Data: 18.06.2014

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Ci saranno altri Caffè.

L’occhio e lo sguardo.

La vista, come si diceva, è il senso privilegiato. Ma anche il più ingannevole. Il fascino che promana dall’occhio di Magritte costringe a fissare lo sguardo sul “falso specchio”, da cui ci sentiamo attratti e verso cui pure proviamo un’irrefrenabile repulsione: come la vertigine dell’abisso da cui non riusciamo a ritrarci, perché con canti da sirena seduce con la promessa/minaccia di morte. “Artista è soltanto chi sa fare della soluzione un enigma”, scolpisce Kraus in uno dei suoi Aforismi . E Merleau- Ponty avverte che l’analisi filosofica, per quanto approfondita e rigorosa, non può mai chiarire il senso di quell’enigma, in cui è racchiuso il nostro rapporto col mondo e con l’altro: “può solo ricollocarlo sotto il nostro sguardo”. Enigma dello sguardo e dello specchio, in cui invano crediamo di ri-conoscerci. Perché è vero che “vedere” significa “conoscere”, ma non tutto ciò che si vede si conosce. “Voglio proprio vedere…”: questa la sfida che lanciano i mortali a un mondo incarnato negli altri. E appunto, ricorda Margherita Brambilla, novi significa sia vedere che conoscere, o meglio so perché ho esaminato e ho visto che le cose stanno così. Narra Ovidio (Metamorfosi, III) che Narciso, secondo la profezia di Tiresia – il cieco a cui Zeus, in cambio della vista toltagli da Era, concede il dono di pre-vedere il futuro – potrà vivere a lungo si se non noverit: se non conoscerà/vedrà se stesso. E sappiamo come finirà.
Altre parole alludono alla potenza della visione interiore: l’in-tueor di chi guarda attentamente dentro, fissando, esaminando, contemplando; l’intuitio che è immagine riflessa allo specchio, è la facoltà visiva stessa. È il “vedere” che è “visualizzare” di John e Michael, i due gemelli da accostare non come “soggetti” psicotici da studiare, ma come persone da osservare “apertamente, serenamente, senza preconcetti, con un’apertura fenomenologica totale e simpatetica” , per poter apprezzare la “straordinaria intensità”, l’“illimitata estensione”, la “perfetta fedeltà” della loro prodigiosa memoria e della loro capacità di formare algoritmi, pur senza saper svolgere i più semplici calcoli. Il tutto “in un batter d’occhio, con un processo che si manifesta esternamente nel breve roteare degli occhi e nel loro arrestarsi improvviso”, segnale inequivocabile del loro essere in grado di “ritrovare e di «vedere» (con l’ «occhio della mente») quasi tutto” . Molti ricorderanno la scena di “Rain man”(1988) dove Raymond/Dustin Hoffman “vede” (non “conta”) il numero dei fiammiferi, esattamente come John e Michael “vedono” senza saper contare il numero 111 dei fiammiferi caduti dal tavolo .
Dalla medesima radice del sanscrito vedah (cfr. il Rocci) derivano sia il latino video, sia il greco eidon, vedo, so, conosco, nonché eidos, che è aspetto esteriore, forma, ciò che si vede, ma anche idea, oggetto di una visione non fisica.
Il mito di Medusa allude a una visione proibita, quella di chi spia o minaccia l’oggetto guardato, ed è uno sguardo che respinge l’intenzione nientificante, nientificandola a sua volta. Nel discorso sviluppato da M. Brambilla, lo sguardo è carico di allusioni metafisiche: è nel suo preesistere alla “schisi fra occhio – del soggetto – e sguardo – del mondo”, è “ in questo «io sono guardato da ogni parte», che si manifesta il desiderio” . Il fantasma di Sartre, che negli interventi della serata del 9 giugno è stato evocato, imponeva la propria ingombrante (per Merleau- Ponty) presenza proprio in relazione alla tematica dello sguardo, non tanto per l’aspetto desiderante, quanto per quello “divorante”. “Con tutti questi sguardi fissi su di me – lamenta il personaggio di una nota pièce sartriana – tutti questi sguardi che mi divorano […] è questo dunque l’inferno? Non lo avrei mai creduto […] l’inferno sono gli Altri” .

