Data: 22.06.2013

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Il dialogo possibile

In un recente articolo del Corriere della sera (“Il futuro di fede e scienza”, 31 ottobre 2005), Ernesto Galli Della Loggia propone un’interessante interpretazione della storia e della cultura europea. L’ipotesi è che l’Ottocento e il Novecento possano essere considerati una sorta di unico lunghissimo secolo, caratterizzato da ascesa, dominio e decadenza delle ideologie sociali, ossia di quelle visioni del mondo che assegnano “una centralità assoluta alla dimensione collettiva”, e un ruolo subordinato al singolo. Tale prospettiva verrebbe definitivamente accantonata con la caduta del muro di Berlino e il tramonto dell’esperienza sovietica. Ma a tale crollo non farebbe seguito l’immediata affermazione di una visione del mondo già organicamente strutturata intorno a valori alternativi, quali quello dell’individuo e della soggettività. Anzi, oggi l’individuo rappresenterebbe un campo di battaglia, dove si affrontano le uniche due ideologie sopravvissute: religione e scienza. Ovvio che la prima si presenti come capace di ancorare la persona a qualcosa di saldo e non-relativo, mentre la seconda promette all’individuo “l’ampliamento concreto della sua sfera di autodeterminazione (fin quasi ai limiti della fantascienza)”, se non addirittura - aggiungo io - il soddisfacimento del più antico desiderio umano, dovesse pur comportare il superamento di confini etici un tempo ritenuti invalicabili: il desiderio di felicità. Insomma, persona e progresso si affronterebbero come due nemici, sotto le bandiere di Chiesa e scientismo, incapaci l’una e l’altra di rappresentare, da un lato, una presunta naturalità, e dall’altro uno spregiudicato “divenire” con relativa volontà di potenza. A ragione Galli Della Loggia conclude mettendo in guardia da facili semplificazioni, e alludendo a un più articolato scenario, dove è in gioco “l’orizzonte culturale dei tempi e in fin dei conti l’avvenire di noi tutti”. Peccato che poi il discorso rimanga in sospeso proprio qui, e l’annunciata complessità non venga analizzata.

Forse gli elementi per questa analisi sono già stati offerti agli habitués del “Caffè filosofico” dalla relazione di Silvano Allasia: il dialogo è possibile (deve essere possibile) con coloro che, in ambito religioso, sostengono posizioni non dogmatiche, intendendo il relativismo come la premessa necessaria della fede cristiana (Antiseri), o proponendo una sorta di cristianesimo militante capace, per così dire, di ricollocare i valori a livello della prassi, ambito al quale si richiamano spesso molti interventi del nostro “Caffè”. La Chiesa, dice don Zucchelli, ha fatto tanti cambiamenti costretta dal mondo. E’ vero: costretta, non convinta. Le dure lezioni della storia l’hanno indotta a moderare alcuni toni, a cercare e trovare mediazioni. Ma la vera mediazione è quella di chi è convinto, di chi è davvero disponibile al dialogo.

Ho trovato molto interessante l’intervento di Claudio Ceravolo a proposito della presenza dei veri valori cristiani nel terzo mondo. E’questa, credo, la sfida di oggi, e affrontarla significa credere nella possibilità di salvare la “verità dei valori fondanti” (ancora don Zucchelli) che è premessa di una ricerca comune. Non credo che si tratti di retorica. Né penso sia proficuo partire armati di pregiudizi e risentimenti che nascono più dalla delusione di chi aveva creduto nel mito del beau sauvage, che da una presa di coscienza della reale condizione di popoli lontani. Va bene: l’illuminismo è ormai superato, come ammonisce l’amico Piero Carelli. Siamo ben oltre la statua di Condillac: siamo simbionti. Ma simbionti che devono comunque ancora e sempre fare i conti con i problemi della vita, del dolore, del sesso, della paura, della malattia e della morte. Possibile che non ci resti un po’ di interesse per l’umanità, uno slancio di fiducia nella capacità di riconoscere noi stessi negli altri? Se qualcuno dice che abbiamo bisogno di “due ali” (ragione e fede), mi pare che precluda la possibilità di volare a una parte, grande o piccola, dell’umanità. Preferisco pensare che per un possibile dialogo sia sufficiente quella che Gardner chiama intelligenza interpersonale: la capacità di empatizzare con gli altri, di intuire le loro motivazioni. Da questo dono creativo che ha dato vita ad importanti movimenti storici come la strategia della non violenza di Gandhi, l’opera di Martin Luther King o la protesta degli studenti cinesi di piazza Tienanmen, forse può nascere un confronto anche con chi non la pensa come noi.

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