Data: 22.06.2013

Autore: Luca Lunardi

Oggetto: Chi ha paura della logica?

Raccolgo l’invito di Tiziano Guerini: proprio di verità, poco oltre, vorrei parlare.

Non è forse tempo perso guardarsi intorno per verificare chi, tra chi fa filosofia, reputa la logica materia degna di attenzione. Tra le molte dicotomie che infestano il dizionario dei concetti filosofici, ve n’è una che bipartisce lo stesso popolo dei filosofi, assurta per qualcuno a vera e propria regola paradigmatica di classificazione intellettuale dei pensatori del ‘900. Come spesso accade nei casi di catalogazioni vaghe e un po’ arbitrarie, è fatta più di eccezioni che di regole. Mi riferisco alla ormai vecchia diatriba fra “analitici” e “continentali”. Secondo chi la sostiene, trattasi di due mondi semi-impermeabili l’un l’altro, spesso conflittuali, diversi per atteggiamento verso il mondo, diversi nel modo di attaccare i problemi e – come lascia intendere la stessa terminologia – perfino distinguibili per provenienza geografica. Da una parte gli eredi di Hegel, Husserl o Heidegger – “continentali” - impegnati a produrre sistemazioni metafisiche quando non divagazioni poetiche, fini giocolieri della parola e spesso critici sospettosi della scienza con i suoi oggettivismi. Dall’altra figli e nipoti di Frege e Russell, convinti che la filosofia consista sostanzialmente in un’attività di smascheramento di nonsensi e sofismi; un lavorìo a volte estenuante di precisazione dei contorni di particolari oggetti e concetti, dei limiti epistemici e delle operazioni che li riguardano; la convinzione che qualunque speculazione debba passare attraverso l’analisi del linguaggio che la sostiene, pena sconfinamento nella metafisica (che per qualcuno è una vera e propria parolaccia, di quelle che si proibiscono ai bambini); infine, l’assegnazione di un ruolo fondante, o comunque cruciale, alla logica. Wittgenstein dedicò una riflessione parossistica alle forme logiche del linguaggio, ed i suoi epigoni produssero armamentari tecnici la cui padronanza richiede un pesante studio preparatorio ed una pazienza infinita, per conseguire spesso risultati dubbi e di portata limitata (vedi un Carnap); altre volte, invece, il pionierismo di un Tarski o di un Gödel hanno permesso di conseguire risultati grandiosi, in grado di influenzare anche il “campo avverso”. La presunta guerra tra le due fazioni, che da una distinzione puramente tecnica riesce a sconfinare in contrapposizione ideologica – azzarderei pragmatismo anglosassone vs. storicismo continentale, e per i meno raffinati America muscolosa vs. Europa “dialogante” – è smentita dalla presenza di una folta schiera di pensatori non allineati e trasversali, a conferma – se ce ne fosse bisogno – che certe classificazioni vanno prese con le molle. Tuttavia, tale giustapposizione conserva una certa fecondità, se come ago della bilancia si considera proprio il grado di considerazione riservato alla logica da parte di chi fa filosofia. Sempre con tutte le cautele del caso, pare che sia il partito “analitico” a tenere le tecniche logiche in maggiore considerazione, forse proprio per la concezione di “filosofia” che esso conserva, indubbiamente più modesta e circoscritta rispetto a quella del partito avversario, che invece – anche qui, generalmente parlando – fa propria una visione più totalizzante, universalistica e speculativa del pensiero, senza indulgere generalmente in tecnicismi formali.

