Data: 22.06.2013

Autore: Tiziano Guerini

Oggetto: A PROPOSITO DELLE “FILOSOFIE DELLA PRASSI”

(nota provocatoria per avviare una riflessione generale all’interno del nuovo argomento – filosofia e…- che abbiamo iniziato ad approfondire come Caffè filosofico; e per rilanciare così il confronto “scritto” che si è, mi pare, un poco affievolito.)

Alcuni ritengono che occuparsi di filosofia della prassi significhi abbandonare la filosofia teoretica. Non è vero. Anzi è vero esattamente il contrario: non si dà filosofia della prassi se non a partire dalla filosofia teoretica : come non è possibile definire un segmento se non a partire dalla retta. La prassi ( IL COMPORTAMENTO DELL’UOMO) infatti, non è altro che un segmento della totalità; una dimensione con un inizio ed una fine che non potrebbe essere individuata se non avendo presente “l’oltre”. Ma anche le scienze sono un segmento della più vasta conoscenza: in che cosa, allora, la filosofa della prassi si differenzia dal conoscere scientificamente? L’atteggiamento filosofico – anche in ambito pratico - deve comunque essere caratterizzato da definizioni valide per tutti e per sempre ( e quindi assolute, nel loro campo: devono godere cioè di una assolutezza “umana” – la teoreticità, invece, di una assolutezza “divina”), mentre le valutazioni scientifiche (per quanto possano essere –provvisoriamente-validate) hanno comunque un carattere di progressività e probabilistico che le espone alla obsolescenza.

Filosofia della prassi e conoscenza scientifica sono quindi due cose molto diverse.

Si fa filosofia della prassi quando – all’interno di un determinato ambito di conoscenza – si cerca di individuare “l’essenza, il concetto, la definizione ”che caratterizzi -tutte e per sempre- le cose che a quel determinato ambito appartengono ( e vi appartengono proprio perché rispondono a quel “concetto”).

Socraticamente, ed esemplificando: cosa sia “il sacro”, cosa “la virtù”, cosa “l’amore”, ecc.

In primo luogo, però, fare filosofia della prassi significa che gli oggetti specifici della riflessione devono anzitutto rispondere ai criteri determinati dalla riflessione teoretica: prima di rispondere, ad esempio, alla domanda “chi è l’uomo” (e qualsiasi altra cosa si voglia de-finire) devo aver presente la sua appartenenza alla dimensione più ampia – e totale- dell’essere, e ad essa coerentemente attenersi. (ogni conoscenza “fisica” poggia su una conoscenza “metafisica” esplicita o implicita.).

(nota) Ho citato “il divino, il sacro”: anche la religione, come la filosofia, intende avere una dimensione totale (oltre l’umano) del conoscere; in che cosa allora si differenzia? Qui la risposta è più semplice: la totalità di cui si occupa la filosofia si intende definita logicamente e razionalmente (di una logica e di una razionalità assolute),mentre la religione avanza le proprie credenze sulla base di una fede. Va da sé che la filosofia è logicamente prioritaria rispetto alla fede, potendo quest’ultima fare affermazioni di fede ( e quindi ipotetiche) solo nel rispetto degli elementi di razionalità assoluta.

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