Il medaglione che Leon Battista Alberti utilizza come emblema personale riporta un inquietante occhio alato con la scritta Quid tum? Oggetto di interminabili ed estenuanti maratone ermeneutiche, l’occhio non cessa di interrogare la nostra coscienza e scatenare emozioni rimosse per il loro carattere ansiogeno.
Contro l’interpretazione di chi crede di potervi leggere un’allusione all’occhio di Dio si esprime Massimo Cacciari, che sprezzante sbotta: “Guai a intendere quell’occhio lì… guai a continuare ad intenderlo come l’occhio dell’onnipotenza umana e divina, esaltazione della virtus, di questo mito di una virtus eroica e quasi sovrumana dell’Umanesimo: quell’occhio è l’occhio del defunctus – una delle Intercenali di Alberti. Il morto, il defunctus vola alto, la sua anima vola alta e finalmente vede dall’alto quello che non vedeva. E cosa vede? Le miserie del mondo, vede! […] non è l’occhio di Dio; e infatti sotto c’è scritto: “e allora? Quid tum? E che cosa mai ho visto?” . Le tesi di Cacciari vanno inquadrate nella sua ampia e complessa visione dell’Umanesimo che, svelandone “il retroscena”, ne individua “il fondo cupo e drammatico, le viscere” .
In una più recente pubblicazione, Alberto Giorgio Cassani sottolinea fortemente l’ambivalenza del simbolo: “Diversamente da un indovinello, il simbolo continua a interrogarci perché non ha una risposta univoca. Il lato «enigmatico» dell’occhio alato dipende dal fatto che si tratta di un simbolo e non di un indovinello: per quante soluzioni si possano ipotizzare, non si è mai sicuri di quale sia quella giusta, ammesso che esista una soluzione giusta...” .
Un’ipotesi di lettura viene offerta da Silvia Crupano in Il «Principe »di Leon Battista Alberti. Pensiero civile e filosofia della storia : si veda oltre.

Lo specchio e la maschera.

