Data: 23.06.2013

Autore: Tiziano Guerini

Oggetto: LETTERA APERTA A PIERO CARELLI

La “lettera aperta a Severino” di Piero Carelli, mi impedirebbe, non essendo io il referente, di dare una risposta. So però, conoscendo Piero, che il suo non è stato un artificio per non avere un interlocutore; per cui – con tutta la doverosa modestia del caso – mi proverò a mandare una “lettera aperta a Piero”. Con una premessa: lui mi indica generosamente come uno …”stregato” da Severino; mi sopravvaluta, ma soprattutto ignora che il testo di ispirazione severiniana che veramente, allora (parlo del periodo universitario), mi colpì e mi convinse ad approfondire il pensiero di Severino, fu la tesi di laurea di un giovane promettente studente dal titolo “Creazione dal nulla?”. Piero dovrebbe pur saperne qualcosa…

“ Io …non agisco, non sono io che cammino, che mangio…”

Da queste affermazioni non deriva che allora “io” non sono nessuno: sarei allora un nulla. Deriva che quello che definisco il mio “ io”, non è -in realtà teoretica, cioè al di fuori dell’io empirico-, quell’io che io mi immagino di essere, che cioè decide di … e che per decidere si isola nel proprio relativo (per quanto ampio sia). “Io faccio” ed il mio fare, al di là delle mie convinzioni, è la manifestazione necessaria degli eterni; io stesso sono l’apparire – e lo scomparire - di una serie di realtà che costituiscono nel concreto me stesso al di fuori dell’isolamento.

Ma la mia astratta convinzione, per quanto teoreticamente errata, è pur sempre “qualcosa” e in quanto tale appartiene all’essere. Di più: “c’è del vero nel falso, c’è del sostanziale nell’apparente, c’è geometria ed algebra nella filosofia”(citazione da Leopardi, per rimanere in tema). Cosa sarebbe la verità se non si opponesse all’errore? L’errore è ciò che, in quanto tolto, lascia vedere la verità: la sua essenzialità è quella dell’antitesi a fronte della tesi. “La verità non fa nulla contro la non verità; la lascia vivere e per questo vede il suo autocontraddirsi” ( qui la citazione è da Severino). La visione della verità è inseparabile dalla visione ed esperienza dell’errore e delle illusioni: occorre dire di più per “valorizzare” la visione empirica della realtà? Proprio da questa visione empirica deriva il concetto di “divenire” che Severino denuncia, e che non potrebbe denunciare se non fosse la convinzione del pensiero occidentale che evita di guardare la propria essenza.

Il vero è tale, anche se è colto da pochi (anche se il fatto di essere affermato da una minoranza è un fatto rilevante, nella prassi); e l’errore è tale ( e, nella prassi, ancora una volta da non sottovalutare) anche se è affermato da molti.(“la verità è possibile nella misura in cui è sopportabile”)

Io che agisco, che cammino, che mangio… non corrisponde alla verità teoretica, ma certo corrisponde (fino a che dura la nostra convinzione al riguardo) alla esigenza pratica del vivere. E le convinzioni sono, e fanno la storia collettiva. Senza libertà e quindi senza responsabilità? –si chiede Piero Carelli . Ognuno ha la responsabilità che si sente addosso (e anche questo non è nulla): la convinzione di essere liberi (finch’è gli orizzonti sono ristretti) - essendo non il fatto ma l’intenzione (a parte la colpevole ignoranza) ciò che determina la responsabilità personale – lascia intatto il nostro approccio al dovere sociale e giuridico.

Il processo filosofico – per esemplificare – è, infatti, il gioco del continuo allargamento del proprio orizzonte. Proviamo, ad esempio, ad immaginare un incidente stradale (lieve, naturalmente) e a tutte le circostanze che devono verificarsi perché avvenga: non solo sono passato col semaforo rosso, questo è stato solo l’ultimo di una serie di circostanze (anche se è quello che, per convenzione, mi verrà imputato). Occorre che io sia uscito da casa ad una determinata ora, né un minuto prima né un minuto dopo; che il motore della macchina si sia acceso al primo giro di chiave oppure no; che abbia trovato liberi oppure bloccati i passaggi degli altri semafori precedenti , tutte circostanze che non sono dipese da me –; e si potrebbe continuare …all’infinito. Non solo ma tutte queste circostanze sono da prendere in considerazione anche per lo sfortunato automobilista con cui colpevolmente sono venuto a collisione. Sono stato “libero” nel fare l’incidente? Si: solo se convenzionalmente restringo l’orizzonte della ricerca della responsabilità.

