<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?>
<rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" >
   <channel>
    <atom:link href="https://caffe-filosofico.webnode.it/rss/contributi.xml" rel="self" type="application/rss+xml" />
      <title><![CDATA[Contributi - caffefilosoficocrema.it]]></title>
      <link>https://caffe-filosofico.webnode.it</link>
      <language>it</language>
      <pubDate>Sun, 12 Nov 2023 12:00:00 +0200</pubDate>
      <lastBuildDate>Sun, 12 Nov 2023 12:00:00 +0200</lastBuildDate>
      <category><![CDATA[Contributi]]></category>
      <docs>http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss</docs>
      <generator>Webnode</generator>
      <item>
         <title><![CDATA[APPUNTI SUL LIBRO DI PATRIZIA DE CAPUA: MA QUALI SOGNI, POI  PENSIERI SULLA MORTE - DI PIERO CARELLI]]></title>
         <link>https://www.caffefilosoficocrema.it/news/appunti-sul-libro-di-patrizia-de-capua-ma-quali-sogni-poi-pensieri-sulla-morte-di-piero-carelli/</link>
         <description><![CDATA[In occasione della relazione di Duccio Demetrio sul tema degli “adii”, mi permetto di condividere i miei appunti sul bel libro di Patrizia.
Un lungo viaggio nella storia in cui l’autrice “dialoga” e dialoga “criticamente” con i grandi della cultura che si sono cimentati col problema dei problemi. Un viaggio in cui dimostra di spaziare, con cognizione di causa, negli ambiti più diversi: dal mito alla religione, dalla poesia alla narrativa, dalla tragedia al cinema e, naturalmente, alla filosofia...]]></description>
         <pubDate>Sun, 12 Nov 2023 12:00:00 +0200</pubDate>
         <guid isPermaLink="true">https://www.caffefilosoficocrema.it/news/appunti-sul-libro-di-patrizia-de-capua-ma-quali-sogni-poi-pensieri-sulla-morte-di-piero-carelli/</guid>
         <category><![CDATA[Contributi]]></category>
         <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In occasione della relazione di Duccio Demetrio sul tema degli “adii”, mi permetto di condividere i miei appunti sul bel libro di Patrizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Un lungo viaggio nella storia in cui l’autrice “dialoga” e dialoga “criticamente” con i grandi della cultura che si sono cimentati col problema dei problemi. Un viaggio in cui dimostra di spaziare, con cognizione di causa, negli ambiti più diversi: dal mito alla religione, dalla poesia alla narrativa, dalla tragedia al cinema e, naturalmente, alla filosofia fino alla fisica (di Carlo Rovelli).</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">La morte. Un destino ineluttabile. Il destino di ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il Sole morirà e durante la sua agonia lancerà fiammate che lambiranno il pianeta Terra e la renderanno inabitabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte le stelle moriranno e precipiteranno in buchi neri.</p>
<p style="text-align: justify;">Un destino, ma solo i mortali lo sanno, solo i mortali sanno di essere… <em>sein zum Tode</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è per questo che da millenni si interrogano e si angosciano. Di qui il loro aggrapparsi ai miti, alla religione, alla stessa filosofia nel tentativo di dare un senso a ciò che è inevitabile e magari una speranza in un aldilà.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco tutte le elucubrazioni sull’anima non corporea e quindi capace di vivere oltre la morte del corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco tutti i raffinati giochi intellettuali finalizzati a consolare e a debellare la paura. Perché mai dovremmo avere paura di qualcosa che, quando ci sarà, noi non ci saremo? Perché mai dovremmo avere paura della morte quando non ci turba minimamente il fatto che prima di nascere siamo stati per un tempo infinito un “nulla”?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Giochi che non consolano più nessuno?</p>
<p style="text-align: justify;">Già, come non ci consola il fatto che siamo polvere di stelle e, in quanto tale, saremo immortali.</p>
<p style="text-align: justify;">E non ci consola neppure la prospettiva di una qualche immortalità quando contribuiamo a un’impresa collettiva destinata a dare i frutti alle future generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Un viaggio intrigante, quello di Patrizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Un viaggio che ci interroga.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è proprio la morte che esalta il valore della vita, una vita quindi da vivere intensamente attimo per attimo prima che ci sfugga, trascorrendo ogni giorno come se fosse l’ultimo?</p>
<p style="text-align: justify;">Un dono o no la vita, non è un’opportunità unica (non si ripresenterà mai più) da assaporare e da far assaporare a chi – tra le persone con cui ci imbattiamo – non sente più neppure alcun sapore?</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo esseri “speciali”, ma solo “gocce invisibili e indistinguibili di un Oceano smisurato”, semplici increspature che scompaiono in un lampo, ma non è questa una ragione in più per fare tutto il bene che siamo in grado di fare per noi e per gli altri prima di dissolverci?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il caso ci rende disuguali, anche drammaticamente disuguali, mentre la morte ci livella tutti realizzando così la perfetta uguaglianza?</p>
<p style="text-align: justify;">Forse no.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi è chi muore accompagnato dall’affetto di chi ha amato e chi muore solo, abbandonato, abbandonato perfino dai famigliari.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi è chi muore di vecchiaia e chi viene stroncato da un male incurabile in età ancora non matura.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi è chi muore beatamente nel sonno e chi sotto le bombe dell’aviazione israeliana o russa o sotto i colpi inferti da Hamas.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi è chi viene sepolto in una fossa comune e chi finisce in una cappella (costata un capitale) di famiglia…</p>
<p style="text-align: justify;">Disuguali nasciamo e disuguali moriamo.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo morire disperati o affrontare il nostro ultimo appuntamento con qualche serenità.</p>
<p style="text-align: justify;">Dipenderà da noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma… come prepararci senza, tuttavia, perdere nulla (per quanto possibile) del “sapore” della vita?</p>
<p style="text-align: justify;">Facendo i conti con noi stessi, con la nostra vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bilancio di chiusura. Con… distacco.</p>
<p style="text-align: justify;">Con sincerità: non possiamo mentire a noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Cogliendo le luci e le ombre: non è la morte che… illumina le nostre luci e le nostre ombre?</p>
<p style="text-align: justify;">Cogliendo, magari, il tanto di positivo che abbiamo costruito per noi e per gli altri, nonostante mille errori.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Fare i conti con la nostra vita non è, poi, fare i conti con la nostra morte, accoglierla come un fatto naturale?</p>
<p style="text-align: justify;">Così Patrizia: “dipenderà da come avremo vissuto. Attaccati alla roba, staremo sempre all’erta per non farcela trafugare. Felici come il saggio, se sapremo recuperare un noi” nella “consapevolezza di un comune destino”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà la morte, la nostra morte “che decreterà chi siamo stati”.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">A quando a Crema un “laboratorio di autobiografia” sulla scia della Libera università dell’Autobiografia di Anghiari fondata da Duccio Demetrio e Saverio Tutino?</p>
]]></content:encoded>
      </item>
      <item>
         <title><![CDATA[CREMA DEL PENSIERO 2023 - PIERO CARELLI - DOMANDE A MARGINE DELL'INTERVENTO DI UMBERTO GALIMBERTI]]></title>
         <link>https://www.caffefilosoficocrema.it/news/crema-del-pensiero-2023-piero-carelli-domande-a-margine-dellintervento-di-umberto-galimberti/</link>
         <description><![CDATA[DOMANDE.
SOLO DOMANDE.
&nbsp;
Premessa
Nessuna riserva, sia chiaro, nei confronti di un filosofo della statura di Umberto Galimberti (chi sono io?), semmai un elogio per avermi provocato a pensare: non è questo il compito numero uno della filosofia?
&nbsp;
Una seconda premessa
Le mie sono semplici sensazioni, o meglio semplici domande che un ingenuo di provincia pone a se stesso.
Già, domande: non domande tese a mettere in crisi un interlocutore sedicente sapiente, ma rivolte a me stesso nella...]]></description>
         <pubDate>Sun, 11 Jun 2023 11:52:00 +0200</pubDate>
         <guid isPermaLink="true">https://www.caffefilosoficocrema.it/news/crema-del-pensiero-2023-piero-carelli-domande-a-margine-dellintervento-di-umberto-galimberti/</guid>
         <category><![CDATA[Contributi]]></category>
         <content:encoded><![CDATA[<p align="center">DOMANDE.</p>
<p align="center">SOLO DOMANDE.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Premessa</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna riserva, sia chiaro, nei confronti di un filosofo della statura di Umberto Galimberti (chi sono io?), semmai un elogio per avermi provocato a pensare: non è questo il compito numero uno della filosofia?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Una seconda premessa</p>
<p style="text-align: justify;">Le mie sono semplici sensazioni, o meglio semplici domande che un ingenuo di provincia pone a se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Già, domande: non domande tese a mettere in crisi un interlocutore sedicente sapiente, ma rivolte a me stesso nella consapevolezza che posso avere frainteso o non compreso pienamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è forse che il filosofo in questione, magari pressato dalla tirannia del tempo, abbia esagerato nelle semplificazioni?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è una semplificazione dire che l’Occidente (noi), nella sua lunga storia, non ha fatto altro che parlare il linguaggio di Platone e di quel platonismo popolare che è il cristianesimo?</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo di fronte a un raffinato gioco intellettuale, quello di applicare la scansione triadica del cristianesimo, a ogni nostro sapere?</p>
<p style="margin-left: 36pt; text-align: justify;">è Da che cosa dovrebbe partire uno psicoterapeuta se non da una “malattia” (che c’entra col peccato originale?) con l’obiettivo della “guarigione” (che c’entra con la redenzione?)?</p>
<p style="margin-left: 36pt; text-align: justify;">è Da che cosa dovrebbe partire un riformatore sociale se non dall’ingiustizia sociale per poi prendere (o sollecitare) misure tese a liberare, anche se gradualmente, l’umanità dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo?</p>
<p style="margin-left: 36pt; text-align: justify;">è E che cos’è il progresso scientifico se non un progressivo superamento (seppur provvisorio) della “ignoranza” precedente?</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiamo a che vedere, qui, con l’applicazione di uno schema astratto che – direbbe Sartre – fa violenza, anzi violenza… idealistica, alla realtà, sempre più complessa delle nostre idee?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Un gioco intellettuale caro ai filosofi?</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, sì. Lo stesso Severino non vede in Platone il fondatore della tecnica occidentale? Questo vuol dire che senza Platone l’umanità non avrebbe inventato l’aratro, … i robot, l’intelligenza artificiale? Forse che i cinesi che ci hanno preceduto in ambito tecnologico sono stati ispirati dal filosofo di Atene?</p>
<p style="text-align: justify;">La semplificazione di Severino si inserisce in una geometrica logica: è figlia diretta di un postulato che il filosofo considera incontrovertibile.</p>
<p style="text-align: justify;">In quale logica si collocano le semplificazioni di Galimberti?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora: non è una semplificazione (azzardata) la concezione di un Occidente al tramonto in quanto indissolubilmente permeato dal linguaggio platonico-cristiano?</p>
<p style="text-align: justify;">È ormai da tempo che l’Occidente si sta secolarizzando (e Nietzsche lo sapeva bene se ha constatato la morte di Dio): ne deriva che la storia occidentale è giunta alla fase terminale?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Scenari suggestivi, ma… non è uno dei compiti della filosofia educare alla complessità?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora: è il caso oggi di infierire ancora (magari con un gusto sadico) contro il cristianesimo (pur fondato da Paolo) quando questo è una delle forze più vitali e più sane del pianeta e che si batte in prima linea sui fronti dell’attenzione agli ultimi (anche alle vittime dell’ingiustizia sociale), della pace e della custodia del creato?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, inoltre, presentare Nietzsche senza un minimo di vaglio critico, sposandone di fatto le parole come se fossero le parole definitive della filosofia, invece che martellarlo socraticamente di domande (come ha fatto correttamente Mancuso)?</p>
<p style="text-align: justify;">In un tempo di diffuso smarrimento dell’umanità abbiamo bisogno di “demolitori” o di “costruttori”, magari di chi prova a costruire, dopo avere distrutto, indicando nuovi possibili orizzonti, un “oltre” da realizzare insieme?</p>
]]></content:encoded>
      </item>
      <item>
         <title><![CDATA[COVID-19. APPUNTI PER RIPARTIRE, di Piero Carelli]]></title>
         <link>https://www.caffefilosoficocrema.it/news/covid-19-appunti-per-ripartire-di-piero-carelli/</link>
         <description><![CDATA[Non c’è vento favorevole
per il marinaio che non sa
a quale porto approdare
(Seneca)
&nbsp;
&nbsp;
Il virus del neo-liberismo
&nbsp;
Mi permetto di segnalare il contributo a mio avviso più mirato e nello stesso tempo più coraggioso che ho letto in questo interminabile lockdown: si tratta del saggio dell’economista francese G. Giraud apparso sulla rivista “La Civiltà cattolica”, anno 2020, 4 aprile.
