Data: 25.05.2014

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Terribile è Eros

Non c’è poeta o filosofo che non riconosca la terribile potenza di Eros: desiderio, passione amorosa, distruttiva per colui che ne sperimenta i morsi, ancor prima che per il proprio oggetto; divinità temuta più delle stesse Moire - padrone della vita e della morte, imperturbabili tessitrici di un destino ineluttabile.

Eros è onnifago, divora l’intera nostra vita, giorno e notte, diventa mania, vuole e pretende di possedere il bello e il bene per sempre. Chi non ha mai provato il desiderio d’amore non sa che cosa sia la passione che devasta i giorni e ossessiona le notti, senza tregua per il febbricitante malato.

Si può “non desiderare” (la donna d’altri)? Si può opporsi ad Eros?

Gli antichi saggi sanno che innanzitutto lo si deve rispettare.

Platone affronta l’argomento con prudenza, evidenziandone la complessità. In Simposio propone intorno ad Eros sette discorsi, cinque dei quali convengono nel dichiararne la divinità, uno (quello di Alcibiade) è svolto sotto forma di dichiarazione d’amore indirizzata a Socrate, e uno, per l’appunto quello di Socrate/Platone, spiazza tutti quanti presentandolo come un demone, la cui natura sta a metà fra i mortali e gli immortali, proprio come il filosofo. Ma è soprattutto nel Fedro che si avverte la riverenza verso questa divinità sommamente vendicativa come tutti gli dei dell’Olimpo, poiché in questo dialogo Socrate, dopo aver pronunciato a capo coperto un discorso che ritiene offensivo nei suoi riguardi, compone poi a capo scoperto una palinodia come rito espiatorio. E non manca di ricordare Stesicoro, autore della celebre Palinodia di Elena, personaggio omerico a cui l’anticonformista Gorgia dedicò addirittura un Encomio. Elena di Troia, colpevole seduttrice di un giovane e inesperto principe Paride, o Elena di Sparta, vittima incolpevole del seduttore sfascia-famiglie in preda a “brama di possesso che annichila e consuma l’altro da cui non è accolto né ricambiato” (Natoli)? Certo è che il desiderio della donna “d’altri” conduce qui a ben più gravi conseguenze dello sfascio di una sola famiglia: è il sacrificio o il naufragio della migliore gioventù achea, è l’assedio e la distruzione di una fiorente area commerciale, culminante nell’incendio purificatore della città, che amplifica e drammatizza quello del cuore degli amanti.

Chi resiste ad Eros?

Non aveva resistito fin dall’inizio Paride, di fronte alle promesse ammaliatrici delle tre dee, ciascuna desiderosa d’essere incoronata “la più bella”: rifiutate ricchezze e potere (Era), rifiutata la sapienza (Atena: non so a quale versione del mito faccia riferimento il prof. Sini parlando di Artemide), Paride soccombe di fronte ad Afrodite che, in cambio dell’ambita mela, gli offre di possedere la donna più bella, non importa se già sposata.

Eros in persona rimane soggiogato dalla freccia scoccata malamente dal suo stesso arco, e s’innamora di Psiche: mal gliene incoglierà (ma a pagarne le conseguenze sarà ovviamente soprattutto la donna). Che dire delle punizioni che Eros sa infliggere a chi lo respinge? Non è forse per questo che Narciso, innamoratosi della propria immagine, perì miseramente? In tal caso, per aver resistito non alla seduzione proveniente da “donne d’altri”, bensì alle avances di giovinetti perdutamente innamorati di lui. In tutte queste favole lo sguardo svolge un ruolo cruciale, proprio come nella vicenda del re Davide (Natoli), incapricciatosi di Betsabea, moglie di Uria, per averla vista bagnarsi dalla terrazza del suo palazzo, e aver constatato che la donna era “molto bella di aspetto”. Anche Davide sarà punito. E persino Gige (Sini), proprietario dell’anello che rende invisibili (antenato del tolkeniano simbolo del potere e del male), invano tenta di sottrarsi alle tremende insidie del dio, poiché una serie di avvenimenti nefasti lo conduce dritto alla morte, dopo che ha posseduto (sia pure avendo tentato di resistere) la moglie del suo re, che ha veduto, senza esserne visto. È la vista, “la più acuta delle sensazioni” (Fedro), a far nascere come un fulmine l’amore “a prima vista”. È il vedere non visti, il vedere ciò che è proibito, il non vedere ciò che si indovina soltanto (il “cinto di Afrodite”- Sini), a scatenare l’immaginazione erotica, che non conosce freni, e dà origine talora a creazioni artistiche immortali, talaltra ad esiti mortiferi.

