Data: 22.06.2013

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Neanche un prete per chiacchierar…

Ci sono due categorie di persone: quelle che pagano e quelle che si fanno pagare per essere ascoltate. In un mondo in cui è la televisione a decidere chi ha il diritto di appartenere alla seconda categoria, chi ha qualcosa da dire ma non va in televisione può scegliere fra diverse possibilità: affidare le proprie riflessioni allo strumento anonimo ma rassicurante di internet, oppure, se non ha trovato amici disposti a condividere con lui le ansie grandi e piccole della vita, rivolgersi al consulente filosofico. Deve essere chiaro, come i relatori del 10 aprile hanno ripetutamente sottolineato, che non si tratta in questo caso di vere e proprie nevrosi, né tanto meno di psicosi, per le quali sono consigliabili altri tipi di consulenze e terapie. Si tratta piuttosto del disagio esistenziale, del male di vivere nel quale prima o poi tutti ci imbattiamo in momenti particolari di crisi o decisioni cruciali. Per citare ancora una volta i relatori, “una terapia per sani che non risolve i problemi, ma ne facilita la chiarificazione”.

Sono combattuta: da un lato ammiro sinceramente questi giovani che si stanno inventando un “nuovo profilo professionale” (come si usa dire oggi) di tutto rispetto, dal momento che comporta un approfondimento di tre anni dopo la laurea.

Dall’altro mi chiedo: ma che tessuto sociale logoro, che scuola sgangherata o assente, che famiglia sconnessa, che relazioni umane latitanti devono stare alle spalle di questo novello Atlante costretto a pagare qualcuno perché parli con lui, o piuttosto lo stia ad ascoltare e gli riformuli il problema… “Neanche un prete per chiacchierar”, cantava Celentano in Azzurro: evidentemente anche i preti non funzionano più come padri o consulenti spirituali. In effetti ricordo di avere assistito a Padova, presso la chiesa del Santo, a uno spettacolo quanto meno curioso: una coda di fedeli in attesa di udienza presso un frate che non so se poi elargisse consigli o si limitasse alla chiarificazione del problema. Certo è che chiedeva un’offerta libera, e a volte l’offerta libera è assai più generosa di quella prevista dalle tariffe ufficiali, specie se a deciderne l’importo è una persona di modesta disponibilità economica.

Ciò detto, trovo apprezzabile per vari aspetti il lavoro del consulente filosofico così come è stato presentato da Pietro Pontremoli e Stefano Tanturli. Innanzitutto, in generale, ben venga qualsiasi tipo di dialogo capace di farci riacquistare la visione della totalità. L’esempio del vaso/profili di Rubin allude a questa capacità oggi purtroppo accantonata a vantaggio di studi settoriali d’ogni genere, dalle pur auspicabili specializzazioni mediche, a sofisticate applicazioni tecnologiche, investigazioni scientifiche, analisi pseudoqualitative delle procedure del lavoro in vari ambiti.

Con buona pace degli analitici, ammesso e concesso che la totalità non sarà mai accessibile all’uomo sul piano metafisico, certo è che la vita si deve affrontare con una visione unitaria, sorretta da un sostrato di senso, che comunque la vogliamo chiamare (magari Weltanschauung) incide sulle decisioni che quotidianamente assumiamo. E’ questa, credo, la più profonda motivazione di quel bisogno di filosofia che oggi trova svariate e differenziate forme per esprimersi: l’affluenza di centinaia di ragazzi ad ascoltare letture o ad assistere a rappresentazioni teatrali dei classici della filosofia, il pubblico di migliaia di persone di diverse età al festival di filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo da cinque anni a questa parte (e in futuro, speriamo, anche a Crema), il ritrovato interesse per l’iscrizione alla facoltà di Filosofia – a cui, peraltro, non sempre fa seguito un regolare corso di studi coronato da laurea, e anche su questo si dovrebbe riflettere – la frequenza ai caffè filosofici, e non ultimo il ricorso al consulente filosofico.

In secondo luogo, i riferimenti specifici ai classici fatti dai relatori mi paiono di estremo valore. Credo che nessun insegnante che legga con i propri studenti Platone, Aristotele, Epicuro, Seneca, Rousseau, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche o Gadamer possa dire di non aver avvertito nei ragazzi quell’interesse che scatta solo quando si sente parlare di qualcosa che ci tocca da vicino, e che diventa percepibile grazie allo sguardo, alla postura e a un silenzio carico di pensiero e aspettative, segnali ancor più veritieri di ogni domanda. Ma per quanto attiene la scuola, c’è qualcosa di più da dire: non è forse casuale che il consulente filosofico trovi spazi per lo meno per il momento in quelle scuole superiori che non prevedono l’insegnamento della Filosofia. A questo proposito, ci si dovrebbe chiedere se l’attuale progetto di riforma della superiore, che esige la scelta precoce di un percorso ricco o povero di filosofia, sia proficuo per la formazione delle prossime generazioni, o se piuttosto si debbano riconsiderare le vecchie proposte ormai accantonate che suggerivano di estendere tale insegnamento a tutte le scuole superiori. Ma il consulente filosofico non è un insegnante, e il suo vantaggio rispetto a quest’ultimo è di prendersi solo il bello della maieutica, ossia di non avere nulla a che fare, non dico con la burocrazia, ma con interrogazioni e verifiche, che falsano e guastano ogni autentico rapporto insegnante/alunno o consulente/consultante.

Ultima considerazione: Pietro Pontremoli ha insistito a più riprese sulla possibilità di un percorso breve, che talvolta può esaurirsi in un’ora di consulenza. Certo questo è un carattere peculiare che differenzia la consulenza filosofica non solo dall’insegnamento, ma anche dalla psicoterapia. Non nascondo però un certo sospetto in proposito: quali ragioni possono indurre il consultante a non richiedere un ulteriore intervento del consulente dopo un solo incontro? Tralascio le numerose interpretazioni malevole, che consegno alla fantasia di chi legge, e ne ipotizzo una benevola: forse chi si reca dal consulente filosofico spinto più da curiosità che da disagio profondo scopre o riscopre la bellezza della lettura e il piacere del dialogo fra persone. Esseri umani non troppo diversi, nei sentimenti e nelle paure, da quei ragazzi ateniesi che in palestra o nell’agorà si allenavano a interrogare e a cercare, incantati dal metodo di Socrate. Questo piacere è oggi spesso negato da una vita frettolosa, occupata da chiacchiere superficiali e falsamente riempita di stordimento. Se il consulente filosofico ha un futuro, per i giovani c’è speranza di riconquistare qualche brandello di significato.

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