Data: 22.06.2013

Autore: Adriano Tango

Oggetto: Bello è ciò che piace?

Questa volta scrivo per chiarire quanto accennato nella serata del 13.3.

Infatti altre due volte ho scritto quasi a scusarmi di essere mancato.

E allora si dirà, se non c’eri almeno stai zitto!

Giusto

Veniamo al sodo.

Una serata in cui la Relatrice, Dott. Marmotti, è facile da seguire in quanto appassionata anche se tecnica, penso abbia un po’ preso in contropiede i presenti: l’attesa di una esposizione sui valori relativi o assoluti dell’estetica in arte si è venuta a circostanziare nella sua specifica competenza, la conservazione del bello, il restauro.

Quindi un’iniziale titubanza, il tema fondamentale, relativismo del bello, pare un po’ in disparte.

Ecco che l’uditorio si anima, perché in quest atto, l’intervento conservativo, non c’è solo ammirazione o disapprovazione, c’è interventismo e decisionalità.

Interventismo perché l’opera ne esce in qualsiasi modo cambiata, se non altro “sigillata” nella sua evolutività temporale, decisionalità perché sembra esserci alla base una graduatoria di dignità delle opere d’arte per una equa allocazione delle risorse.

Davvero?

Ci torno e riparto dal bello.

Se bello e ciò che piace ciò che non piace è brutto.

Falsa prospettiva.

Il problema è quello di anteporre come abitudine della logica occidentale l’oggetto obiettivabile anziché il rapporto, dinamico.

Ciò è sbagliato in assoluto, dimostratamente sbagliato in ogni campo: come sappiamo dalla fisica delle particelle: l’osservatorte osservando modifica l’osservato.

Non c’è nulla che sfugga ai rapporti, unica realtà nel presunto reale.

Ho anticipato logica occidentale perché in una visione genericamente “orientale classica” non si cade in questa semplificazione.

Stiamo parlando non di generica realtà ma di estimazione artistica: è proprio il rapporto il centro del discorso.

Entriamo ipoteticamente in una galleria d’arte con un gruppo di visitatori.

Prime sale paesaggi, roba accattivante con l’alberello il laghetto, le colline, i colori dell’autunno.

Tutti li troveranno “rassicuranti”, accessibili, non bellissimi ma ben fatti.

Poi i corridoi si dividono ed il gesto degli artisti diviene più specialistico.

Vedremo alcuni visitatori rapiti.

E gli altri?

Non sentiremo come commento “ma che brutto!” ma solo “non ci si capisce niente!”

Il legame non è scattato, non vi è empatia, l’amo lanciato dall’Autore non ha fatto tendere la lenza.

Quindi ciò che piace causa selezionatamene attrazione perché crea comunicazione, ciò che non piace è solo buio, assenza di luce, non contrario della luce.

Graficamente possiamo vedere rappresentata una visione strettamente relativistica come settori bianco – neri di una sfera, una “selezionistica” come una base, la cattedrale ad esempio, e le sue guglie, non contrapposte, ma alternative in quanto emergenti dalla base.

Altro problema.

Ma l’Autore sapeva coscientemente che esca usava poi?

Certo che no, per me almeno.

Qualcosa attraverso di lui comunicava.

Cosa?

La sua epoca filtrata dalla sua “anima”, ma un’anima così nascosta da essere inindividuabile.

Quindi non Autori ma interpreti, certo, più o meno dotati, ma criptici anche a se stessi.

Si può obiettare che se Michelangelo ha prodotto quell’opera è perché è esclusiva del proprio animo!

Sicuro?

E che relazione troviamo fra le personalità di Albano Carrisi e Michael Jackson?

Eppure dalle due rive opposte dell’oceano anni fa scrivevano la stessa canzone per poi farsi causa per plagio, invece di cenare insieme e cercare la fonte di questo mistero.

Ma magari il motivetto lo stava già fischiettando un direttore di banca del tutto estraneo allo spettacolo andando a comperarsi il giornale.

Semplicemente l’aria ne era satura, le note dovevano cristallizzarsi.

In ciò quindi il senso e la tipologia del restauro: il tempo non è reversibile, lo stesso Autore rinascendo non potrebbe più produrre la stessa opera, non solo bella, evocativa!

Nella stessa serata si è poi detto in poche parole: il restauro costa, cosa si restaura?

Il problema dell’allocazione delle risorse emerge prepotentemente in tutti i campi, ma in questo caso è una vere trappola ideologica.

Se ammettiamo delle priorità ammettiamo anche una graduatoria e quindi diamo alla bellezza un valore assoluto misurabile oggettivamente!

Non credo.

Generalmente l’opera d’arte più accreditata è anche più complessa di elementi e più intrisa di storia.

Non solo, il messaggio di base incontra più canali, una rete, non un singolo amo.

Quindi il critico d’arte nella sua preparazione e sensibilità non misura l’intensità di un valore ma una percentuale rapportativa, evocativa.

E dell’arte minore, pensiamo a semplici opere rurali, che ne facciamo (altra cosa emersa)?

Per fortuna la più semplice è anche quella che si può restaurare spesso”fai da te” o con costi bassi, risorse locali.

Ma chie perché lo dovrebbe fare?

Girando per le campagne francesi capita di leggere all’ingresso secondario di semplici casolari “Musèe”

Cinque franchi, quando tanti anni fa’ ci gironzolavo io con la famiglia, figli giovani, per veder cosa?

Il letto della trisavola con il suo vestito bello adagiato sopra, la gabbia d’ottone dei canarini, addirittura il vaso da notte del nonno!

Ma era proprio il caso di esporlo un oggetto così prosaico?

Cosa avrà mai di bello?

Il nonno Pierre non lo aveva mai visto certo bello, magari di notte col freddo invernale, quando la latrina esterna era irraggiungibile, l’aveva solo benedetto per la sua utilità.

Guardandolo meglio si scopre quanto sia legato a nonno Pierre, ad un documento di compromesso d’acquisto a sua firma rigorosamente vergato a china incorniciato ed affisso alla parete, alla sua pipa sulla mensola.

Il vaso di metallo laccato evoca, crea un legame con un’era che non può essere risvegliato da un’altra arte.

Lungo il filo teso scorre empatia.

Guardato così ci crea piacere, ci attrae, è bello in altre parole.

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