Data: 28.06.2013

Autore: Luca Lunardi

Oggetto: A proposito della filosofia come “luogo del libero confronto.” Parte seconda.

L’intervento di Tiziano Guerini, che ha introdotto una voce nuova nel dialogo (peraltro interessantissimo) tra Piero Carelli e Mauro De Zan, ha anche in parte sterzato su un tema che mi pare stia a Lui molto a cuore, cioè il rapporto (o coincidenza?) tra discorso filosofico e ricerca dei fondamenti.

In effetti anch’io credo che sia proprio questo il punto: per quale motivo – e ne siamo stati tutti testimoni, sia durante che dopo l’ultimo incontro al Caffè prima della pausa estiva – quello scottante tema bioetico ha dato luogo al dibattito (credo) più acceso da quando è nato il Caffè medesimo? Secondo me, proprio perchè in questo genere di problemi si evidenzia con maggiore forza la necessità di enunciare, con un certo grado di confidenza, dei criteri (fondamenti) assoluti di giudizio (e quindi comportamento, se si è coerenti) a cui ancorare il pensiero. Io non so se la questione si può porre effettivamente in questi termini, e, se così è, non so se la risposta debba essere senz’altro un banale no, quali criteri “assoluti”? I criteri sono sempre rivedibili, trattasi unicamente di trovare un territorio comune, all’interno di una comunità definita, su cui fondare la convivenza civile. In effetti, mi preme dirlo, tale soluzione “pragmatica” è secondo me banale solo in apparenza; sospetto che altro non sia che il metodo della discussione critica, che è patrimonio della civiltà e della democrazia occidentale, e non c’è bisogno di scomodare gli illuministi o le teorie liberali di un Popper per essere d’accordo.

Tuttavia, mi piacerebbe esplorare la possibilità di poter andare oltre, restando all’interno dell’argomentazione razionale.

Credo che Tiziano Guerini identificherebbe questa strada con quella dell’indagine - di stampo parmenideo, o forse heideggeriano - sull’Essere. Risali ai fondamenti, guarda cosa c’è prima, o dietro, o all’origine, ed arriverai a Quello, eterno ed immutabile, alieno dal divenire della doxa. Questo sarebbe il vero principio ed il fine della filosofia. Sono io il primo ad essere affascinato da tale percorso, ma lo confesso, non riesco a coglierne la portata, non appena si scende al livello dei fatti e dei valori concreti. Trattasi di una mera epochè astratta, o ha anche dei risvolti pratici? E se ne ha, in che modo? Cosa cambierebbe nel nostro modo di vivere e percepire le cose? Per non parlare della domanda autoreferente per eccellenza: cosa è l’Essere?

E’ da quella sera in cui ascoltai Maurizio Mori che cerco di capire perchè, nonostante sia consapevole che non sappiamo in quale momento la formazione cellulare conseguente al concepimento si possa dire Persona, e che comunque in quel processo ontogenetico non c’è nulla che trascenda il biologico – scientificamente parlando - , qualcosa dentro di me mi obbliga a considerare l’Uomo un “being apart”. In altre parole, se si scardinano i vincoli a trattare un embrione come un qualunque agglomerato biologico suscettibile di manipolazione – qualunque ne sia lo scopo, terapeutico o solo del tipo “non voglio tenere questo figlio, punto e basta, la madre sono io e decido io” - , allora, per Dio (oops... lapsus?) tutto è permesso. Tra uomo e altri animali non c’è differenza alcuna, smettiamola con le “sopravvivenze culturali”... Ma cosa ci trattiene dal fare questo genere di nichilistiche considerazioni? Per Mori a trattenerci sono, appunto, le “sopravvivenze”, ma non si accorge che sostituisce dei “dogmi” con altri “dogmi”, che ai suoi occhi hanno il vantaggio di essere laici (i quali mi pare siano, anche se esplicitamente non l’ha affermato, il “benessere” dei genitori, la “libertà” di scegliere, ecc.; ma non usciamo dal seminato). Per altri, ammettendo di poter sgombrare il campo da credenze religiose e condizionamenti culturali, che cosa funge da freno inibitore? Un’innata necessità di “punti fermi”? Contingenze psicologiche? Paura ancestrale del diverso? Una fantomatica radice etica connaturata all’uomo? E da dove proverrebbe?

La vertigine di queste domande è destinata, secondo me, a rimanere tale. Ho la sensazione che l’uomo sia, “strutturalmente”, incapace di andare oltre quella che comunque resta una delle maggiori conquiste intellettuali che ha saputo raggiungere autonomamente, tuttavia irreparabilmente “insufficiente”, incompleta, anelante all’infinito: la discussione critica, ciò da cui ero partito in questo forse sconnesso intervento. Quella che lascia che siano le idee a morire al posto nostro, quelle che si sostituiscono alla violenza. Quella che cerca il noumeno ma mai lo raggiunge. L’alternativa quale sarebbe? Abbracciare un sistema di concezioni che – purtroppo – non è fondabile. Chi si ritiene capace di fondare epistemologicamente l’etica? Problema vecchissimo, ma la sua soluzione è di là da venire; qualunque fondamento presume lo sfondamento (si perdoni il gioco di parole) verso una certa dose di metafisica: vuole una specie di atto di fede. Che può essere una convenzione sociale sedimentata nel tempo, un sistema morale mutuato da una religione, moti dell’animo come la compassione di Schopenhauer. La sfida è trovare – con le idee, non con la spada – una conciliazione. Non abbiamo nulla di meglio – purtroppo o per fortuna – della ragione critica: questo è, forse, un altro atto di fede!… ma lo reputo migliore di altri. Senza sperare di abbattere tutti i limiti, passioni, pregiudizi, “irrazionalità” che fanno parte dell’uomo: si discute, solo perchè questi limiti non ci chiudano per sempre in una gabbia; anche se da quella gabbia non si riesce mai del tutto ad uscire.





Pascal afferma che, dal punto di vista dei fatti, il Bene e il Male sono un problema di “latitudine”. In effetti, lo stesso atto umano qui si chiama crimine, laggiù buona azione, e viceversa. [...] Le azioni sono dunque indifferenti, in sé e per sé: solo la coscienza di ognuno le fa diventare cattive. Il nodo misterioso che giace al fondo di questo immenso malinteso è l’innata necessità in cui si trova l’Uomo di crearsi scrupoli e distinzioni, di proibirsi una certa azione piuttosto che un’altra, a seconda che il vento nel suo paese soffi di qua o di là: si direbbe, insomma, che tutta l’Umanità abbia perduto la memoria e cerchi di ricordarsi, a tentoni, non si sa bene quale Legge smarrita.



P.A.M. Villiers de l’Isle-Adam, “Le signorine Bienfilâtre”, tr. it. in Racconti crudeli, Frassinelli, Milano 1995, pp. 1-2. (corsivo mio).

Nuovo commento