Fin qui, nulla di nuovo. E non è certo originale scrivere che vi è buona e cattiva filosofia indipendentemente dall’etichetta che qualcuno vi ha appiccicato per esigenze manualistiche. Tuttavia – ed è qui che chi scrive comincia a “prendere partito” – mi pare difficilmente negabile che non esiste buona filosofia che faccia a pezzi la logica, e non è un buon filosofo chi riempie i propri lavori di fallacie – formali, semantiche – mascherandole dietro gerghi roboanti o concettualizzazioni affascinanti ma sfuggenti. A questo vincolo non può sottrarsi nessuno che voglia esercitare la ragione, a dire il vero non solo i pensatori di professione, ma anche l’uomo “della strada”, durante le sue normali attività comunicative e transazioni sociali. Se di ciò di cui non si può parlare si deve tacere, è altrettanto importante dire chiaramente ciò che si vuol dire (en passant, aggiungerei che purtroppo anche l’autore del Tractatus predicò bene ma razzolò male, non solo per la chiarezza, ma anche perché ci viene detto dopo una sequela irritante di proposizioni criptiche che tutto quello che precede è indicibile. E’ genio o turlupinatura? Non l’ho mai capito. Come si intuisce anche tra gli “analitici” c’è del misticismo – ammesso che Wittgenstein sia un analitico, come a prima vista si direbbe). Dire chiaramente ciò che si vuol dire, dunque, e farlo senza pseudoargomentazioni. Ebbene, apriamo un manuale di logica, e ciò che ci troviamo davanti – al di là della strumentazione formale - è in massima parte un paradigma bivalente per ciò che riguarda un venerabile concetto filosofico, quello di verità (a dire il vero esistono logiche non bivalenti, ma sono curiosità esotiche; mi guardo bene dal prenderle sottogamba, perché la storia delle idee è piena di presunte stranezze inutili che poi si sarebbero rivelate enormemente feconde). Una sana e robusta argomentazione ruota intorno ai poli di vero e falso per giungere ad una conclusione che gonfia il nostro petto di una gioia spinoziana, ragionevolmente convinti della “bontà” di ciò che siamo andati sviluppando. Abbiamo fatto uso di un insieme di dati di fatto, una batteria generalmente non molto contorta di deduzioni, qualche induzione probabilistica, conclusioni tratte da altri generalmente accettate e usate come premesse intermedie, e naturalmente rocce intoccabili come il principio di non contraddizione. Già qui si potrebbero forse levare voci di disappunto ed intricati problemi che farebbero magari cadere uno ad uno gli elementi che sopra ho indicato, ma mi sia lasciato lo spazio per concludere. Credo che l’elemento più controverso tra quelli menzionati sia quello che sopra ho indicato come fatto. Non sono così pazzo da addentrarmi nella disquisizione su cosa sia un fatto in filosofia, ma per i miei modesti scopi è sufficiente considerare quello che il senso comune accetta come tale: un avvenimento o relazione fra entità che è suscettibile di controllo, all’interno di un impianto metafisico assimilabile all’etichetta di realismo (esiste un mondo là fuori, indipendente dalla nostra percezione di esso). Fin qui, obiezioni accademiche a parte, non credo di essere lontano dall’idea che la gran parte di noi ha circa la razionalità. Ma voglio ora prendere spunto da una recente pubblicazione che contesta proprio il presunto “realismo” obiettivistico che fa da sfondo alla concezione di cui sopra.