È un atto di accusa senza mezzi termini, addirittura spietato, contro “l’ideologia dello...]]></description>
         <pubDate>Fri, 05 Jun 2020 10:00:00 +0200</pubDate>
         <guid isPermaLink="true">https://www.caffefilosoficocrema.it/news/covid-19-appunti-per-ripartire-di-piero-carelli/</guid>
         <category><![CDATA[Contributi]]></category>
         <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Non c’è vento favorevole</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>per il marinaio che non sa</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>a quale porto approdare</em></p>
<p style="text-align: right;">(Seneca)</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il virus del neo-liberismo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Mi permetto di segnalare il contributo a mio avviso più mirato e nello stesso tempo più coraggioso che ho letto in questo interminabile lockdown: si tratta del saggio dell’economista francese G. Giraud apparso sulla rivista “La Civiltà cattolica”, anno 2020, 4 aprile.</p>
<p style="text-align: justify;">È un atto di accusa senza mezzi termini, addirittura spietato, contro “l’ideologia dello smantellamento del servizio pubblico”, un’ideologia che ha fatto “pagare un prezzo pesantissimo in termini di vite umane”,&nbsp;che ha trasformato il virus “in una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un atto di accusa contro la deforestazione selvaggia che ci ha messo “in contatto con animali i cui virus non ci sono noti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scenario prossimo venturo? Giraud non ha dubbi: siamo in presenza di una delle tante pandemie con cui dovremo convivere, in particolare con “pandemie tropicali” che il riscaldamento globale non farà che moltiplicare. Lo scongelamento del permafrost determinato dal riscaldamento climatico, ad esempio, non farà che diffondere “pericolose epidemie, come la ‘spagnola’ del 1918, l’antrace”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il messaggio di Giraud? Se i Paesi occidentali sono stati costretti a ricorrere alla strategia più antica, quella cioè del confinamento - strategia che ha messo in ginocchio l’economia con danni ingentissimi - non devono accusare nessuno, ma solo se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Già: non si tratta di accusare nessuno, ma di riflettere sul tipo di cultura che ci ha portato a questo disastro.<br>
I problemi che pone l'economista francese toccano da vicino il nostro modello di produrre e di consumare, il nostro nostro stesso modello di abitare sul pianeta Terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono problemi da cui partire se vogliamo... ripartire col piede giusto, senza ripetere i colossali errori del passato.<br>
Sotto accusa è un certo tipo di cultura che si è affermata negli anni ‘80, una sorta di virus che ha contagiato anche le stesse socialdemocrazie: il virus del neo-liberismo, della lettura forzata della "mano invisibile" del mercato (forzata perché secondo Smith lo Stato avrebbe dovuto svolgere comunque un ruolo rilevante).<br>
Una cultura in omaggio al mantra "privato è bello", privato è più efficiente".</p>
<p style="text-align: justify;">Una cultura che ha sacrificato gli stessi diritti fondamentali per cui lo Stato è nato: il diritto alla vita e il diritto alla salute.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma all'origine dello smantellamento dello Stato c'è stato pure un'altra cultura: la cultura, se ci riferiamo all'Europa, delle regole imposte da Bruxelles.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tagli alla sanità</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">L'austerity c'è stata se è vero che dal 1992 abbiamo varato finanziarie "lacrime e sangue", ma se abbiamo tagliato decine di miliardi nella sanità, è dovuto solo a una nostra decisione politica.</p>
<p style="text-align: justify;">L'Ue (quindi anche noi) ci ha chiesto di far quadrare i conti pubblici, ma siamo noi che non abbiamo avuto il coraggio di affrontare di petto l'evasione fiscale (più di 100 miliardi ogni anno); siamo noi che in omaggio alla teoria sbandierata come scientifica del trikle-down (sgocciolamento), abbiamo deciso di ridurre drasticamente la progressività delle imposte; siamo noi che abbiamo tollerato un livello di corruzione e un livello di lavoro nero patologico; siamo noi che non abbiamo voluto tagliare sprechi e privilegi.<br>
Se oggi siamo sepolti dagli interessi (60-70 miliardi ogni anno; ben 2.094 miliardi in 25 anni) è perché noi ci siamo permessi negli anni '70 e '80 di squilibrare i conti.</p>
<p style="text-align: justify;">E così oggi paghiamo il conto: mentre altri Paesi possono investire ingenti risorse nella ricostruzione, noi abbiamo le catene ai piedi.</p>
<p style="text-align: justify;">Governare, lo so, è estremamente difficile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il serpente - la tentazione di elargire risorse in deficit (chiedendo prestiti al mercato) con lo scopo di accrescere il consenso elettorale - è sempre in agguato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma alla fine il conto si paga: non stiamo ancora, tra l'altro, pagando circa 6 miliardi di euro ogni anno per i baby-pensionati (anche se la legge è stata abolita nel 1992)?</p>
<p style="text-align: justify;">E così, a fronte di 6 miliardi a favore di alcune centinaia di migliaia di persone, ora possiamo permetterci di investire nella sanità (per incrementare le terapie intensive e per rafforzare i presidi territoriali) solo 3 miliardi e 250 milioni: non siamo in presenza di una sproporzione scandalosa?</p>
<p style="text-align: justify;">Se abbiamo mandato allo sbaraglio i nostri operatori sanitari (che abbiamo la spudoratezza di chiamare "eroi"), se abbiamo dovuto decidere un lockdown più duro rispetto a quelli dei nostri principali concorrenti commerciali con conseguenze disastrose in campo economico, non è il prezzo che, direttamente o indirettamente, stiamo pagando per la nostra... miopia politica?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mai più!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non vorrei apparire, in un'ora così tragica, come un irresponsabile iconoclasta.<br>
Non accuso nessuno. Stigmatizzo solo una certa cultura che, come un virus, ci ha infettato un po' tutti: la cultura della miopia.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, come ricostruire dopo le macerie senza riconoscere i nostri errori o anche solo le nostre lacune?<br>
Perché non appendiamo ai balconi striscioni con la&nbsp;scritta, a caratteri cubitali, MAI PIÙ?</p>
<p style="text-align: justify;">MAI PIÙ anziani lasciati morire, dopo averli esposti, anche solo per negligenza, al virus (per poi dire, senza alcun pudore, che sono morti perché già compromessi da altre patologie).</p>
<p style="text-align: justify;">MAI PIÙ medici e infermieri mandati a combattere in prima linea senza un'adeguata protezione.</p>
<p style="text-align: justify;">MAI PIÙ tagli alla sanità che hanno messo in seria discussione il diritto costituzionale alla salute.</p>
<p style="text-align: justify;">MAI PIÙ un virus chi ci attacchi senza che noi abbiamo predisposto le misure necessarie di difesa.</p>
<p style="text-align: justify;">MAI PIÙ la folle presunzione (una vera e propria hybris) di essere i padroni del pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">MAI PIÙ un lockdown al limite della violazione dei diritti costituzionali e così rigido da lasciare per anni ferite profonde.</p>
<p style="text-align: justify;">MAI PIÙ.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un sogno d’incubo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Un debito pubblico/Pil che vola al 200%. Uno spread che schizza a 1.175 punti base. Un Paese allo sbando, in balia dei mercati finanziari, del tutto spogliato della sua sovranità.</p>
<p style="text-align: justify;">Tesori nazionali diventati preda di avvoltoi stranieri e interni. Milioni e milioni di disoccupati. Un ceto medio "proletarizzato". File interminabili davanti alle mense dei poveri.</p>
<p style="text-align: justify;">E... tanta rabbia che viene urlata in tutte le piazze, fisiche e virtuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Un sogno d'incubo? Uno scenario apocalittico da fantapolitica?</p>
<p style="text-align: justify;">Forse no. Tutto, nel nostro Paese, reso ancora più fragile e disarmato dal coronavirus, potrà accadere quando sarà esaurito l'helicopter money, quando il bazooka della Bce non sarà più operante.</p>
<p style="text-align: justify;">È già accaduto alla Grecia di avere uno spread a 2.600 punti base.</p>
<p style="text-align: justify;">È accaduto anche all'Italia di toccare negli anni '70 quota... 1.175.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Covid ha fatto tante (troppe) vittime, ma la bomba sociale che ci ha regalato ucciderà ancora di più.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I have a dream</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte allo tsunami che ci ha travolto, ci siamo scoperti non più... italiani, americani, cinesi..., ma "uomini". Uomini impotenti. Tutti accomunati dallo stesso destino.</p>
<p style="text-align: justify;">D'incanto è crollato il nostro delirio di onnipotenza.</p>
<p style="text-align: justify;">E d'incanto ci siamo sentiti fratelli, ugualmente fragili, tutti in pericolo, tutti aggrappati a una scialuppa in un mare in tempesta.</p>
<p style="text-align: justify;">È osare troppo pensare di ripartire, con le macerie ancora fumanti, con un nuovo paradigma?</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo costruito degli dei: il dio-mercato, il dio-profitto, la dea-nazione... e sul loro altare abbiamo sacrificato tutto, in primis il nostro essere dei "fini" e non dei "mezzi". Ci siamo prostrati davanti alla dea-libertà e così abbiamo dato il via libera allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e all'avvelenamento del pianeta. Ci siamo messi in ginocchio al dio-progresso e oggi stiamo pagando un prezzo altissimo.<br>
Non è il momento di rovesciare gli dei, tutti gli dei, anche il mantra "there is no alternative"?</p>
<p style="text-align: justify;">Un peccato troppo grave sfidare gli dei immaginando un mondo non più (Mai più!) contrassegnato dal... "bellum omnium contra omnes" (o, meglio, dalla guerra degli squali contro gli ultimi della terra), ma dalla "cooperazione" e dalla "condivisione"?</p>
<p style="text-align: justify;">Un peccato troppo grave immaginare una "globalizzazione della solidarietà"?</p>
<p style="text-align: justify;">Un'utopia? Già, ma non è l'utopia il motore della storia? Non sono i nostri governi democratici (e... socialdemocratici) ad avere consacrato i nuovi dei? E non siamo noi che abbiamo il potere di selezionare la classe dei governanti?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Globalizzare la solidarietà</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Cooperare, condividere, globalizzare la solidarietà: slogan utopistici di anime belle, di intellettuali da salotto (o da social) incapaci di vedere che il mondo, fuori, è teatro di predatori e di prede? No: l'utopia, pur ancora in forma embrionale, ha già preso corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono il frutto di una "cooperazione internazionale", dopo decenni di una competizione esasperata sotto le bandiere di due superpotenze, le missioni spaziali?</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono "condivisi" su una piattaforma internazionale i dati relativi al Covid, dati che verranno elaborati nelle loro interconnessioni da un super-calcolatore del Cern?</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono "open source" non pochi software, anche molto sofisticati?</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiamo assistito noi italiani, nella fase più drammatica della gestione del coronavirus, a una vera e propria "globalizzazione della solidarietà" con medici e infermieri che sono arrivati dalle aree più diverse del mondo?<br>
È il momento di favorire al massimo lo sviluppo di questi germogli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1948, con un colpo d'ala, i governanti della Terra si sono riuniti per sancire solennemente "il diritto alla vita" per tutti gli "esseri umani". Non è l'ora di un altro colpo d'ala per garantire davvero tale diritto?<br>
Proprio a tutti. Anche ai miliardi di persone che vivono in Paesi con strutture sanitarie immensamente più inadeguate delle nostre, anche ai milioni (centinaia di milioni) di individui che sono più esposti al rischio a causa della denutrizione, anche a chi vive in un continente come l'Africa dove il virus potrebbe mietere fino a 3 milioni di vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo costruito una civiltà del "superfluo" e abbiamo dimenticato ciò che è "essenziale".<br>
Un'impresa titanica la sfida alle dee dell'Olimpo che sono le multinazionali del farmaco?<br>
