metempsicosi, e in Platone ci sono tracce di saperi remoti, di chissà quale provenienza, tali da avergli guadagnato l’attributo di divino. Ma questi frammenti di antichissime culture orientaleggianti non modificano l’essenziale occidentalità della filosofia a me accessibile.

Altrimenti che resta? La terza via verso Dio di cui parla Vattimo in un recente articolo (La Stampa, 7 aprile 2008): al di là del “mito” biblico e della razionalità spinoziana con il suo rigore matematico, non c’è che “l’inaccessibilità di Dio al pensiero logico e razionale”, la via della mistica, sulle tracce dei grandi mistici cristiani come Meister Eckhart e San Giovanni della Croce. Un’esperienza religiosa, al dire di Vattimo “tutta puramente razionale e proprio per questo rigorosamente mistica”. E anche in questo caso, si affaccia inquietante la domanda posta al relatore dal prof. Giorgio Carniti: ma allora chi pregheremo? L’assoluto mistero, secondo il prof. Torrero, l’Uno-Tutto che è Dio stesso, secondo il misticismo vattimiano.

Grazie, per ora rimango illuminista.

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