Data: 21.06.2013

Autore: Adriano Tango

Oggetto: Sull'evoluzione divina e la conciliazione delle posizioni

Titolo blasfemo! Un Assoluto in evoluzione!

So che qualcuno si dirà, da lui possiamo aspettarci questo e di peggio, oppure, non capisco perché si prenda la briga di voler conciliare quando tutte e due le posizioni, quella del credente e quella del realista gnostico, trovano pieno appagamento in se stesse.

Non voglio conciliare proprio niente, mi accorgo semplicemente che una visione delle cose, e non solo mia, ma anzi estremamente antica, non vede contraddizioni.

Il problema caso mai è: perché nel corso dei millenni quel che dirò è stato detto tante volte, e poi sono arrivate anche le conferme scientifiche, ma in tanti, per paura di cadere in una nuova credenza, o per estraneità a quanto non concordava con i canoni della propria, abbiano voluto capire altro o semplicemente girar pagina?

Partiamo, a caso, dall’antica Persia, poi andremo avanti ed indietro nelle concezioni storiche dell’assoluto.

A cavallo del V secolo a.c. dallo zoroastrismo gemmano varie concezioni filosofico – religiose che non si accontentano più dell’opposizione del bene e del male, impersonati da opposte divinità, come visione sacra del reale.

Fondamentale fra le tante sfumature del nuovo credo lo Zurwaismo.

Con potente intuizione la divinità, Zurwuan, è identificata nel tempo.

Non più una singolarità, attivamente o meno impegnata nelle cose del mondo, ma l’unica cosa di cui abbiamo esperienza senza alcuna possibile concezione: il tempo, il substrato stesso del divenire.

Ora, il fatto che il pensiero scientifico abbia posto il tempo fra le componenti delle celebri formule einsteiniane, al pari di grandezze misurabili, non ci aiuta proprio per niente a concettualizzarlo.

In tale concezione religiosa tuttavia la connessione con il mondo materiale viene ad essere poco chiara, almeno da quanto ci è attualmente dato di sapere su quell’antica dottrina: chiaro comunque che il senso delle cose starebbe nel loro divenire (evoluzione) e che lo spirito che anima il processo, in quanto tempo, è la divinità.

Balziamo avanti fino all’inizio dello scorso secolo: Teilhard de Chardin espone la sua dottrina secondo cui il “grande progetto” esisterebbe, ma si svilupperebbe in senso evoluzionistico.

Sì proprio così Dio si autorealizza!

All’inizio della storia dei tempi tutto è materia, alla fine tutto è divinità: scopo dell’evoluzione? Dar vita progressivamente nel tempo a Dio.

Blasfemo! Già, peccato che l’abbia concepita un prete questa visione, ed un prete poco osannato ma mai sconfessato dal pensiero religioso cattolico.

Ora il fatto è che oltre ad essere un religioso T.d.C. sia stato anche un uomo di scienza, un geologo: si potrà dire quindi che non ha resistito alla pulsione di conciliare le proprie conoscenze sui fossili con la sua visione cattolica del divino. Una voce isolata, aberrante, ed inoltre un richiamo ad una religione protostorica che solo io voglio evidenziare, quindi non fa testo!

Certo, peccato che la sua concezione del Dio come materia e biologia sia stata già quella di Spinoza e che rispetto alla somma del tutto, in senso materiale, questa visione non ci parli di altro che della teoria del big bang.

Non a caso Hawking parla del big bang come di un modello “Dio compatibile”.

Ma sicuro che il big bang sia una teoria di nuova formulazione e nata dalla scienza?

L’esposizione scientifica non è altro che il sistema per dare un alfabeto a ciò che la mente già sa.

Andiamo ad oriente, Cina, vari millenni fa: il tai.chi è l’emblema della realtà in forma di cerchio con una linea di demarcazione sinusoide, simbolo di rotazione, che separa i due colori, ognuno dei quali porta in se un pallino del proprio opposto.

Il simbolo é noto a tutti per averlo visto in negozi di cose orientali o in altre mille occasioni.

Bene, il pensiero preconfuciano ci ha tramandata anche l’idea che il Tai Chi nasca dall’ U Chi, il nulla assoluto, rappresentato da un cerchio vuoto.

Non si tratta di altro che della rappresentazione grafica ed ideologica di ciò che recentemente la scienza ha definito il momento di Planck: ad una frazione infinitesimale di tempo dal momento zero del Big Bang, un secondo alla meno sei se non sbaglio, nasce l’Universo e la materia si espande come massa amorfa rotante, salvo bolle di antimateria che si demarcano all’interno (i pallini del tai chi).

Antecedentemente a quel momento la nostra conoscenza, come modello matematico, si ferma, perché tutto perde di significato comprensibile.

Ma come hanno fatto antichi cinesi a fare un disegno che rappresenta l’inizio del mondo?

Si può rispondere che hanno voluta rappresentare la loro conoscenza dell’ordine delle cose, in cui anche l’inizio del mondo è compreso.

Comunque è dimostrato che l’uomo è capace di disegnare, in alterate condizioni percettive, il risultato grafico di complicate equazioni frattaliche senza conoscere niente sull’argomento o averle mai viste. Ma non divaghiamo. Cosa voglio dimostrare?