È vero, ma fino a quando dovremo tollerare che la politica continui ad essere forte con i deboli e debole con i forti?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Win-win</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">La cooperazione è morta?</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa è certa: il vento dell'"America first" - il vento della rottura, della politica muscolare, dei nazionalismi ostentati e dei nazionalismi praticati - ha fatto il giro del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno scenario allarmante? Forse no: non è l'egoismo una possente leva per la cooperazione?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è l'egoismo - il nostro bisogno di aiuto in questa situazione di estrema debolezza - a spingere l'Italia verso un'accelerazione del processo di solidarietà europea?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è interesse della Germania (il timore di pesanti ripercussioni negative a livello commerciale in caso di naufragio del nostro Paese) solidarizzare con l'Italia?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è interesse/egoismo dell'Europa (prevenire una nuova e più massiccia, a causa della pandemia, ondata immigratoria) solidarizzare con i Paesi più poveri dell'Africa?</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa ha spinto la Cina in questi giorni a destinare due miliardi di dollari - via Oms - all'Africa se non per tutelare i propri corposi investimenti all'insegna del "do ut des"?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è, infine, interesse di ciascun Paese (prevenire un rimbalzo dall'estero di nuovi focolai ed evitare ingenti danni sul fronte del turismo) che il vaccino, una volta scoperto, non lasci indietro nessuno?</p>
<p style="text-align: justify;">Win-win.<br>
Non vi è altro che possa muovere i governi e i popoli a cooperare!</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Profondamente interconnessi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non è vero che la Germania-forte abbia interesse a solidarizzare con l’Italia-debole?</p>
<p style="text-align: justify;">Una domanda che ci obbliga a sondare di più le “ragioni egoistiche” della “solidarietà”.</p>
<p style="text-align: justify;">Supponiamo (ricorriamo all’esperimento mentale di Galileo) che il nostro Paese, schiacciato dal debito pubblico (reso ancora più pesante a causa delle misure necessarie per contrastare gli effetti devastanti del Covid) e messo in ginocchio dai mercati finanziari, fallisca: sarebbe la fine dell’euro e, di conseguenza, di quel poco di “casa comune” che gli europei hanno costruito in decenni. Ora, non sarebbe la Germania a pagare a caro prezzo tale eventualità? È, infatti, il Paese che ha guadagnato di più dall’euro: non è l’euro che ha consentito alla Germania, al riparo dalle svalutazioni competitive dei principali concorrenti europei, di diventare una super-potenza mondiale? non è l’euro che le ha permesso di beneficiare largamente della crisi dei cosiddetti debiti sovrani, potendosi finanziare a tasso zero?</p>
<p style="text-align: justify;">Mai e poi mai la Germania lascerà l’Italia precipitare nel baratro, tanto più che le due economie sono profondamente interconnesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma un fatto è sotto gli occhi di tutti: la Germania, che sta investendo la bellezza di 1000 miliardi di euro per rafforzare il suo sistema economico, uscirà più forte di prima dalla crisi della pandemia</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Peggio di prima</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla sarà come prima: non è lo slogan ipocritamente sbandierato da tutti (o quasi)?</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, non abbiamo la netta sensazione che tutto sarà come prima, anzi peggio di prima? Non si stanno acutizzando le tensioni tra gli Usa (in piena campagna elettorale) e la Cina con pesanti ripercussioni sull’intero pianeta a danno sempre dei più poveri? Non stiamo assistendo a un crescendo di disuguaglianze? Pensiamo solo all’Europa: grazie a un lockdown più blando e ad aiuti di Stato più consistenti, la Germania incrementerà ancora di più il suo surplus commerciale e ruberà di conseguenza altri milioni di posti di lavoro ai già martoriati Paesi del sud; l’Olanda continua a recitare la trita e ritrita litania di accuse alle “cicale” europee e nello stesso tempo a difendere a spada tratta il suo paradiso fiscale.</p>
<p style="text-align: justify;">E che sta accadendo in Italia? Le solite risse in parlamento in un momento in cui la coesione sociale e politica dovrebbe essere massima; i soliti benefici distribuiti a pioggia (vedi i 6 miliardi di azzeramento dell’Irap), anche ad aziende che il Covid ha avvantaggiato; il solito ricorso al tradizionale canale di finanziamento quando l’Europa ci mette a disposizione un fondo senza alcuna condizionalità a un costo prossimo allo zero.</p>
<p style="text-align: justify;">I giganti del digitale, infine, non stanno aumentando ancora di più la loro egemonia, sempre grazie al Covid, senza pagare tra l’altro le imposte dovute agli Stati in cui operano?</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto sta andando come prima e peggio di prima.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’occasione irripetibile</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Motivi di fiducia, comunque, non mancano: l’Europa, paralizzata da tempo dalle sue lacerazioni interne, non sta ridando segni di vita? La sospensione del Patto di stabilità, la cassa integrazione europea, un Fondo per spese sanitarie dirette e indirette senza condizionalità, il Recovery Plan finalizzato a una ricostruzione all’insegna della “green economy” e del digitale e il bazooka della Bce non sono misure (pur timide ancora) che vanno nella giusta direzione?</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo a disposizione dall’Europa 36 miliardi di euro destinati a spese sanitarie (dirette e indirette): non è un delitto rifiutarli?</p>
<p style="text-align: justify;">Riflettiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo di fronte a un’occasione irripetibile, quanto meno, per avvicinarci al modello tedesco in termini di posti di terapia intensiva e di rafforzamento della medicina territoriale?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un’opportunità unica per riqualificare le nostre RSA, rendendole davvero a misura di “persone” e non di “numeri”, accrescerne l’offerta in modo da soddisfare le esigenze di chi non può permettersi di pagare rette proibitive presso residenze private e, nello stesso tempo, intensificare il servizio a domicilio?</p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto a un tasso d’interesse prossimo allo zero?</p>
<p style="text-align: justify;">Non conseguiremmo, inoltre, l’obiettivo di rimettere in moto importanti segmenti dell’economia?</p>
<p style="text-align: justify;">Non tocca a noi cittadini elettori attivarci perché tale delitto non si consumi?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un colpo d’ala per l’Europa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Proviamo ad andare oltre l’orizzonte strettamente nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il diritto alla salute non potrebbe diventare l’obiettivo prioritario dell’Unione europea?</p>
<p style="text-align: justify;">Non sarebbe un bel colpo d’ala per l’Europa se diventasse il Polo più avanzato al mondo in termini di ricerca scientifico-medica e di sensibilità nei confronti di tutti coloro che soffrono nel corpo e nell’anima?</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa ha bisogno di ritrovare valori alti: ora, non sarebbe nobilissima tale missione, una missione che, tra l’altro, potrebbe ricompattare Paesi fortemente tentati dalla lusinga del nazionalismo (ostentato o praticato)?</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiamo tutti, nella presente triste stagione, riscoperto il valore sommo del diritto alla vita e alla salute?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, allora, non destinare massicci investimenti alla ricerca, in primo luogo alla ricerca “pubblica” (sganciata dalla logica del profitto)?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché non coordinare i laboratori nazionali in modo da ottimizzare le risorse sulla base di precise priorità? Una cabina di regia europea, ad esempio, non farebbe risparmiare nella ricerca dei vaccini ingenti risorse che oggi vengono disperse in mille rivoli?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché non offrire nuove prospettive ai tanti ricercatori europei che sono stati costretti a volare oltre oceano?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché non stroncare ogni speculazione calmierando i prezzi di tutto quanto attiene al diritto alla salute, inclusi i prodotti farmaceutici, in modo da non penalizzare nessun cittadino?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è l’occasione, questa, per prendere severe misure anti-trust contro le multinazionali del farmaco che occupano oggi posizioni oligopolistiche, se non monopolistiche, e di porre fine al loro strapotere di ricatto nei confronti degli Stati nazionali, nonché di far valere i diritti della collettività, considerato che le aziende farmaceutiche incorporano nei loro farmaci “conoscenze” acquisite dalla ricerca di base largamente finanziata con i soldi dei cittadini e quindi fanno profitti con risorse di tutti i contribuenti?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è, infine, più che opportuno che sia la stessa Europa a predisporre un piano per gestire le nuove probabili pandemie?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un interesse vitale per l’Europa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non è il caso di volare ancora più alto? Non assisteremmo a un altro colpo d’ala, se l’Europa, oltre che a perseguire l’obiettivo di qualificarsi come il Polo di eccellenza della salute nel mondo, supportasse su tale fronte il continente a noi più “prossimo” e per noi di “interesse vitale” che è l’Africa?</p>
<p style="text-align: justify;">L’Africa, nonostante le sue stridenti contraddizioni, i suoi Stati deboli con i forti (multinazionali, trafficanti di uomini/droga/armi, i suoi fanatici che uccidono in nome di Dio…), non è più l’“hopeless continent”, ma si sta apprestando a diventare, grazie alle sue immense ricchezze, ai suoi ritmi di crescita, alla sua emergente classe imprenditoriale femminile…, il nuovo “centro del mondo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’Africa “rising” ma… con i piedi di argilla, flagellata com’è dalle mille malattie (dal colera alla malaria, dall’epatite E a Ebola, dall’Aids alla tubercolosi), e con strutture sanitarie fragilissime.</p>
<p style="text-align: justify;">La Cina esporta là infrastrutture quali autostrade, ferrovie, ponti. Perché noi non potremmo esportare le infrastrutture della salute che sono la pre-condizione di ogni sviluppo economico?</p>
<p style="text-align: justify;">Non è, del resto, lo stesso Dragone rosso che ha colto il problema destinando, proprio nei giorni scorsi, due miliardi di dollari via Oms?</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa non si salverà da sola, neppure con i 750 miliardi del Recovery Plan. Non bastano i soldi: ci vogliono idee, ci vogliono statisti lungimiranti.</p>
<p style="text-align: justify;">Come potrebbe reggere la “fortezza” europea all’urto di una nuova e più massiccia ondata migratoria determinata dagli effetti nefasti del Covid e magari di una nuova pandemia di ritorno di importazione africana?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le insidie dello smart working</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il Covid uccide persone e posti di lavoro, ma può diventare anche una potente opportunità. Pensiamo allo smart working: ciò che avrebbe richiesto anni, il coronavirus l’ha realizzato in due mesi e solo in Italia gli smart workers sono passati da due a otto milioni!</p>
<p style="text-align: justify;">Un vero e proprio miracolo: minori costi sia per il lavoratore che per l’azienda, maggiore benessere per tutti e per lo stesso pianeta determinato dalla minore circolazione di autoveicoli (minore inquinamento, minori patologie connesse). Un benessere anche in termini di tempo guadagnato: pensiamo alle ore sprecate per raggiungere il luogo di lavoro e per tornare a casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli smart workers, inoltre, avendo la possibilità di gestire il tempo di lavoro con più flessibilità, sono in grado di conciliare meglio lavoro e famiglia. Non assisteremmo, infine, a una generale riduzione dei prezzi causata dal minore consumo di carburante e dalla minore domanda di case in affitto nelle grandi città?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, i rischi non mancano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rischio che l’orario di lavoro si dilati all’infinito a seconda delle richieste dell’azienda.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rischio che il lavoratore, isolato, senza più relazioni con i colleghi, perda ogni potere contrattuale col datore di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rischio, in ultima analisi, che lo smart si trasformi in maggiore (anche se più sofisticato) sfruttamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui la necessità di una regolamentazione (non basta quella già in vigore in Italia dal 2017): il maggiore benessere collettivo e dello stesso pianeta non dovrà essere perseguito violando i “diritti” dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’opportunità per l’altra metà del cielo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Lo smart working, nella misura in cui consente una maggiore possibilità di coniugare lavoro e famiglia, potrebbe diventare una straordinaria opportunità di rientro nel mondo del lavoro per tante – troppe – donne che, <em>obtorto collo</em>, hanno dovuto rinunciare a una realizzazione professionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dimentichiamo che siamo in presenza, in Italia, di un tasso scandalosamente basso di occupazione femminile (il 49,5% contro una media europea del 62% e contro punte di oltre 70%), una situazione che di sicuro si è aggravata con la chiusura per mesi delle scuole di ogni livello.</p>