La solita coppia Eros/Thanatos.

Sì, perché la creazione artistica nasce dal disordine, dal dolore, dalla frustrazione di chi subisce un abbandono. Stravolgente e terapeutica è la musica (Magica è sempre la Musica, e terapeutica) con cui il pittore Lionel Dobie, protagonista di Life lessons (Canessa), si stordisce mentre dipinge – per la mostra imminente – un monumentale quadro, parto del travaglio d’amore. Classico esempio di sublimazione forzata, la vicenda del pittore e della sua assistente senza qualità (artistiche) è aperta però anche ad altre interpretazioni, e lascia intendere che in passato, quando la giovane si concedeva a lui, l’artista avesse conosciuto momenti di ispirazione altrettanto fecondi (“senza di te non sono niente e non so fare niente”). E così, generando opere belle, l’uomo “sarà caro agli dei” ed “egli pure immortale” (Simposio).

Invidia o gelosia?

“Simile a un dio mi sembra quell’uomo/ che siede davanti a te, e da vicino/ ti ascolta mentre tu parli/ con dolcezza/e con incanto sorridi. E questo/ fa sobbalzare il mio cuore nel petto./Se appena ti vedo, subito non posso/più parlare:/la lingua si spezza: un fuoco/leggero sotto la pelle mi corre:/nulla vedo con gli occhi e le orecchie/mi rombano:/un sudore freddo mi pervade:/un tremore/tutta mi scuote: sono più verde/dell’erba; e poco lontana mi sento/dall’essere morta”. La sindrome descritta da Saffo (e poi da Catullo) è la stessa di Lionel Dobie quando vede avvicinarsi un pretendente alla sua ex ragazza. Il triangolo mimetico (Canessa) si riproduce in ogni tempo, per ogni innamorato tradito e per ciascun essere umano colto dal desiderio di stare al posto dell’altro, impadronendosi del suo “mondo vitale” (Natoli). Non ha nessuna importanza il genere delle persone coinvolte: sono comunque persone innamorate che farebbero di tutto pur di rubare la vita dell’altro. Invidia o gelosia? C’è molta confusione. Ci vorrebbe una Diotima capace di spiegarci ogni passo di Eros, o per lo meno una Roberta De Monticelli in grado di illustrare L’ordine del cuore. Qui sì le donne hanno forse da dire qualcosa in più degli uomini… oso affermarlo da a-femminista. Azzardo una spiegazione: gli dei provano invidia (fthonos) dei mortali troppo felici, tanto felici da credersi simili agli dei, commettendo così un atto di tracotanza (hybris). Perciò li puniscono con le frecce acuminate della gelosia, o con sventure che li conducono a sciagure inaudite e alla morte: in tal modo viene ristabilito l’ordine, la gerarchia fra esseri mortali ed esseri immortali. Saffo vorrebbe essere quell’uomo che siede vicino alla persona da lei amata. Quell’uomo è simile a un dio, anche lei vorrebbe essere simile a un dio, ma la persona amata non sorride con incanto a lei, a allora lei si ammala di gelosia, e poco lontana si sente dall’essere morta. Quale risposta dà invece il dio biblico? A Giobbe – ricco di un appagante “mondo vitale” (moglie, sette figli e tre figlie, armenti…), eppure devoto, rispettoso, caritatevole, prodigo di sacrifici al suo dio, al suo unico dio, da cui riconosce provenire ogni bene – quel dio manda la prova per vedere se egli sa resistere alla tentazione di rinnegarlo, bestemmiando. Giobbe si interroga e interroga il suo dio, chiedendogli “in che cosa ho peccato?”. Dopo un lunghissimo silenzio, ecco che dio gli risponde e lo assolve: Giobbe ha superato la prova, non ha bestemmiato, non ha nominato il nome di dio invano. Ma questa è un’altra storia: è la storia del prossimo festival “Crema del pensiero”, dedicato al secondo comandamento.

