Data: 01.07.2013

Autore: Piero Carelli

Oggetto: Note

Note su
Aldo Spoldi, Andrea Bortolon, Lezioni di filosofia morale, L’arte di diventare diavoli, Skira, Milano 2003.



Non deve ingannare la forma (il tono semi-serio, ironico...): abbiamo avuto nella storia non pochi filosofi che hanno fatto filosofia beffandosi della filosofia paludata, ufficiale, filosofi che hanno fatto ricorso, nelle loro opere, agli stili più diversi (dalla forma narrativa a... pensieri sparsi). A mio avviso, al di là del taglio ironico, semi-serio, giocoso, siamo in presenza di un libro drammaticamente serio: un prodotto godibilissimo (le doti dello scrittore, dell’artista e del pensatore si fondono con equilibrio) e, nello stesso tempo, inquietante. Aldo Spoldi dimostra di possedere la storia del pensiero filosofico e di utilizzarla con intelligenza.

Il libro si presta a più chiavi di lettura. Uno dei motivi conduttori, secondo me, è il seguente: il mistero che circonda l’uomo, la consapevolezza della ignoranza umana, la figura preponderante dell’asino-Socrate (quell’asino che ha generato la stessa metafisica). Non si tratta di un “mistero” assoluto: il non sapere è mescolato al sapere, le menzogne alla verità, l’ombra alla luce. Abbiamo, cioè, di fronte l’unità dell’antinomia, la sintesi hegeliana degli opposti, con la precisazione, tuttavia, che il sapere è ben poco rispetto all’immensità dell’ignoto. Questo mistero è ben evidenziato dalla bella l’immagine del clown che, non riuscendo ad acciuffare l’ombra, si pone “mille perché”: sono gli interrogativi a segnare il destino dell’uomo. Non è un caso che il libro si chiuda con un gigantesco interrogativo. E gli interrogativi non rappresentano solo la dimensione dell’avventura, della curiosità (l’asino che ha generato la metafisica), ma anche l’aspetto inquietante: non è un caso che verso la fine del libro si dica “Spaventosa come il terrore che suscita un grande animale sconosciuto, bella come un sole splendente dopo la pioggia, la domanda circonda, lunatica e enigmatica, come una femmina, confondendo ogni punto e tutte le conclusioni certe”. E non è un caso che Aldo Spoldi dica che il “filosofico conosci te stesso fa correre l’io, come un camion che trasporta dinamite, nel buio di un tunnel in discesa che tante volte ricorda l’incubo.” Gli interrogativi, è vero, si concludono con un punto, ma è anche vero che ogni punto fermo (ogni certezza raggiunta) genera altri interrogativi all’infinito. “Solo la retorica – scrive Aldo Spoldi – può fare il punto. Di fatto, su ogni punto troneggia, come un dio nascosto, l’interrogativo. [...] Forse il punto è il dono della domanda e allora la domanda è il controdono che si merita il punto. Così il punto deve ricambiare ciò che non ha potuto rifiutare: deve ridonare le certezze e ridiventare un’incognita”. È questo il destino dell’uomo. Ed è questo il senso del saluto finale del filosofo Bortolon: “Vi saluto con un punto su cui troneggia, non visto, un gigantesco interrogativo, un fenomenale punto di domanda”.

A mio avviso, il libro è figlio del “Dio è morto” di Nietzsche ed esprime bene gran parte del clima culturale del nostro tempo: il crollo degli dèi (della metafisica, dei valori assoluti...), il ritorno del pensiero debole, il ritorno della consapevolezza socratica di non sapere (dell’enigmaticità dell’esistenza). Non manca, tuttavia, una reazione in termini positivi: la risata dopo ogni punto fermo, la filosofia del booh, la filosofia del marameo. Non manca la reazione della “natura” contro la “polis” (il febbrile divenire della società tecnologica): siamo in presenza della ripresa di un motivo ricorrente nella storia del pensiero (il contrasto tra natura e legge di Antifonte, Ippia, Rousseau...). Una reazione che si esprime anche nel no al consumismo, frutto della civiltà tecnologica.

Se Andrea Bortolon (alias Aldo Spoldi) voleva insegnare l’arte di diventare diavoli, a mio avviso, ci è riuscito: suscitare il demone del “dubbio”. È il demone che è stato il principale motore dell’avventura del pensiero umano, il demone che è alla base dei punti interrogativi che hanno accompagnato il cammino dell’uomo. È il demone che ci dice che non c’è mai un punto fermo definitivo, non c’è mai una meta: il mistero è il destino dell’uomo.

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