Uno dei libri di Reset intitolato Il bello del relativismo sostiene già nell’introduzione che è proprio il paradigma che viene chiamato “realismo”, o meglio “oggettivismo” quello definitivamente in crisi, nella nostra epoca postmoderna e secolarizzata. Viene dato per scontato, dicendoci che “non si torna indietro”, che ormai non esiste verità al di fuori dei limiti del linguaggio (Wittgenstein: un “analitico”?), che l’essere non è ma accade (Vattimo), che non esistono fatti ma solo interpretazioni (Nietzsche), che le vecchie distinzioni analitico / sintetico e riduzione ai dati di fatto sono ormai insostenibili (Quine: un altro “analitico”), e molto altro, tutto estrapolato da territori magari distanti ma presuntamente convergenti verso una distruzione di quel preteso oggettivismo a cui oggi non dovrebbe più credere nessuno. Naturalmente percorre tutto il libretto la sottile ironia distruttiva di chi la sa lunga, e si guarda ai vecchi dinosauri ancorati alla verità come corrispondenza con i fatti come dei fossili estinti senza saperlo. A sostegno di questa impostazione vengono chiamati in causa diversi pensatori, presunti “analitici” e “continentali” dei quali si considerano solo i pezzi incastrabili nel disegno precostituito, producendo molta pars destruens e ben poche proposte costruttive, come in tutte le filosofie scettico – relativistiche. Ma la questione che più mi preme qui è proprio quella critica dell’“oggettivismo” che farebbe parte di un vecchio discorso che, nonostante la presunta “scientificità” degli assunti di fondo, sarebbe in realtà già superato dall’ermeneutica. Assieme al depotenziamento ontologico, se ne va anche la classica concezione di verità, ed assieme a questa - temo con un brivido lungo la schiena - anche la solidità delle nostre argomentazioni. E allora addio alla ragione e alla filosofia: anything goes. Già la difficoltà nell’attuare una buona pars construens nelle deboli filosofie del postmoderno le fa apparire come sospette, impegnate a demolire i presunti racconti totalizzanti senza saper offrire un’alternativa valida. In questo hanno un’affinità strutturale con la filosofia analitica del linguaggio, ma almeno quest’ultima si limita alla critica di questioni circoscritte senza avere la pretesa di perlustrare territori eterei finendo col creare un’altra metafisica nonostante le intenzioni. Se la filosofia analitica ha un pregio, è quello di portare una boccata d’aria fresca tra le esplosioni speculative di certa metafisica selvaggia, usando la logica come strumento razionale (nonostante le numerose eccezioni); ora ci viene detto, rivisitando verità, falsità e loro condizioni di verifica, che i fatti sono solo questione di interpretazione, e la filosofia che ha fiducia nei fatti e nella tecnica che fa leva su di essi avrebbe una vocazione totalitaria. Io penso esattamente il contrario: una filosofia che non sa più distinguere il vero dal falso è una porta aperta alla barbarie, perché perde gli strumenti per opporre la ragione contro di essa. Probabilmente il Giorello della situazione mi bacchetterebbe stizzito ricordandomi che tutti i manuali di filosofia della scienza non parlano di fatti senza delineare un complesso di teorie che fanno da cornice interpretativa, e che nello scegliere dei fatti se ne trascurano sempre degli altri, o che la meccanica quantistica rivolta come un guanto proprio la logica binaria, e molto altro ancora; ma questo non ha nulla a che vedere con la critica che sto cercando faticosamente di enucleare. Ciò che voglio dire è che nessun intellettuale onesto, impregnato di spirito scientifico in senso lato, si rifiuterà mai di mettere alla prova le proprie teorie su un terreno intersoggettivo e controllabile, e di testarne la fecondità senza aggiustamenti ad hoc; e, last but not least, cercare la verità in modo argomentativo e dialogico non vuol dire aver la certezza di trovarla, ma nemmeno negarne l’esistenza. Dopo quel depotenziamento relativistico non sapremmo più come rispondere a chi fa leva sulla fragilità ontologica del fatto per giustificare tesi aberranti, stupri della storia, interpretazioni “alternative” a volte rasenti l’assurdo, fino a veri e propri crimini intellettuali come le varie specie di negazionismo: tutti obbrobri che nascono dall’incapacità più o meno cosciente di argomentare, ulteriormente degradata dalla scarsa considerazione per la realtà dei fatti alimentata dall’ideologia. Che il fatto sia un’entità quasi sempre avvolta nella nebbia non ci solleva dall’onere della prova: purtroppo, invece di potenziare gli strumenti di indagine, si nega la realtà dell’oggetto di indagine (la sua consistenza ontologica). Questo non è un passo avanti: è l’abdicazione della filosofia, che come già insegnavano in Grecia è ricerca della verità, non del linguaggio oracolare sciorinato per stupire il lettore.

Naturalmente tutto ciò è solo una sensazione, un’intuizione, una presa di posizione criticabile in tutto o in parte che deriva dalla personale sensibilità, che anche per formazione ha profondo rispetto della mentalità scientifica e guarda con sospetto chi con sospetto guarda alla scienza. Ma vale la pena guardarsi intorno per verificare chi, con argomentazioni discutibili, parla di bancarotta della scienza non rendendosi conto che ha fatto molto di più per l’umanità l’invenzione della lavatrice – possibile con l’asfittica filosofia della ripetibilità dell’esperimento, del controllo empirico delle teorie e della loro coerenza formale – piuttosto che le fumosità del pensiero ermeneutico - decostruzionista - postqualcosa, ultima moda intellettuale che appare come la reazione raffinata di chi trova che scienza e tecnica siano attività per cervelli quadrati che aspirano solo a piegare l’uomo e la natura al proprio istinto dominatore.

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