<p style="text-align: justify;">Potremo davvero pensare di uscire dalla gravissima crisi in cui precipiteremo una volta saranno esauriti i fondi europei, senza l’apporto creativo e intelligente di donne ora forzatamente inoccupate?</p>
<p style="text-align: justify;">E potremo davvero immaginare una ricostruzione “dal volto nuovo” senza le qualità (sensibilità, capacità organizzativa e comunicativa…) di milioni e milioni di donne?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, allora, non raccogliere la raccomandazione dell’europarlamento a predisporre percorsi formativi con l’obiettivo specifico di accrescere le competenze digitali delle donne?</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratterebbe, naturalmente non della soluzione, ma di una soluzione. Una soluzione che non dovrà essere disgiunta dall’offerta di servizi adeguati alle famiglie come asili nido davvero accessibili a tutti (leggo con piacere che la task force “Donne per un nuovo Rinascimento” prevede la creazione in cinque anni di ben 100.000 posti in più negli asili nido).</p>
<p style="text-align: justify;">Un punto dovrà essere chiaro: lo smart working non potrà essere una modalità di lavoro tesa a perpetuare una discriminazione odiosa, quella che carica solo sulle spalle delle donne la cura della famiglia, ma semplicemente uno strumento in più a disposizione di tutti, maschi e femmine.&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mantra della digital economy</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">“Digitalizzare” è diventato il mantra, l’obiettivo sbandierato come la soluzione di tanti problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un mantra che spinge da anni sociologi (tra cui il nostro Domenico De Masi) a sognare una sorta di Eden in cui la “manodopera” verrà rimpiazzata dalla “mentadopera”, in cui l’alienazione operaia denunciata da Marx sparirà non grazie alla lotta di classe, ma all’evoluzione della tecnologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, stiamo davvero imboccando la strada - stimolata anche, con tanta generosità di finanziamenti, dal Recovery Plan - che ci condurrà al Paradiso perduto in cui non ci saranno più fatica e sudore sulla fronte?</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scenario che ci viene prospettato è di sicuro allettante.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci alletta immaginare gli operai trasformarsi in colletti bianchi che, senza sporcarsi le mani, controllano su monitor i robot che fanno il lavoro che prima incombeva su di loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa, tuttavia, non convince.</p>
<p style="text-align: justify;">Che ne sarà di quegli operai che non riusciranno, magari perché over 50, a riconvertirsi? Saranno degradati ad addetti alle pulizie o saranno addirittura licenziati?</p>
<p style="text-align: justify;">Che ne sarà dei riconvertiti che lavoreranno da casa? Diventeranno dei lavoratori “atipici”, con partita Iva e condannati a un lavoro instabile e sottopagato?</p>
<p style="text-align: justify;">E che ne sarà dei lavoratori digitali che rimarranno in azienda? Verranno controllati ancora più di prima, questa volta non da un capo reparto, ma da algoritmi, vale a dire “l’equivalente della vecchia catena di&nbsp; montaggio, ma molto più difficile da interrompere” (Birgid Mahnkopf)?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I nuovi schiavi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il Recovery Plan si propone, tra l’altro, di investire nella coesione sociale. Ora, non stiamo assistendo, con la diffusione dello smart working e con la graduale ma progressiva trasformazione degli operai in lavoratori digitali, a una sorta di nuova classe “privilegiata”, quindi a nuove disuguaglianze sociali?</p>
<p style="text-align: justify;">Un “privilegio” che abbiamo toccato con mano durante il lockdown: da un lato i lavoratori da remoto che potevano permettersi di stare al riparo dal contagio, dall’altro, quanti erano esposti tutto il giorno (anche sui mezzi pubblici) al virus.</p>
<p style="text-align: justify;">Una disuguaglianza non imputabile all’ingiustizia sociale?</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sarebbe se tutti avessero in concreto le medesime opportunità di formazione, il che è in contrasto con la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Un “privilegio” di cui prima o poi usufruiranno tutti?</p>
<p style="text-align: justify;">È vero, la tendenza è questa: sempre più professioni saranno digitalizzate o, quantomeno, avranno un supporto digitale (dalle “libere” professioni ai lavoratori delle stalle, dai medici ai bancari…).</p>
<p style="text-align: justify;">Una tendenza che va tutt’altro che demonizzata, tanto più che certi lavori gravosi (le stesse pulizie) verranno sempre più delegati a robot.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa, comunque, non quadra: noi europei tendiamo a caricare i lavori più faticosi e più ripetitivi (quelli non ancora robotizzati o non robotizzabili) sulle spalle di nuovi paria.</p>
<p style="text-align: justify;">Non stiamo forse diventando in qualche misura come i “liberi” della… democratica Atene che potevano permettersi di godere della bellezza della vita sulla pelle degli schiavi e degli stranieri?</p>
<p style="text-align: justify;">Non stiamo, in altre parole, diventando (rubo un’espressione del sociologo Luca Ricolfi) una “società signorile di massa” che si fonda su “nuovi schiavi”?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un potenziale didattico da non perdere</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il Covid si è abbattuto su tutti, ma non ha colpito tutti nello stesso modo. La scuola, di sicuro, è tra gli ambiti che hanno sofferto di più.</p>
<p style="text-align: justify;">La pandemia, è vero, ha aperto una nuova frontiera, quella della didattica a distanza, una modalità che, pur con i suoi ritardi (a causa dell’impreparazione degli insegnanti), con i suoi limiti (almeno nella prima fase ha tagliato fuori le famiglie più ai margini della società in quanto sprovviste di dispositivi di accesso), col suo procedere quasi mai a pieno regime, ha dato prova che la scuola c’era e c’era nelle case di tutti (o quasi) gli studenti, piccoli e grandi.</p>
<p style="text-align: justify;">È fin troppo facile oggi sparare contro la didattica a distanza, ma che cosa sarebbe accaduto se, in un’ora così tragica della nostra storia, la scuola avesse abbandonato gli studenti a se stessi?</p>
<p style="text-align: justify;">Una modalità che sarà del tutto cancellata quando si tornerà alla normalità? Io mi auguro di no. Mi auguro, anzi, che verranno valorizzate al massimo le sue potenzialità.</p>
<p style="text-align: justify;">La didattica a distanza consente di realizzare l’aspirazione di tutti gli insegnanti che si trovano quotidianamente a gestire classi di 20-25 ragazzi: una scuola “personalizzata” sia in termini di relazioni umane che di esercitazioni su misura.</p>
<p style="text-align: justify;">Se studiata con intelligenza, poi, potrebbe permettere di sviluppare ancora di più la “relazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Io ho un sogno: una scuola “rovesciata” in cui (mi riferisco in particolare agli studenti più grandicelli) i ragazzi frequentano le “lezioni” (online) a casa e fanno i “compiti” a scuola.</p>
<p style="text-align: justify;">La scuola oggi dedica troppo tempo a “trasmettere” informazioni e troppo poco a favorire il più possibile, tramite esercitazioni individuali mirate, l’espressione dei talenti di ciascuno. Ecco allora la scuola rovesciata: gli studenti apprendono gli “strumenti di base” di ogni disciplina a casa (ci sono sul mercato dei corsi online, straordinariamente efficaci sotto il profilo didattico, che prevedono, passo dopo passo, dei momenti di “verifica”, condizione necessaria per la prosecuzione delle lezioni) e a scuola “applicano” tali strumenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Libera (o parzialmente libera) dall’onere di trasmettere informazioni, la scuola non diventerebbe un vero e proprio luogo di lavoro, di ricerca, di creatività (individuale e collettiva) e di lettura critica del nostro tempo?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il “grido della terra” e il “grido dei poveri”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;“Digital” e “green” economy: è questa la nuova frontiera lanciata dal Recovery Plan.</p>
<p style="text-align: justify;">Già, ma quale digital economy? Un’economia che accresce ancora di più le disuguaglianze sociali, che lascia indietro gli scarti (chi non è in grado di riconvertirsi), che distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea, che precarizza il lavoro, che sacrifica la dignità dell’uomo sull’altare degli algoritmi, che dirotta risorse ingenti dalla periferia dell’impero verso Silicon Valley?</p>
<p style="text-align: justify;">La digital economy è un treno che non possiamo perdere, ma la direzione non dovremmo deciderla noi?</p>
<p style="text-align: justify;">E questo vale anche per la green economy. Un’economia che ha un approccio esclusivamente “ambientale” o anche “sociale”, che si preoccupa solo della cura della natura o anche di “restituire la dignità agli esclusi”?</p>
<p style="text-align: justify;">Tocca a noi europei decidere: vogliamo una rivoluzione solo “verde” o una rivoluzione “globale”, quella che è efficacemente espressa dall’enciclica <em>Laudato si’</em> di papa Francesco, una rivoluzione che ascolti sia il “grido della terra” che il “grido dei poveri”?</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fare gli europei</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Investire nel futuro dell’Europa: non è questa, in ultima analisi, la mission del Recovery Plan? Ora, come realizzare tale scopo senza investire nella “formazione” della “next generation Eu”?</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa, pur tra mille difficoltà e sospetti reciproci, sta dimostrando (così pare) di “esistere”. Non è allora il momento di “fare gli europei”? Non è l’ora, di fronte alle macerie lasciate dal Covid, di recuperare e rivitalizzare quello “spirito europeo” che ha animato, all’indomani del secondo conflitto mondiale, i nostri padri costituenti?</p>
<p style="text-align: justify;">Un’impresa impossibile?</p>
<p style="text-align: justify;">Di sicuro difficilissima. Il sogno europeo si è infranto. L’Europa dei popoli si è trasformata nell’immaginario di una moltitudine di cittadini, nell’Europa delle banche. Gli statisti sono stati rimpiazzati da arcigni ragionieri tanto ligi alle loro regole contabili da calpestare la sovranità di parlamenti nazionali (il caso Grecia docet).</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà difficilissimo ricucire gli strappi, ma la pandemia non ci ha insegnato ancora una volta e in un modo drammatico che nessuno si salverà da solo?</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiamo tremendamente bisogno, proprio in questa ora, di “europei” che sappiano andare&nbsp; oltre gli stereotipi di “formiche” e di “cicale”, oltre la ricerca ossessiva del consenso immediato?</p>
<p style="text-align: justify;">A mancare è la “coscienza europea”, la consapevolezza di appartenere a un destino comune.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma come formarla?</p>
<p style="text-align: justify;">Molto si è fatto, senza dubbio, per abbattere le barriere linguistiche, per promuovere esperienze di scambio tra studenti europei: i giovani hanno imparato a viaggiare in Europa, a muoversi come “europei”, a toccare con mano i benefici di essere “cittadini europei”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo, tuttavia, non ha impedito l’esplosione di forze centrifughe che hanno portato l’Europa sulla soglia della rottura, non ha impedito errori grandi come macigni che hanno tolto ogni credibilità alle istituzioni europee.</p>
<p style="text-align: justify;">Che fare allora? Non ci resta che seminare. Sarebbe di grande utilità prevedere per tutti i ragazzi che frequentano gli ultimi anni delle scuole medie superiori l’obbligo di soggiornare per un periodo congruo in un altro Paese dell’Unione europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Come sarebbe di grande utilità compiere un ulteriore passo in avanti, investendo nella “formazione di una nuova classe politica europea” che sappia operare il miracolo di trarre dagli “egoismi nazionali” (la potente leva della cooperazione) il massimo possibile dei vantaggi per tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Una classe politica che sappia, in altre parole, dimostrare con i fatti che la “cooperazione” (la logica dell’et-et, del win-win) paga. E paga per tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
      </item>
      <item>
         <title><![CDATA[VIVA LA LIBERTÀ, di Patrizia De Capua]]></title>
         <link>https://www.caffefilosoficocrema.it/news/viva-la-liberta-di-patrizia-de-capua/</link>
         <description><![CDATA[Il saggio di Franco Gallo “Da Rachels al Covid-19: scenari politici e limiti della morale” , ricco di spunti di riflessione e approfondimenti su temi attualissimi come catastrofe sanitaria ed economica,&nbsp; dilemmi etici e morali, compiti della politica e comportamenti selezionabili per il futuro, impone un’accelerazione della ricerca in vista di una cosmica revisione di abitudini di vita e valori consolidati.