Allora? Allora il punto è questo: se allargo l’orizzonte dei miei comportamenti sono come un’ape, che essendo caduta in mezzo al mare, si agita nella convinzione di potersi salvare ( e magari le capita di trovare il colpo d’ala giusto); se si accorgesse del mare che le sta attorno cesserebbe di colpo ogni sua speranza. Può la filosofia arrivare ad allargare l’orizzonte della propria indagine fino al mare infinito della “totalità”? Se si ( e per me se la risposta fosse no, non avrebbe più senso continuare a parlare di filosofia…), allora possiamo capovolgere l’esempio e vedere l’uomo ( e con lui tutte le cose) non nel mare dell’essere diveniente in cui annegare,( e dove magari vivere la propria disperazione) ma nella gloria della salvezza cui , per necessità ontologica, è destinato.

Certo la scienza allarga i nostri orizzonti ogni giorno di più (anche se il suo metodo è quello della specializzazione), nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande: “dalla relatività al principio di inerzia, alla gravitazione universale…” Perché, allora, affermare dogmaticamente, a priori, l’impossibilità di passare dai grandi orizzonti dell’universo ( che già ci dice che apparteniamo a qualcosa di più grande di noi stessi) all’orizzonte teoretico del totalmente grande? Certo ci vuole un salto: ed è il salto della filosofia che nasce chiedendosi “che cosa “ abbiano in comune, cioè da che cosa non siano “libere,” tutte le cose. E poi, con coerenza, non confondere, non mescolare indebitamente, ciò che appartiene di per sé alla prassi – della cui essenzialità si è detto - con ciò che invece qualifica la dimensione teoretica. Dico “indebitamente”, perché ovviamente un rapporto, per quanto misterioso-meraviglioso possa apparire, della “ parte” col tutto c’è, non potendo la “parte” prescindere dall’essere definita anche, e soprattutto, dalle qualificazioni della ”totalità” cui necessariamente appartiene.

Le responsabilità individuali?: valide, per noi e per gli altri che ci giudicano, nella dimensione della parzialità in cui l’uomo vive, non essendogli possibile (oltre l’intuizione teoretica della “totalità”) vivere “le cose” se non nella dimensione pratica della loro individualità. Il noi empirico infatti comprende ciascuna cosa – che pur la ragione teoretica afferma eterna - nella definizione che ci offre la “parzialità” e quindi nella contingenza (questo fa cadere l’accusa di panteismo: non vediamo le singole cose, per così dire, con l’occhio di Dio…e questo non fa di loro, ai nostri occhi, una espressione divina). Come si vede, nessuna deificazione dell’uomo, il cui linguaggio empirico esprime le valutazioni possibili nella prassi.

Le nostre certezze e convinzioni, le nostre fedi, anche i nostri errori, sono, in quanto tali, altrettanto veri (ed eterni) almeno quanto il capello che si perde nel pettine ogni mattina!

Per questo anche la metafisica greca, o la filosofia cristiana, o l’idealismo, o il relativismo dei nostri giorni (scienza compresa), non sono ciò da cui ci si debba liberare (tanto meno da cui ci libera un “supponente “ Severino!): sono il percorso “necessario” che la ragione continuamente deve compiere (attualizzare), verso una “razionale illuminazione” che è (quando così appare) il risultato di una sorta di grande “prova per assurdo”.

Quando? Dove? Soprattutto qui l’uomo è impotente, perché non dipende da lui.

Da qui, a mio avviso, parte la Fede.

Nel frattempo” la poesia come dice Leopardi - è la potenza suprema dei mortali . (poìesis:produzione)

P.S. Come vedi anch’io uso il linguaggio dei “mortali”; e non è l’unica pecca.

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