Data: 22.06.2013

Autore: Piero Carelli

Oggetto: A DIVIDERE SONO LE PROCEDURE ARGOMENTATIVE O I PRESUPPOSTI?

Grazie, Paola: non solo hai conquistato il pubblico su un tema così impegnativo, ma sei stata bravissima anche a stimolarlo. Se guardiamo all’efficacia, il tuo è stato un discorso da “retore”. Non so se abbiano inciso di più le tue doti “naturali” (il timbro della voce, la chiarezza espressiva, la dolcezza comunicativa) o le tue “tecniche” di persuasione: propendo per le prime.

Le mie reazioni al tema che hai esposto così efficacemente? Provo a scrivere qualche impressione (che richiederebbe, tuttavia, ben altro sviluppo).

Retorica e regole dell’argomentare: siamo in presenza di due “arti” o procedure separate o tra loro correlate? Se correlate, sono le regole dell’argomentare il “mezzo” funzionale al fine che è la “persuasione”?

Retorica e politica

Pensiamo alla politica. In una democrazia si “vince” se si “convince”. Per convincere, naturalmente, bisognerebbe portare delle “ragioni”. Quali le ragioni più funzionali a persuadere un elettore medio? Ragioni che puntano alla… razionalità dell’interlocutore o ai suoi “interessi” (legittimi) o, magari, alle sue paure? Ragioni che tendono ad argomentare le proprie tesi o a demonizzare l’avversario? Ogni “mezzo” in politica è “buono” se riesce a conseguire il fine del consenso: anche gli insulti, anche l’intercettazione degli umori più viscerali, anche l’evocazione di scenari apocalittici. Ma… i nipotini di Rousseau e seguaci si domandano: non è l’interesse “generale” l’obiettivo di quell’arte nobile che è la politica? Già, ma qual è l’interesse “generale”? I politici eletti rappresentano precisi interessi di parte, interessi che, però, loro tendono a spacciare per interesse generale. Chi mai dichiara di rappresentare gli interessi dei taxisti, dei farmacisti, dei notai, delle coop? Ovviamente nessuno. Perché, allora, i pur timidi tentativi del governo attuale di abbattere una serie di privilegi in nome dell’interesse di tutti i consumatori ha scatenato larga parte dell’opposizione? È legittimo che le categorie colpite protestino, ma è legittimo che i politici cavalchino la tigre di proteste corporative?

Ma… si tratta proprio di proteste corporative? Non siamo di fronte a “lavoratori” (taxisti) che sudano per guadagnare – come tutti – la pagnotta quotidiana? Che cosa sono i loro privilegi di fronte a quelli dei grandi evasori o degli stessi parlamentari (ed europarlamentari italiani)? E nella protesta dei farmacisti non vi è la nobile battaglia della “salute dei cittadini” (non è questo un interesse “generale”?) contro gli interessi corporativi delle potenti coop e multinazionali del settore della grande distribuzione? Non è una cosa nobile, poi, difendere categorie che, altrimenti – senza alcun padrino politico – potrebbero scatenare proteste violente?

Già, dov’è la distinzione tra interessi “corporativi” e interesse “generale”? I sofisti parlavano di discorsi duplici: ogni argomento può essere affrontato in un modo o nel modo opposto. Vi è, davvero, un modo di vedere un argomento dal punto di vista dell’utile generale?

Retorica, relativismo: è questo lo scenario della politica. Ed è all’interno di questa cornice che hanno senso le “ragioni”, le “argomentazioni”. Una cornice che – a determinati livelli – si arricchisce della componente della “mediazione”: una paziente mediazione di punti di vista (interessi?) tra le varie anime di una coalizione, all’interno di una commissione parlamentare, nell’Aula del parlamento…

Retorica e letteratura

Lo scenario muta se cambiamo ambito? La retorica domina anche nella stessa letteratura: non siamo di fronte a una serie di tecniche tese a creare effetti speciali (dalla suspence allo stupore)? Che cos’è Dan Brown se non uno straordinario “retore” che non solo riesce a costringerti a tenere il fiato sospeso per due giorni, ma a convincerti che è vero ciò che vero non è? Non è tutta la letteratura un monumento alla “potenza della parola” teorizzata dal retore-sofista Gorgia?

Retorica e filosofia

C’è qualche ambito in cui la retorica non trionfa? In filosofia, forse? L’utopia di Cartesio, Spinoza, Leibniz & C. – il sogno cioè di costruire un sapere vero, condiviso da tutti, fondato tramite le regole argomentative “cogenti” (rubo l’aggettivo all’amico giudice Antonio Ferrari) della geometria su premesse “evidenti” – è clamorosamente fallita. In assenza, allora, di una verità che si impone a tutti per la sua autoevidenza, i filosofi non sono diventati dei “retori” che cercano di convincere più interlocutori possibili della “forza” delle loro “opinioni”? Ora, che cosa dà “forza” alle loro opinioni? Davvero il rigore argomentativo? I filosofi conoscono ed applicano bene le regole dell’argomentare rigoroso, ma perché questo, spesso, non consente loro neppure di “dialogare”? Prendiamo in considerazione un filosofo “forte” qual è Emanuele Severino. “Mostruosa” la sua logica, unica la sua potenza argomentativa: a confronto con il suo “rigore geometrico”, le argomentazioni degli altri sembrano... chiacchiere. Eppure non convince. Paradossalmente possiamo dire che “affascina” (si legga, per curiosità, almeno una pagina di una delle sue pubblicazioni edite dall’Adephi), ma non “persuade”. E non persuade non perché afferma tesi… inaudite, ma perché tutto il suo “sublime teorema” si fonda su… postulati che altri non considerano per nulla “evidenti”, ma solo costruzioni linguistiche.

Non sono sempre i “presupposti” (una diversa “interpretazione” dei “dati” scientifici, il background filosofico o religioso) la fonte delle diatribe in bioetica?

Per trovare deduzioni rigorose da premesse evidenti, “l’argomentare veritativo e non solo persuasivo” (per rubare un’espressione dell’amico Tiziano Guerini) dobbiamo volare nell’Olimpo della matematica? Forse, no: non siamo in presenza, anche qui, di semplici “coerenze logiche” che hanno valore solo per chi condivide i postulati di partenza?

A dividere, allora, più che il rigore dimostrativo, non sono i “punti di partenza”? Se sì, siamo destinati a convivere con “linguaggi” che non comunicano tra loro, oppure si può sperare che, almeno in alcuni ambiti che hanno più a che fare con i dati sperimentali - mi riferisco, in particolare, alla bioetica -, si possa arrivare, con maggiore attenzione ai “presupposti”, a conclusioni più condivise?

Crema, 18 settembre 2006

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