Mi ritaglio uno scampolo di quella stoffa pregiata per chiarire a me stessa il...]]></description>
         <pubDate>Tue, 02 Jun 2020 20:00:00 +0200</pubDate>
         <guid isPermaLink="true">https://www.caffefilosoficocrema.it/news/viva-la-liberta-di-patrizia-de-capua/</guid>
         <category><![CDATA[Contributi]]></category>
         <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il saggio di Franco Gallo “Da Rachels al Covid-19: scenari politici e limiti della morale” , ricco di spunti di riflessione e approfondimenti su temi attualissimi come catastrofe sanitaria ed economica,&nbsp; dilemmi etici e morali, compiti della politica e comportamenti selezionabili per il futuro, impone un’accelerazione della ricerca in vista di una cosmica revisione di abitudini di vita e valori consolidati.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ritaglio uno scampolo di quella stoffa pregiata per chiarire a me stessa il senso che ancora può avere una filosofia morale nel mondo del XXI secolo sconquassato da un totale rivolgimento, e lo faccio accogliendo uno dei numerosi suggerimenti di Gallo: l’imperativo ipotetico, che ci guida verso quella filosofia morale che Kant preferisce chiamare Ragion pratica.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È possibile un’azione morale?</strong>&nbsp; &nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Libertà, obbligatorietà, autonomia sono, come è noto, i requisiti formali dell’azione morale secondo Kant.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">La mai dimostrata né dimostrabile <strong>libertà – </strong>postulato della Ragion pratica, insieme a Dio e all’immortalità dell’anima – fa da sfondo e fondamento per quei comportamenti che decidiamo di qualificare come morali. È sicuramente requisito imprescindibile, dal momento che se non fossimo liberi non potremmo neppure dar inizio a un discorso attorno al tema morale. Se le azioni dell’uomo dovessero considerarsi come effetti necessari di cause fisio-psichiche e genetiche, se l’uomo fosse esclusivamente sottostante al determinismo naturale, come sostengono alcuni positivisti a partire dal biodeterminismo materialista dell’antropologia criminale lombrosiana; oppure se dovessero scaturire da insopprimibili cause ambientali, educative e familiari, con l’immancabile corredo di teorie razziste, neocolonialiste ed eurocentriche; ebbene, stando così le cose, il valore morale non sussisterebbe. Peggio ancora: senza libertà l’agire degli uomini si ridurrebbe a “gioco di marionette”. &nbsp;L’uomo è ridotto a marionetta quando è semplice meccanismo. L’insieme delle interrelazioni potrebbe dare l’idea di un tutto che gesticola bene, ma “nelle figure non si troverebbe vita alcuna [1]. Dunque, senza libertà saremmo Pinocchio prima della metamorfosi, pezzi di legno, fantocci senza spirito. Tutto ciò a livello morale. Sul piano della filosofia della storia, a questa ipotesi corrisponde ciò che Kant definisce “abderitismo”: gli scambi reciproci della nostra specie degradati a vacuo passatempo. L’abderitismo&nbsp; concepisce l’umanità in perenne “sforzo disperato di spingere, rotolandola all’in su, la pietra di Sisifo per poi lasciarla di nuovo rotolare verso il basso” [2]. E questo perché il principio del bene e quello del male si associano tanto intrinsecamente da neutralizzarsi a vicenda. All’abderitismo viene assegnata una posizione intermedia fra due opposti estremi, l’uno pessimistico e l’altro ottimistico. Il primo, definito “concezione terroristica nel modo di considerare la storia dell’umanità”, profetizza un durevole ricadere nel peggio fino all’autodistruzione. Il secondo, “concezione eudemonistica”, illude con vane speranze di un costante progresso nella via del bene. Per entrambi disponiamo di autorevoli esempi: Schopenhauer e Leibniz, tanto per citare i più noti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, che fare per salvaguardare il valore morale delle nostre azioni? Non ci resta che agire <em>come se </em>fossimo dotati di libertà, pur senza poter dimostrare di essere liberi. E ciò vale sia a livello individuale che a livello di significato, direzione, senso presunto della storia. In altri termini, decidiamo che siamo liberi di scegliere fra il bene e il male, il progresso o il regresso, la civiltà o la barbarie. Ma nulla ci garantisce di poter perseguire lo scopo che ci prefiggiamo, a causa di innumerevoli complicazioni derivanti dall’intreccio combinato dei progetti di tutti gli altri agenti, ciascuno dei quali persegue un fine proprio. È ciò che nella filosofia della storia di Hegel , in controtendenza con il generale ottimismo metafisico, dà luogo a una malinconica trattazione della sorte riservata all’individuo, “marionetta” dello Spirito, che ne sfrutta a proprio favore passioni e moventi, abbandonandoli poi al loro destino, per realizzare un piano che li trascende: è il cosiddetto “furto del progetto” o “furto dello scopo”, frutto dell’Astuzia della Ragione. &nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Obbligatorietà</strong>. Accanto a “libertà”, sembrerebbe un ossimoro. Se osserviamo con più attenzione, però, ci rendiamo conto che, una volta appurato che pur non sapendo se siamo liberi ci comportiamo come se lo fossimo, ogni decisione che prendiamo, se vuole avere dignità morale, viene dettata da un “tu devi” che ha la forza di un’obbligazione senza riserve: un <em>imperativo categorico</em>. Altrimenti siamo nell’ambito dell’<em>imperativo ipotetico</em>, ossia di una direttiva assunta in vista di un risultato o di un vantaggio che si voglia ricavarne. Di quest’ultimo tipo sono sia le regole dell’abilità (“se vuoi saltare meglio, prendi la rincorsa”), i cui scopi sono particolari e contingenti, &nbsp;che i consigli della prudenza (“se vuoi godere della fiducia altrui, non mentire”), i cui fini hanno un carattere generale e permanente.&nbsp; Stiamo comunque discutendo di quella “prudenza” definita da Gallo come “comportamento assennato che si preoccupa del possibile esito infausto di proprie azioni, in sé non intrinsecamente lesive del prossimo e/o di se stessi, ma che in un quadro concreto hanno considerevoli probabilità di risultare tali”: ad esempio “se non vuoi contagiare gli altri, non violare la quarantena”. Questo comportamento non rientra nell’ambito della morale, così come, in ambito giuridico, non ha rilevanza di “fattispecie commissiva”, spiega ancora Gallo.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo allora alla morale e a quell’imperativo categorico che non pone condizioni, non si ripromette di ottenere alcun vantaggio, non cerca di soddisfare qualche nostro desiderio di felicità o di utilità, né di gratificazione sociale. È un comportamento che scaturisce da una voce interiore, che siamo soliti chiamare coscienza, ben più esigente di qualunque padrone, per nulla accomodante, e ostinata nel rappresentarci la colpa in cui incorreremmo ignorandola: “tu devi agire così, perché questo è il tuo dovere”. Il problema per noi, però, non consiste nel definire formule generali (le tre formule dell’imperativo categorico), quanto di volta in volta nell’individuare il contenuto dell’azione. Ho intenzione di comportarmi moralmente, ma qual è il mio dovere? Nella complessa interazione fra agenti, contestualizzati qui ed ora, nelle specifiche circostanze in cui mi ritrovo a scegliere l’opzione A in luogo della B, o peggio ancora della non-A, come si sostanzia il “tu devi”? Come riconoscere il dovere distinguendolo dall’impulso verso la felicità, dall’inclinazione sensibile, dalla scelta di comodo? &nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Agli occhi di Kant il problema non sussiste. Il dovere è lì, a portata di mano, tanto che in una situazione specifica, quella del <em>depositum</em>, perfino “un fanciullo di otto o nove anni” non esiterebbe a indicare in quale azione si concreta. In breve, se qualcuno si trovasse nella condizione di aver ricevuto in affidamento un bene da un uomo, poi defunto, senza che gli eredi ne sappiano nulla, un bambino saprebbe dire che il dovere è restituirlo. E non importa se l’affidatario è povero e certo dell’impunità, mentre gli eredi sono straricchi, e vivono in un lusso tale che “aggiungere questo supplemento alla loro fortuna sarebbe come gettarlo in mare” [3]. Non restituire il deposito è ingiusto, è contro il dovere. Ma perché? Perché &nbsp;la massima, il principio ispiratore di un’azione in nome del dovere è chiarissima, mentre non lo è quella dettata dalla felicità. Nell’esempio, se l’affidatario decidesse di seguire l’inclinazione naturale verso la felicità tenendo per sé il deposito, l’esito dell’azione non sarebbe affatto sicuro, poiché se utilizzasse il deposito per trarsi dalle sue critiche condizioni, potrebbe attirare su di sé il sospetto riguardo ai mezzi e alle risorse che si è procurato. Diversamente, restituendo il deposito otterrebbe “una buona fama”, che “può riuscire molto vantaggiosa” [4]. Ancor più calzante è l’esempio del “non mentire” mai e in nessun caso, in nessuna circostanza, neppure all’assassino che mi domanda se la persona che egli cerca si è rifugiata in casa mia. La menzogna “a fin di bene” non è comunque morale, e per di più va a colpire “non un uomo determinato, bensì l’umanità in generale”. Perché? Perché “avvelena la fonte stessa del diritto” [5].</p>
<p style="text-align: justify;">Il diritto? non si stava discorrendo di etica? E l’etica utilitaristica e quella eudaimonistica, cacciate dalla porta, sono pronte a rientrare dalla finestra? Felicità, vantaggio, premio, gratificazione, non dovevano restarne fuori?</p>
<p style="text-align: justify;">No, dice Kant, perché l’uomo è un ente razionale finito. Cittadino di due mondi, sempre alberga in sé le contrastanti voci del noumenico e del fenomenico, moralità e natura, e quando prevale la prima egli decide liberamente di sottostare alla legge del dovere. Una legge che egli stesso si è dato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Autonomia. </strong>Requisito cruciale, che fa dell’etica kantiana un manifesto di illuminismo, con il suo <em>sapĕre aude </em>, invito ad emanciparsi da autorità esterne e superiori, da padri padroni, sovrani dispotici, leggi calate dall’alto (benché il dispotismo illuminato, con il suo corteo di paternalismo, abbia trovato udienza proprio in quella meravigliosa scuola di indipendenza di giudizio: ma questa è un’altra storia). L’autonomia è la non dipendenza della volontà da un comando esterno o da un esteriore oggetto di desiderio. Riguardo al primo carattere, <em>eteronoma </em>viene qualificata la morale religiosa tradizionale, in cui la volontà si uniforma ad un ordine divino trascendente. Riguardo al secondo, <em>eteronome</em> sono le etiche nelle differenti versioni, da Hume a Shaftesbury, che ricercano “la maggior felicità possibile per il maggior numero possibile di persone” (Beccaria, Bentham), e che si fondano su concetti come utilità, vantaggio reciproco, partecipazione sentimentale, convergenza armonica fra le azioni degli uomini. È qui che Kant manifesta il più agguerrito rigorismo, giungendo a identificare l’essenza della moralità nella coercizione che la coscienza del dovere esercita sulle inclinazioni sensibili, le quali tenderebbero al benessere dell’individuo (e della società). Che avesse ragione Schiller quando non troppo scherzosamente sferzava Kant in un epigramma, liquidando il significato della Ragion pratica nella sintesi “fare con ripugnanza/ ciò che il dovere impone”? sì, perché in fin dei conti il modo per riconoscere il dovere additato dalla coscienza, qualora la volontà oscilli fra azioni contrarie – ed ecco riemergere il contenuto da ciò che si voleva solo forma – è quello di far cadere la scelta sul comportamento che più ci costa, quasi quasi ci ripugna. La sintesi per lo stesso Kant potrebbe essere, al contrario, che si ha valore morale quando la volontà libera (libertà) si autodetermina (autonomia) in ossequio al dovere (obbligatorietà). Schiller con la sua intuizione, più di Kant con la sua attitudine – diciamolo – molto&nbsp; intellettualistica, ci illumina nel momento presente con i suoi drammatici dilemmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dilemmi e istruzioni per l’uso</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il dramma è quello non ipotetico ma realissimo di un medico che, di fronte alla carenza dei respiratori, si trovi a prendere una decisione. E che cosa suggeriscono le “raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili”? “Dovendo mettere in terapia intensiva il quarantenne con famiglia o l’ultrasettantenne vedovo, <em>in determinate e specifiche condizioni </em>, scelgo il primo”, illustra Franco Gallo, rinviando a documenti il cui succo è presto detto:&nbsp; nel caso di <em>shortage</em> delle risorse sanitarie, privilegiare “la maggior speranza di vita”. Ovvio che il giuramento di Ippocrate va in frantumi, insieme con le granitiche certezze kantiane. Che cosa avrebbe infatti da dire la volontà libera che si autodetermina in ossequio al dovere, messa davanti all’urgenza di una simile scelta? Argomenterebbe sulla proporzionalità costi/benefici? O sull’imperativo categorico con le sue tre formule, indagando sull’universalizzabilità della massima della propria azione: se scelgo di sacrificare l’ultrasettantenne vedovo, sarebbe giusto che, messi nelle stesse condizioni, tutti si comportassero come me? E poi sul modo di trattare l’uomo come fine e non come mezzo? E sulla possibilità di costruire un utopico regno dei fini, dove ciascuno è al tempo stesso legislatore e suddito? O ancora si domanderebbe se è quella la scelta più ripugnante, dunque è il dovere? Tutti processi nei quali giudice e imputato coincidono: la mia coscienza. E soprattutto processi che si devono svolgere e risolvere nel giro di pochi minuti, pena la perdita di entrambi i concorrenti alla cura. Non è facile, in un batter d’occhio, passare in rassegna tutte le variabili, sottoporle a verifica, e infine inquadrarle in un insieme armonioso, da cui scaturisca una soluzione bella e confezionata del problema. Non funziona così. In altri termini: spiacenti, non abbiamo nessuna garanzia. Né fuori di noi, né dentro di noi. Nessuna certificazione né eteronoma né autonoma di qualità che dica: ecco, questo è il comportamento morale, l’opzione contrassegnata “dovere”. Bollino blu.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci siamo sforzati per decenni di incanalare comportamenti, prevedendo stimoli e condizionando risposte. L’utopia di un mondo di automi programmati per essere felici sembrava a portata di mano. Eccola lì: <em>Walden two</em> (Skinner, 1948)<em>. </em>Bastava che l’educazione iniziasse presto, anzi prestissimo. Possibilmente entro i primi sei anni di vita. Poi sarebbe stato semplice. Ragazzini impegnati nell’eseguire compiti secondo schemi, tracce, questionari, test senza uscita laterale: risposte chiuse, unidirezionali, senza commenti. I tradizionali temi banditi come vuota retorica. Vietato pronunciarne perfino il nome. E sui social ecco la conferma che quella imboccata fosse la giusta direzione: omologarsi all’<em>influencer </em>di turno. Dopo qualche anno, ecco adulti preconfezionati, cittadini pronti ad interpretare il proprio ruolo secondo regole chiare, ben definite, e rinforzi per chi le rispetta. Chi non si uniforma è “generazione perduta”, emarginato o condannato all’esilio. Poi il lavoro, con carte dei servizi munite di certificazione qualità, e protocolli, quanti bei protocolli!</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto sacrosanto: i prodotti devono rispettare regole precise, e la prestazione di un professionista deve rispondere all’utente dell’applicazione di precisi standard, garanzia di… ecco la garanzia! Ma di che cosa? Di un lavoro ben fatto? Forse, ma soprattutto di un preventivo cautelarsi contro eventuali recriminazioni e&nbsp; rimostranze degli insoddisfatti, e magari ricorsi e cause legali.</p>
<p style="text-align: justify;">So che per molti il sistema qualità ha rappresentato un momento forte di democrazia e trasparenza. Ma mi domando: nell’ambito scolastico, ha elevato la cultura, l’educazione, la capacità di gestirsi in modo autonomo che i bambini degli asili montessoriani acquisivano fra i tre e i cinque anni? O&nbsp; piuttosto la qualità si è prestata a divulgare teorie psico-pedagogiche fondate sull’istruzione programmata che riduce i compiti di apprendimento ad unità semplici, procedendo step by step? E va bene. Ma poi è stata ugualmente curata la ricomposizione in sintesi delle unità analitiche, ossia la costruzione di un insieme di conoscenze, di un quadro culturale che non sia semplicemente giustapposizione di discipline? Non abbastanza. Così quel clima, quello stile, quelle ossessive richieste di rendicontazione (spesso illogicamente preventivo) dell’operato, di monitoraggio del funzionamento della macchina, anziché promuovere la democrazia, hanno contribuito a cronicizzare la burocrazia, morbo tipicamente italiano che non si lascia scalfire neppure nei periodi più difficili della vita nazionale, anzi: ne esce rinvigorito. Ma l’educazione ha i suoi tempi, e le istantanee rubate sono schegge di pietra schizzate via dalla statua figlia di Medusa.</p>
<p style="text-align: justify;">Protocolli: ben vengano, in tempi di routine. Nell’ambito medico suppongo siano essenziali per fare in modo che l’esperienza consolidata acquisita da chi ci ha preceduto venga messa a disposizione di chi opera adesso in casi analoghi. Un utilissimo memorandum affinché nulla venga trascurato e la cura delle differenti patologie possa essere attivata tempestivamente e produrre risultati confortanti ed efficaci. Tralascio lo sconforto di chi potrebbe sentirsi trattato più come caso clinico che come persona, perché sono certa che la sensibilità di medici ed infermieri possa intervenire a supportare i protocolli, cancellandone sgradevoli effetti collaterali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nell’emergenza che succede? Che è successo? Chi si è trovato suo malgrado a dover fronteggiare dilemmi etici come quelli di cui si diceva, a che cosa ha potuto aggrapparsi? Nessun protocollo, nessuna alternativa per evitare una scelta, solo la coscienza e la decisione immediata, quasi convulsa. Nessuna teoria rassicurante, nessun lume, nessun maestro. Solo la coscienza, la coscienza da sola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Zero garanzie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Caro orologio di Königsberg, è l’ora della verità. Nessuna garanzia da parte di regole universali. La scelta obbligata è personale, individuale, ma impegna chi la fa ad esserne responsabile di fronte all’intero genere umano. È ciò che, in circostanze altrettanto drammatiche di quelle della pandemia, Sartre ha saputo dispiegare davanti a noi con l’esempio del giovane francese posto, durante l’occupazione tedesca della sua patria, di fronte alla scelta fra partire per combattere a favore della libertà o rimanere a consolare la madre vedova, rimasta sola dopo la morte dell’altro figlio. Questo esempio, nel testo <em>L’esistenzialismo è un umanismo</em>, vale come ennesimo chiarimento di ciò che l’autore intende nel titolo. Nell’esistenzialismo viene condotto ad estreme conseguenze&nbsp; un tema che Kant, orologio di Königsberg, ha in qualche modo tratto da Hume, sveglia che l’ha destato dal sonno in cui si cullava: l’esistenza non è un predicato, non è uno degli attributi dell’essenza, non ne può essere dedotto. L’esistenza non si può dimostrare, ma solo mostrare: questo c’è, è qui. Nel linguaggio di Hume, solo le relazioni fra idee possono essere oggetto di dimostrazione. Non le cose di fatto. Nel linguaggio di Kant, l’espressione “esistenza necessaria”, che da Anselmo d’Aosta in poi è stata la chiave di volta per dimostrare l’esistenza di Dio, non ha alcun senso. Nel linguaggio di Sartre, l’esistenza precede l’essenza: quando si nasce non si dispone di un ben articolato sistema di qualità e virtù che costituiscano l’<em>essenza</em>, l’idea, il senso, il valore di ciò che si è come esseri umani esistenti, un sistema al quale progressivamente uniformarsi per crescere e diventare un uomo, <em>l’uomo</em>. No, prima si deve affrontare la vita con tutte le scelte che essa impone, si deve esistere, scartando alcune opzioni ed assumendone altre. Da queste scelte, di cui ciascuno di noi diviene testimone davanti agli altri uomini, dipendono i valori che vanno a costituire il modello di uomo, l’essenza umana che proponiamo. La scelta è individuale, la testimonianza pubblica e assai impegnativa. Non ci sono scuse per chi non sceglie. Non si può invocare la possibilità di ciò che si sarebbe potuto diventare. Alla fine si è diventati quello che le nostre scelte di vita hanno deciso che noi fossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo di fronte a tutti, con la mia coscienza libera di scegliere. Libera, s’intende, in circostanze storiche ed ambientali vincolanti, che hanno prima di me deciso che io nascessi in quel giorno, in quel luogo, in quella famiglia, con quel corpo di carne e sangue… e che mi trovassi in quel giorno, in quel luogo, in quella circostanza, con i maestri che mi hanno aiutato a crescere, con le persone che mi amano, con gli amici che mi consigliano, con i colleghi che mi incoraggiano o mi ostacolano…, dunque la mia coscienza sceglie in solitudine ed abbandono, <em>liberamente</em>. Al di là di tutto sta la scelta <em>obbligata</em>, in cui è implicito il fallimento: quella che comporta il sacrificio di una vita. Rispetto a questa, l’abbandono è desolazione e senso di colpa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Abbandono e angoscia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E poi? Con l’abbandono va di pari passo l’angoscia dell’essere responsabile <em>coram populo</em> della scelta fatta. Se la scelta fallisce, sarò additato all’esecrazione collettiva per non aver rispettato il protocollo. Se mi fa avere successo, eccomi diventato eroe. Ma non avevo nessun appiglio, nessuna assicurazione, nessuna garanzia metafisica. Stavo <em>inventando </em>la mia esistenza. È questa, per l’appunto, la risposta che il professor Jean Paul Sartre dà al giovane studente imbarazzato dalla scelta, venuto a chiedergli consiglio: “tu sei libero, scegli, cioè inventa” [6].&nbsp;È ciò che avranno fatto in tanti, nel periodo nerissimo del contagio al picco, abbandonati alla libertà, all’assenza di comportamenti consolidati, all’urgenza di non vedersi morire sotto gli occhi più persone di quante non se ne potessero salvare. È quello che ha fatto anche una tenace anestesista, non rassegnandosi all’autogiustificazione dell’ “aver tentato tutte le possibilità previste”: ha tentato qualcosa di nuovo, ha immaginato una possibilità non protocollata. Nel protocollo e nelle regole universali&nbsp; non sono presenti, <em>non possono</em> essere contemplate <em>tutte </em>le circostanze della vita. C’è qualcosa che sfugge nella sfavillante varietà della casistica, ed è l’impossibilità di padroneggiare quell’insieme totale per noi inattingibile, come ben sa chi come Kant ha trattato dell’aspirazione a comprendere la <em>totalità di per sé inconoscibile dei fenomeni</em>. Ciò non significa che quell’aspirazione vada frettolosamente liquidata con uno “state contenti, umana gente, al quia”: anzi, essa va coltivata come tensione utopica verso la totalizzazione. Ma non dobbiamo illuderci di poter mai guardare le cose con lo sguardo di dio. Né di poter mai dimostrare che dio esiste, né che siamo dotati di un’anima immortale, né che possediamo la libertà. Ciononostante, siamo posti davanti a scelte che non ci danno scampo: ci impongono di comportarci come se fossimo liberi. La libertà non esiste, viva la libertà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Patrizia de Capua</p>