Con il tema dell’immagine allo specchio si entra nel cuore del lavoro di Margherita Brambilla L’immagine speculare fra Merleau-Ponty e Lacan: chiasmi , dove diverse sono le prospettive filosofiche e psicologiche da cui l’argomento viene analizzato: da quella del riconoscimento del bambino (e del cane, e del gatto…) a quella della scoperta dell’adulto, per il quale lo specchio “pone il soggetto in rapporto a sé, agli altri e al mondo in una relazione carnale che si struttura mediante il lato irriflessivo dell’esistenza umana, i sensi e l’esperienza dell’immaginario” . L’autrice non trascura di citare anche lo Hegel di Kojève (no, non ha dimenticato l’idealismo: l’ha solo omesso nella sintesi espositiva), cioè “di fatto un’interpretazione esistenzialistica della filosofia hegeliana” . È soprattutto “il ruolo giocato dalla mediazione dell’Altro che ci fa pensare a quanto la costruzione dello stadio dello specchio [in Lacan] sia debitrice della lezione hegeliana presente in Fenomenologia dello spirito” . L’allusione è alla “verità della certezza di se stesso” conquistata attraverso la lotta fra le autocoscienze per il riconoscimento reciproco, che dà luogo alla dialettica signoria-servitù . Il senso di questa dialettica è che il desiderio umano non si trova se non quando contempla un altro desiderio, se non quando si riferisce ad un altro desiderio d’essere riconosciuto e dunque di riconoscere se stesso. Torna alla mente il triangolo mimetico di Girard richiamato da Fabio Canessa a “Crema del pensiero” per commentare il “non desiderare la donna d’altri” .
Se Narciso contempla la propria immagine in uno specchio d’acqua, Dioniso viene sorpreso allo specchio dai Titani che intendono ucciderlo riducendolo a brani. Foriera di morte l’una e l’altra esperienza, ma estremamente più ricca e poliedrica la seconda. Se i miti greci sono sempre generosi nell’aprire viottoli secondari che conducono verso nuove strade maestre, questo di Dioniso è fra i più complessi e misteriosi, o per meglio dire misterici. La stessa divinità di cui si parla non è un dio olimpico, ma un dio forestiero, le cui origini remote creano sconcerto e sgomento, suscitando qualche resistenza da parte di chi non vuole accoglierlo, in quanto “straniero”. Dio vagabondo, Dioniso indossa una maschera. “La maschera è un attributo di Dioniso che testimonia del suo legame con il teatro” . La sua natura ambigua e contraddittoria è insita anche nel dono che egli offre ai mortali: “la bevanda spremuta dal grappolo; questa seda le angosce dei poveri umani quando si abbeverano a sazietà del liquore della vite; fa loro dono del sonno, oblio dei mali quotidiani, ed è l’unico rimedio ai loro affanni” ; ma, ambivalente come il dio, è “capace di consolare e irritare, produrre gioia e dolore, rinfrancare e condurre al delirio” .
Che cosa vede, dunque, Dioniso allo specchio?
I Titani uccidono Dioniso bambino dopo avergli donato giocattoli come “astragalo, palla, trottola, mele, specchio, vello”. Lo specchio è la causa della sua rovina. Infatti mentre è assorto a guardarvi un’immagine riflessa, Dioniso viene sorpreso e dilaniato dai Titani. Se tale morte (da cui peraltro il dio verrà fatto risorgere) rappresenta una punizione, allora nello specchio Dioniso ha appreso una conoscenza proibita. Ciò che aveva visto era – secondo l’interpretazione di Giorgio Colli citata da Brambilla – il mondo. Ma anche “il mondo guarda Dioniso dallo specchio: è Apollo che, apparendo, gli permette di non perdersi in se stesso, nel vuoto rinvio, e gli svela la sua maschera” . Apollo è appunto il dio che, fornendo a Dioniso la maschera dell’apparire(“l’elemento apollineo che ne permette la rappresentazione sulla scena” ), salva Dioniso dal narcisismo, poiché lo affida a un riflesso che non è inganno, ma vera conoscenza, sguardo più profondo di quello narcisistico. Dioniso è la sua maschera. Ma la tracotanza del voler tornare alla visione unitaria del mondo, propria del bambino e del mito, è anche segno di una sapienza perduta, mitica, irrecuperabile: nello specchio Dioniso vede il mondo della vita fissato in un’immagine, morto, mentre il mondo al di là dello specchio è vivo e cangiante nella sua multiforme molteplicità. Dioniso rimane dunque il dio della vita e della morte, un dio indecifrabile, infanzia di un’umanità che non potrà mai tornare, e di cui avvertiamo cocente nostalgia.

Viaggiatore, nomade, errabondo, camaleonte che rinasce con maschere diverse e imprevedibili: come Dioniso, anche Momo, simbolo di un’umanità drammaticamente irrequieta, è un dio-inquietudine, “è vicissitudo, è metamorfosi, è camaleonte, e quindi è maschera”. Ma “se tu strappi dall’uomo le maschere – tutte le maschere – ti resta il cadavere. L’uomo è maschera, è costantemente maschera – e sotto le maschere non c’è nessuna verità che non sia il cadavere. L’uomo è vicissitudo, ontologicamente: l’esserci umano è questo!” . Il tema della maschera è tanto caro a Leon Battista Alberti, da comparire in una delle sue più imponenti opere architettoniche: il Tempio malatestiano di Rimini, dove la struttura medioevale risulta “mascherata” dal quattrocentesco rivestimento esterno, che la incapsula, duplicandone le forme, pur senza nasconderle definitivamente.
Argomenti sviluppati con dovizia di analisi da Silvia Crupano in Il «Principe »di Leon Battista Alberti. Pensiero civile e filosofia della storia: si veda oltre.

Il pittore.