Ordine e caos

L’uomo si trova continuamente ad operare scelte, anche fra ordine e caos. Mancuso e Natoli suggeriscono l’ordine, ciascuno a modo proprio: il primo allegando con sincera e quasi ingenua onestà la vita personale, caratterizzata da compostezza e rigore, in nome di un’etica interiorizzata e condivisa umanamente, ancor prima che in nome della parola della legge divina. Il secondo in nome di una razionalità stringente: la brama che conduce al possesso è solo distruttiva, e non può neppure godere il frutto agognato, poiché lo annienta, generando il caos. Solo nel desiderio che trova nell’altro accoglienza e condivisione c’è speranza di felicità. Per entrambi i filosofi, solo nel rispetto dell’altro (e del mondo) c’è possibilità di convivenza pacifica, in privato come nel pubblico. Nel pubblico “ordine” significa onestà, “caos” corruzione. Ma che accade a chi con la stessa ragione tenta di costruire un ordine differente, disordinato, magari più “naturale”, appellandosi ad una presunta legge naturale (“anche gli animali si comportano così, e la Natura è distruttiva”)? è il tentativo del marchese de Sade, spirito libero quant’altri mai (Giorello), che alla propria eroina Juliette propone una formazione filosofica ed erotica dove “con la ragione si accende il fuoco delle passioni”. È il programma del libertino settecentesco, il libertino philosophe che gode in modo cerebrale, anche un po’ cervellotico, ma poi ne paga lo scotto: la parabola di de Sade non si chiude con la felicità di un uomo che si sente immortale, che si sente simile a dio, bensì con un’inedita forma di ascetismo stoicheggiante. L’uomo, “infelice individuo bipede”, pur inseguendo incessantemente il piacere, anche a costo di calpestare ogni giovane virgulto per piegarlo alla propria mortifera libidine, stenta a “seminare qualche rosa fra le spine della vita”. Qualche spiraglio potrebbe scaturire dal teatro come conoscenza (Canessa, Giorello). Ah, il teatro, che passione! ma purtroppo le opere teatrali di Donatien Alphonse François vengono sistematicamente rifiutate dall’Opéra de Paris, e il vecchio marchese si riduce a comporre testi teatrali per i malati del manicomio di Charenton, dove egli chiude la propria vita. Per il resto, la sua filosofia dell’“ordine naturale” non approda a null’altro che a “una specie di apatia”, come ultimo gradino di una “corruption réfléchie”: una condizione di lucidità disincantata, scevra da illusioni, ma non priva di una certa calma filosofica.

Agli uomini Eros non perdona mai. Non è il Dio del Nuovo Testamento, che non è soltanto amore-Eros, ma anche amore-Agape, ed è misericordia infinita. Socrate ha goduto dei piaceri di Eros, ne ha tessuto le lodi, ha composto per lui palinodie, ha cantato “con inni adeguati la vera vita degli dei e degli uomini felici”, non si è comportato “con invidia e con rozza malevolenza”, anzi ha onorato il dio sino a sentirsi invaso da quella passione che i mortali chiamano Eros, mentre “gli immortali lo chiamano Pteros (Ala, dio alato), perché fa crescere le ali” (Fedro). E come ne è stato ripagato? Con la condanna a morte. Non morì Socrate a causa degli Ateniesi, non della democrazia, non fu vittima di un processo politico, ma dell’invidioso e terribile Eros. Egli doveva infatti scontare l’aver deriso e disprezzato il fiore della giovinezza di Alcibiade, mostrandosi, lui uomo “veramente demoniaco e meraviglioso” (Simposio), superbo come Narciso. Il dio di Giobbe perdona ed accoglie, Eros no.

Nota in margine.

Per “Crema del pensiero” 2016, lancio un suggerimento: i miti greci. Con sessioni dedicate anche ai bambini: le scuole primarie (elementari) sono le prime a rispondere all’appello. E i miti greci sono le favole più belle.

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