<p style="text-align: justify;">2 giugno 2020, festa della Repubblica</p>
<div>
	<br clear="all">
	<hr align="left" size="1" width="33%">
	<div id="ftn1">
		<p>[1] Immanuel Kant, <em>Critica della ragion pratica,</em> Bari, Laterza, 1971, p. 178.</p>
	</div>
	<div id="ftn2">
		<p>[2] Immanuel Kant, “Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio”, in <em>Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto</em>, a cura di N. Bobbio, L. Firpo e V. Mathieu, Torino, Utet, 1971, pp. 213-230, a p. 216.</p>
	</div>
	<div id="ftn3">
		<p>[3] Kant, “Sopra il detto comune «questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica»”, in <em>Scritti politici…</em>, cit., pp.237-281, a p. 250.</p>
	</div>
	<div id="ftn4">
		<p>[4] Ib., p. 251.</p>
	</div>
	<div id="ftn5">
		<p>[5] Kant, “Sopra un preteso diritto di mentire per amore dell’umanità”, in <em>Scritti politici…</em>, pp. 359-365, a p. 361.</p>
	</div>
	<div id="ftn6">
		<p>[6] Jean Paul Sartre, <em>L’esistenzialismo è un umanismo</em>, a cura di Franco Fergnani, Mursia, 1978, p. 71.</p>
	</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
      </item>
      <item>
         <title><![CDATA[DA RACHELS AL COVID-19: SCENARI POLITICI E LIMITI DELLA MORALE, di Franco Gallo]]></title>
         <link>https://www.caffefilosoficocrema.it/news/da-rachels-al-covid-19-scenari-politici-e-limiti-della-morale-di-franco-gallo/</link>
         <description><![CDATA[
Pubblicato originariamente a&nbsp;https://www.iisf.it/index.php/attivita/pubblicazioni-e-archivi/diario-della-crisi/franco-gallo-da-rachels-al-covid-19-scenari-politici-e-limiti-della-morale.html&nbsp;nella serie&nbsp;Diario della crisi, a cura dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli; si ringrazia per il consenso alla ripubblicazione.
&nbsp;
&nbsp;
Tra le controverse diatribe dell'attuale polemica sociopolitica attorno alla gestione dell'emergenza epidemiologica, vi è stato...]]></description>
         <pubDate>Mon, 01 Jun 2020 15:00:00 +0200</pubDate>
         <guid isPermaLink="true">https://www.caffefilosoficocrema.it/news/da-rachels-al-covid-19-scenari-politici-e-limiti-della-morale-di-franco-gallo/</guid>
         <category><![CDATA[Contributi]]></category>
         <content:encoded><![CDATA[<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><br>
<em>Pubblicato originariamente a&nbsp;<a data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.iisf.it/index.php/attivita/pubblicazioni-e-archivi/diario-della-crisi/franco-gallo-da-rachels-al-covid-19-scenari-politici-e-limiti-della-morale.html&amp;source=gmail&amp;ust=1591174602801000&amp;usg=AFQjCNEzX_LZFCEYbFzdAes_7ufgDKwPwA" href="https://www.iisf.it/index.php/attivita/pubblicazioni-e-archivi/diario-della-crisi/franco-gallo-da-rachels-al-covid-19-scenari-politici-e-limiti-della-morale.html" style="color: rgb(17, 85, 204); font-family: Arial, Helvetica, sans-serif; font-size: small;" target="_blank">https://www.iisf.it/index.php/<wbr>attivita/pubblicazioni-e-<wbr>archivi/diario-della-crisi/<wbr>franco-gallo-da-rachels-al-<wbr>covid-19-scenari-politici-e-<wbr>limiti-della-morale.html</a>&nbsp;nella serie&nbsp;<i style="color: rgb(34, 34, 34); font-family: Arial, Helvetica, sans-serif; font-size: small;">Diario della crisi</i>, a cura dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli; si ringrazia per il consenso alla ripubblicazione.</em></p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Tra le controverse diatribe dell'attuale polemica sociopolitica attorno alla gestione dell'emergenza epidemiologica, vi è stato anche il tema del possibile accesso differenziato alle cure al quale i medici preposti, o le loro linee di gestione, avrebbero esposto i pazienti afflitti da COVID-19 e relative patologie; in pratica, secondo una vera e propria&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">policy</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, a quelli con maggiori possibilità di superare la crisi in corso sarebbe stato garantito l'accesso a strumenti terapeutici più efficaci, mentre altri soggetti più deboli avrebbero dovuto avere soltanto trattamenti meno significativi, che sono diventate poi nella degenerazione della discussione pubblica semplice&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">nursing care&nbsp;</span></i><span style="box-sizing: border-box;">o simili<span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;">1</span></span><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Il dibattito sulla legittimità morale di tali pratiche è molto antico, ben noto nei paesi anglosassoni per famosi casi nei quali in particolare a bambini caratterizzati alla nascita dalla sindrome di Down era diventata politica non infrequente porli sotto NCO (</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">nursing care only</span></i><span style="box-sizing: border-box;">) nel caso fossero affetti contestualmente da sindromi di occlusione intestinale, di fatto accompagnandoli alla morte mediante trattamenti puramente palliativi mentre l'intervento chirurgico li avrebbe certamente sottratti, nella maggior parte dei casi, alla morte perinatale<span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;">2</span></span><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">La prassi, per molti intuitivamente ed immediatamente orribile e quasi assimilabile a misura eugenetica, trovava un qualche (labile e sempre da dimostrare) fondamento nella classica tesi della limitatezza delle risorse; cioè, dovendosi decidere per un trattamento che abbia un costo sociale e professionale complesso, e impegni di risorse che vadano sottratte contemporaneamente ad altri trattamenti per altri soggetti, entra in gioco, inevitabilmente, l'apprezzamento della qualità di ciò che si salva (in un caso famoso, appunto, la vita di un bambino Down rifiutato dalla madre alla nascita); cosicché il ragionamento del medico inglese di decenni or sono (dovendo scegliere tra curare il bambino Down rifiutato dai genitori o il bambino non Down, che si sarebbe detto un tempo “normale”, scelgo il non Down) sembra quello invocato nei casi recenti (per dirla brutalmente: dovendo mettere in terapia intensiva il quarantenne con famiglia o l'ultrasettantenne vedovo,&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">in determinate e specifiche condizioni</span></i><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;scelgo il primo; ma vedi il complesso e puntuale documento di cui alla nota 1 per l'opportuna contestualizzazione).</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Oltre a contravvenire a un'intuizione morale<span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;">3</span></span><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;per cui su temi come il diritto alla vita ogni aspettativa di ciascuno è moralmente e giuridicamente equivalente, per cui ci aspetteremmo come criterio di scelta semplicemente quello del momento di accesso alla domanda e della disponibilità contingente della risorsa terapeutica, ed eventualmente una logica di gestione del tipo&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">first in first out</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, la questione porta con sé altri aspetti controversi. Un medico lascerà quindi morire uno o più pazienti? Il medico, lasciando morire, in che cosa sarà diverso da chi uccide? Infatti astenersi da un'azione che abbia la ragionevole probabilità di salvare una vita non si sovrappone quasi al farsene attiva&nbsp;</span></span><span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">causa di termine?</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">E che cosa dire allora, rispetto agli attuali casi, delle responsabilità di chi ha contagiato il paziente, magari trasgredendo le norme di comportamento e i divieti imposti dall'autorità politica? Non abbiamo sentito evocare la possibilità di incriminazioni per “epidemia colposa”<span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;">4</span></span><span style="box-sizing: border-box;">? Che cosa dire delle scelte miopi a monte, quando un&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">lockdown</span></i><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;preventivo, per così dire fuori dal pericolo immediato, avrebbe per lo più impedito lo stesso verificarsi dell'occasione di dilemma morale del medico? O non è forse vero che molti siano stati posti nelle condizioni di poter morire, e poi lasciati appunto esposti al morire, per opzioni errate e sottovalutazioni?</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Una serie di precisazioni,&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">prima facie</span></i><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;sostenibili, differenzia i casi. Il medico può lasciar morire il paziente non trattandolo (conseguenza prevista, non voluta, ma effetto di un'omissione scientemente decisa in una situazione specifica di scarsità di risorse, e quindi atto tragico per la coscienza della persona, ma deontologicamente giustificato in determinate circostanze); il cittadino incurante lascia morire il prossimo, esponendolo al contagio (conseguenza possibile, di fronte alla cui probabilità si è ciechi, ma colposa, non essendoci intenzionalità nel contagio, e tuttavia tale da porre l'individuo a monte di una catena causale che, senza azione diretta intenzionale su altri, tuttavia con l'omissione di atti specifici li pone in pericolo e lì, senza assistenza o soccorso, li lascia); l'amministratore lascia morire a sua volta il prossimo, non ponendo tempestivamente in essere tutte le misure che riducono l'esposizione al contagio (conseguenza prevista, ma minimizzata come improbabile, per un errore di valutazione tecnico e politico).</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Insomma ben diverso, si dirà, è un lasciar morire vero e proprio, che derivi dall'impossibilità concreta di agire, per impotenza e per deontologicamente adeguata destinazione delle risorse<span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;">5</span></span><span style="box-sizing: border-box;">, da un lasciar morire, si dirà, solo analogicamente rilevabile nel caso di chi si ponga, per incoscienza o imperizia, a monte di una catena causale che termina con la morte di altri (quand'anche tale catena si chiuda solo probabilisticamente con una morte nel momento in cui l'atto omissivo è effettuato). Moralmente, però, sembra logico giustificare il primo caso, e non gli altri due; e quindi il paradosso sarebbe che chi lascia veramente morire un altro o pochi altri ha ragioni che lo salvano, ma se gli vengono contestate rischia una condanna penale rigorosa; chi invece per disimpegno o disattenzione, leggerezza o imperizia diventa responsabile di altre morti in numero indeterminato potrà limitarsi ad essere sanzionato, per lo più, amministrativamente. E ancor più paradossalmente sarà il medico interprete della deontologia a rischiare di vedersi addossata la colpa dell'uccidere, mentre solo da lontano agi altri due casi si vorrà apporre la stigma dell'aver lasciato morire.</span></span></p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">In un tuttora controverso volume,&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">The End of Life. Euthanasia and Morality</span></i><span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;"><span style="box-sizing: border-box;">6</span></span><span style="box-sizing: border-box;">, J. Rachels ha esposto alcune puntuali osservazioni sulla presunta differente rilevanza morale dell'uccidere rispetto al lasciar morire, la cui riconsiderazione potrà aiutarci a comprendere meglio portata e senso complessivo dei nostri atteggiamenti odierni.