“Tu vuoi guardare? Ebbene, vedi questo allora! Egli [il pittore] dà qualcosa in pasto all’occhio, ma invita colui al quale il quadro è presentato, a deporre lì il proprio sguardo, come si depongono le armi. Questo è l’effetto pacificante, apollineo, della pittura. Qualcosa è dato, non tanto allo sguardo, quanto all’occhio, qualcosa che comporta abbandono, deposito dello sguardo”. Con questa citazione da Lacan , Margherita Brambilla introduce un nuovo aspetto della relazione Lacan – Merleau-Ponty, ossia il segreto di cui è custode il pittore: l’enigma della visione e del rapporto con l’Essere. Il pittore, infatti, “facendo parte col suo corpo del mondo, trasforma il mondo in pittura portandolo all’espressione” . Lo sguardo del pittore è quello di un occhio attento e profondo che, con la creazione artistica, “mi colloca in una dimensione di visibilità altra, ri-costituita o ri-creata, inducendomi a vedere le cose attraverso la sua azione, meglio «secondo il quadro», e illustrando gli enigmi del corpo e dell’Essere. Il quadro o il disegno sono il tentativo, sempre in atto e mai concluso, di portare alla luce la piega in cui si annodano visibile e invisibile – è il caso di Cézanne e del suo «motivo», la Montagna Sainte Victoire” .

Momus, divinità della diffamazione, del biasimo, spirito acre e dissacratore, nella sua critica sarcastica dei filosofi salva un certo tipo di “filosofo-pittore”: colui che, anziché dettare ordine al mondo, è capace di aderire ad esso, dipingendo la vita, rappresentando, con grande senso della “prospettiva”, la nostra stessa insania, senza pretendere di ridurla al concetto; magari ridendo come Gelasto, il filosofo che accompagna Caronte nel suo viaggio dall’al di là all’al di qua .
Anche il tema del pittore trova spazio nell’opera già citata di Silvia Crupano: si veda oltre.

La cipolla.

Nella formazione dell’identità soggettiva, per la cui realizzazione è essenziale che si passi attraverso l’alienazione, scopriamo che “l’io è un oggetto fatto come una cipolla, lo si potrebbe pelare, e si troverebbero le identificazioni successive che lo hanno costituito” . Ciò significa, spiega M. Brambilla, che l’Io “tende a disfarsi in una molteplicità di identificazioni successive, mai totalmente compiute, ma sempre alla ricerca di quell’Ideale che sta in Altro e che non è mai totalmente raggiunto e raggiungibile” .
Dignità della cipolla, assurta a simbolo dell’autoeducazione psicanalitica e fenomenologica…

Ebbene sì, Leon Battista Alberti aveva già pensato al potenziale ermeneutico-rappresentativo della cipolla, quando Momo incontra Democrito intento a sezionare un granchio. Lo saluta, non risponde. Allora gli viene un’idea:
“Incidit enim in mentem ut cepe quoddam ex proximo agro desumerem atque medium inciderem meque homini adigerem, quo facto caepi eius gestus et motus imitari: pressabat ille os, ego itidem pressabam; cervice ille in hanc ruebat aurem, ego itidem in hanc; praegrandes ille exporgebat oculos, ego itidem. Quid multa? Omnia enitebar ut me illi praeberem similem, et habebam quidem me homini imitando prope parem ni illud interturbasset, quod Democrito exstabant oculi siccitate insignes, nobis vero ob molestam cepae acrimoniam oculi erant praegnantes lacrimis. Quid multa? Hoc ludicro invento assecutus sum quod serio nequivissem, ut colloquendi daretur locus…”.
“…mi viene in mente di prendere una cipolla dal campo vicino, dividerla in due e piazzarmi di fronte a lui, poi mi son messo a imitare tutti i gesti e i movimenti che faceva: lui corrugava il viso, e io pure; piegava la testa da un lato, e io pure; sporgeva in avanti certi occhioni, e io pure. Insomma, facevo di tutto per essere simile a lui, e c'ero riuscito quasi completamente: l'unica differenza era che Democrito aveva gli occhi asciutti, io invece li avevo pieni di lacrime per il fastidio che mi dava l'odore pungente della cipolla. Per non farla lunga, con quella trovata da buffone ho ottenuto lo scopo che non avevo potuto raggiungere facendo la persona seria, cioè riuscire a parlare con lui…”.
Lo stratagemma ha funzionato: Democrito si mette a ridere, e risponde a Momo. Che cosa gli risponde? E perché proprio la cipolla?

Per tutte queste domande, forse, si veda oltre…
Dove? Quando?
Naturalmente al “Caffè filosofico”, lunedì 8 settembre 2014, con Silvia Crupano, Il «Principe »di Leon Battista Alberti. Pensiero civile e filosofia della storia.

Buone vacanze.

Patrizia de Capua

13 giugno 2014

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