Che un’intuizione forte precorre il tempo della conoscenza e che delle nostre visioni intuitive della “così detta realtà” dobbiamo fidarci, perché quella forma di consapevolezza comunicabile che chiamiamo “dimostrazione scientifica” arriva solo dopo che tanti hanno detta la stessa cosa essendo considerati solo dei mistici, se non un po’ suonati.

Bene ancora, blasfema o meno la concezione di un Dio evolutivo che ci attende alla fine dei tempi, ma che essendo il tempo stesso, già nostra sostanza attualmente e non con noi dall’alto, mi sembra che non trovi contraddizioni né in una visione religiosa, se aperta, né in una visione gnostica.

Tento una definizione: Dio come “concezione del pensiero in cui la somma del tutto è uguale ad Uno, tempo e pensiero stesso compreso”.

Nulla di originale, è stato già detto in altre forme. Infatti.

Si può obiettare che una costruzione di questo tipo comunque costituisce un modello finalistico, una specie di disegno divino. Vero e falso, affrontiamo un altro aspetto.

Attualmente si discute sull’ipotesi che l’evoluzione non avvenga solo per “caso e necessità”, ma la materia stessa abbia una intrinseca volontà di “complessazione”, che l’ereditarietà non sia basata solo sulla trasmissione di geni, ma bensì di geni che trasmettiamo ai nostri figli modificati dalle nostre esperienze ed abilità acquiste: ad esempio il contatto con l’informatica sta espandendo geneticamente certe zone del cervello dei nostri figli: trasmettiamo loro un’abilità acquisita?

Pare stiano arrivando le dimostrazioni dall’RMN funzionale del cervello.

Ora c’è da chiedersi: ma se questa materia vuol divenire vita, se questa vita vuole evolversi, sa dove va? A cosa mira?

Ovviamente no, non lo sa, ma tutto procede per una spinta intrinseca, non per una volontà esteriore, in un’ipotesi di questo genere.

Quindi senza bisogno di un Attore esterno,il Quale ne costituisca la conseguenza come Somma del tutto?

Si può pensare che ciò avvenga nella Sua presenza piena lungo tutto il processo, non in base alla fase di sviluppo, nella Sua Forma Totale, essendo il tempo stesso Suo costituente.

Bene, immagino che il pensiero attuale di chi mi legge, almeno di quelli che hanno lasciato acceso il P.C., sia: questa illazione non serve a niente, per quanto possa essere una costruzione logica, sia pur basata solo su vaghi riferimenti.

Ribadisco, non si tratta di un’idea mia, ma di una posizione dura a morire nei millenni, anche se ogni volta che si ripresenta riappare come falsamente originale, senza riferimento agli antecedenti, dato che la figura, o il movimento di scena che la ripropone, li ignora.

Io ripropongo solo i parallelismi.

Credibile, alcuni diranno.

Ma ancora… a che serve?

Serve, serve questa come tante altre per turare il buco di cui abbiamo parlato in modo diverso.

Serve perché il buco lo possiamo turare o con un pacchetto di verità preconfezionata oppure filosofeggiarci sopra, ma pensare di poterlo lasciare aperto ed occuparsi di altro è inutile, è una mutilazione comunque.

Serve perché se guardiamo alla nostra esperienza di viventi non possiamo non accorgerci, da esseri intelligenti, che la realtà non è ciò che tocchiamo con mano, e neanche noi stessi, la nostra individualità psicofisica di cui superficialmente ci accorgiamo, solo ciò.

E’ una sensazione palpabile e non priva di dimostrazioni, su cui non mi soffermo in uno scritto così breve, ma se ne può parlare.

Doveroso quindi, fra i significati da dare alla nostra esistenza individuale, tentare l’interpretazione del legame fra quanto a noi sperimentabile e quanto non accessibile per dare coerenza al tutto, con modelli condivisi, o ognuno magari con il proprio modello.

A questo punto riprendo la domanda iniziale: perché una visione che in varie forme è stata più volte proposta da tempi quasi preistorici, almeno per la nostra cronologia occidentale, a quelli recentissimi della conoscenza scientifico filosofica, non ha mai preso piede?

Con dispiacere per l’Individuo debbo ammettere un’ipotesi: perché comporta la piena presa di responsabilità individuale, pur nell’ammissione della realtà del trascendente, nessuno spazio alla delega.

Nel momento in cui la Divinità non è più immanente su di noi, ma noi stessi ne siamo la componente, per così dire la stoffa per il momento più fine, nostro è il giudizio assoluto, nostro il peso delle azioni, senza spazi per la consolazione.

Ultima obiezione: ma a che serve un Dio che non si saprebbe nemmeno da dove possa trarre la propria autocoscienza e che se ne sta passivo ad attenderci alla fine dei tempi mentre questo giocattolo, il creato, si dipana e si raggomitola per realizzarLo perché poi Lui stesso si sparpagli nuovamente nella bruta materia?

Questo possibile ragionamento contestativo esprime un limite proprio della natura stessa della nostra intelligenza di uomini, sviluppatasi per affrontare problemi pratici e promuovere quindi la crescita individuale e della specie nella sua evoluzione.

Se questo strumento lo applichiamo all’astratto cade in trappole di questo tipo.

Quando il pensiero buddista, molto più vicino ai temi dell’universale, ha visto, vedi caso sempre la stessa storia, l’universo come l’alternarsi dei respiri di Brahama, espansione ed implozione, non si è mai posto questo problema.

Infatti potrei semplicemente rispondere e rispondermi: a che serve ? Serve a servire!

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