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Mentre non vi è dubbio che la qualità soggettiva dell'azione sia diversa (altro è agire direttamente per sopprimere un essere umano, altro omettere interventi che ne preverrebbero o impedirebbero la morte), tuttavia le ragioni di fondo per cui entrambe le azioni sono intrinsecamente sbagliate appaiono a Rachels omogenee: un individuo, mediante la morte, è privato di un bene insostituibile, cioè la vita; mediante la sua morte sono danneggiati, nella stragrande maggioranza dei casi, altri che ne soffriranno sia per conseguenze affettive sia per conseguenze sulle loro possibilità concrete di sopravvivenza.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Le controverse conclusioni di Rachels, che cioè dato che le ragioni contro l'uccidere o il lasciar morire sono le stesse, comportano così che la rilevanza morale dei due diversi tipi di atto, attivo e omissivo, si sovrapponga fino a confondersi; crediamo appunto che meritino di essere esaminate in rapporto all'attuale contesto.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Rachels sosteneva, correttamente secondo il punto di vista di chi scrive, che esiste una rilevante differenza tra il potere e il non potere salvare qualcuno; solo nel primo caso si potrà dire che, non salvando qualcuno, lo abbiamo lasciato morire e quindi ci siamo scientemente resi responsabili di un'omissione.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Chiaramente, quando non molto tempo fa mancò (a mo' di esempio) l'illustre intellettuale A. Arbasino, nessuno di noi avrebbe potuto direttamente salvarlo; e il fatto di essere rimasti inerti di fronte al processo che ne ha portato alla morte non implica in alcun modo che qualcuno di noi lo abbia lasciato morire. E così, senza voler entrare nella problematica della concreta applicazione della deontologia, non c'è dubbio che i medici di cui si diceva al principio possano aver dovuto decidere, in contesti concreti e in limitatezza di mezzi, circa la proporzionalità di metodi rispetto a risultati attesi e a condizioni specifiche di salute residua, individuando linee specifiche di azione che, se hanno comportato il successivo accelerarsi dei processi di malattia fino alla morte di alcuni ed erano previsti, non erano neppure stati scelti come forme in sé omissive di altri trattamenti, ma come gli unici comportamenti razionali possibili in un quadro specifico di risorse limitate date<span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;">7</span></span><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Diversamente stanno invece le cose quando siamo consapevoli che una certa linea di azione per noi possibile, se intrapresa, porterebbe a conseguenze capaci di impedire molte morti altrimenti altamente probabili in un tempo prossimo e finito, e non si fa nulla per intraprenderla.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">In questo caso, pur essendo chiaro, per dirla in linguaggio giuridico, che non si sta procedendo con una specifica condotta commissiva, la ragionevole certezza della probabilità di un nesso causale tra il nostro comportamento e la morte di altri porta con sé la noncuranza per il loro destino e l'abbandono di questi nostri simili a una morte che ora sì, al di là di ogni locuzione, se non causata puntualmente e intenzionalmente, viene permessa nel suo verificarsi, tanto indeterminato quanto altamente probabile: un lasciare che altri muoiano, appunto.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Rachels portava come esempio alcune osservazioni sulla fame nel mondo.&nbsp;</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">È cosa nota che, per quanto la specie umana sia cresciuta in modo indesiderabile (mi assumo la responsabilità dell'apprezzamento) per numero e concentrazione, tuttavia la produzione di cibo attualmente alla portata della capacità economiche globali sarebbe<br style="box-sizing: border-box;">
ampiamente sufficiente al sostentamento di tutti se se ne razionalizzasse la distribuzione<span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;">8</span></span><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;(astraiamo dalla sostenibilità a lungo termine del sistema di produzione in termini ecologici).</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Un altro esempio è la crescita dei fattori inquinanti nell'ambiente che comporta la moltiplicazione di casi di malattia degenerativa con effetti sia a breve sia a medio e lungo termine, ampiamente confermati dai dati medico-sociologici, e che si potrebbero invertire o ampiamente ridurre con adeguate scelte gestionali, ingegneristiche e comportamentali.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Senz'altro, a livello intuitivo, mentre la diretta responsabilità di ciascuno di fronte a un atto inteso alla soppressione di uno o più individui, prossimi o remoti (fatto del tutto compatibile con i sistemi d'arma disponibili), appare moralmente rilevante, la maggior parte di noi, sempre a livello intuitivo, appare sconcertata di fronte alle tesi quali quelle del filosofo americano, che sembrano lontane dal senso comune e soprattutto da quella dimensione di controllo che delimita, per ciascuno di noi, la sfera del moralità sulla quale si misura.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Chi di noi infatti non sarebbe portato a pensare che, obbedendo alle norme civili, curandosi passabilmente del prossimo e svolgendo, per come meglio può dati i vari condizionamenti che la vita comporta, le proprie mansioni professionali e sociali, stia già assumendo le proprie responsabilità morali in modo congruo?</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">E d'altra parte Rachels non appare fuori mira quando individua nei nostri comportamenti di astensione, non virtuosi come quelli di valorosi medici in prima linea, atti che moralmente non sono&nbsp; così facilmente distinguibili da altri per i quali proviamo ordinariamente riprovazione. E sarebbe quindi interessante anche cominciare a chiedersi perché tanta pubblica riprovazione per le trasgressioni delle ordinanze anti-COVID,&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">e invece tanta indifferenza per atteggiamenti che da lustri hanno effetti certi e per ora di dimensioni ben più catastrofiche</span></i><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span></p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Le questioni poste da Rachels, diranno molti, sono in realtà questioni&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">politiche</span></i><span style="box-sizing: border-box;">. Ossia possono venire affrontate soltanto mediante scelte di trasformazione sistemica che spettano alla deliberazione collettiva. E se ci sentiamo semmai di apprezzare e di non ostacolare, anzi talvolta di appoggiare anche con nostri contributi le scelte di coloro che, nel quadro di esperienze di volontariato, cercano di supplire ai bisogni dei diseredati, possiamo anche considerare come, in ogni caso, l'evoluzione del nostro sistema socioeconomico abbia favorito comunque anche l'uscita di moltissimi individui dallo stato di povertà: cosicché senza il nostro partecipare attivo al capitalismo così come lo conosciamo non ci sarebbe stato quell'impetuoso sviluppo economico che bene o male, ossia con molte strutturali esternalità, permette a molte più persone di vivere, e a molte di queste in uno stato di benessere maggiore di quello delle generazioni precedenti.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Tutte queste riflessioni ci sono sembrate per molto tempo estremamente teoriche ed astratte, e comunque riferite a un mondo altro e diverso, sottogarantito ma anche lontano e impermeabile rispetto al nostro (con qualche patema d'animo quando ne abbiamo visto, dall'Albania o dalla Siria, dall'Africa Nera o dall'Asia, arrivarne porzioni cospicue dalle nostre parti, e senza aver capito che solo il loro apporto ha permesso quel fragile e discutibile “miracolo” che un acuto critico ha chiamato, con locuzione mordace,&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">società signorile di massa</span></i><span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;"><span style="box-sizing: border-box;">9</span></span><span style="box-sizing: border-box;">).</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Tuttavia l'attuale situazione permette di considerare le riflessioni di Rachels come applicabili a dinamiche interne al nostro sistema sociale e di riflettere, pertanto, sul rapporto tra moralità e politica nel quadro dell'omogeneità sociale di un gruppo identificato e politicamente e storicamente coeso (almeno più di quanto non lo sua con altri gruppi umani lontani nello spazio e nell'esperienza culturale).</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Paragoniamo quindi l'inazione o inosservanza che permette la morte per fame di gruppi e individui lontani all'inazione o inosservanza che produce la moltiplicazione del contagio pandemico che colonizza la nostra attuale vita reale (e immaginaria) – quindi, per intenderci, tra stili di vita incauti rispetto a loro possibili conseguenze (prevedibili quand'anche non volute).</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">In primo luogo, c'è una omogeneità interessante, e insieme una differenza sostanziale, tra gli interessati all'esito delle nostre diverse inazioni. Come i nostri simili che verseranno nell'inedia e saranno poi di essa vittime, per lo più in paesi lontani e diversi dal nostro, a causa della nostra reticenza a prendere misure personali e politiche di contrasto alla loro sottonutrizione, anche i nostri simili potenziali vittime della pandemia sono altrettanto&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">anonimi</span></i><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Non possiamo infatti sapere a priori chi siano gli interessati da questa sofferenza e dalle sue possibili gravissime conseguenze: quindi non sappiamo se coloro che moriranno di fame per inedia o moriranno per malattia per evitabile contagio ci siano prossimi e noti, o per lo più ignoti e indifferenti.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Ovviamente però è molto più probabile che, dato che uno dei due scenari è geograficamente remoto mentre l'altro insiste sul nostro territorio, questo anonimato delle vittime si trasformi e si riduca nel caso della pandemia attuale, fino a diventare in modo concreto e corposo minaccia diretta, scenario di distruzione incombente.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">In ogni caso le ragioni di opportunità per determinare e far seguire un corso di azioni opportune in un caso (pandemia) e nell'altro (sottonutrizione endemica), se stanno soltanto nella maggiore o minore prossimità alla nostra condizione delle conseguenze dell'omissione, sono da individuare nel contesto dell'utilità diretta, della convenienza e della propensione psicologica piuttosto che in quello della moralità come tale (sempre che, secondo intuizioni ordinarie, si ritenga quest'ultima differente rispetto alle altre motivazioni menzionate).</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Se Rachels ha ragione, potremmo capire perché, apparentemente, un così grande successo sembra essersi registrato per l'adesione alle misure di cosiddetto “distanziamento sociale” e alle scelte di restrizione della libertà economica e personale adottate nel nostro paese. La maggior parte di noi ha accettato di considerare propri atti omissivi del rispetto di quelle misure come tali da poter provocare non tanto la morte di anonimi e lontani simili, ma di concrete persone del nostro ambiente, lungo una catena capace di arrivare fino a noi stessi. Cioè le ha assunte come obblighi&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">morali</span></i><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span></p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">In secondo luogo, però, non si definisce intuitivamente e in modo specifico un vero e proprio obbligo morale per il rispetto di quelle disposizioni, mancando ogni genere di coinvolgimento diretto e visibile e di esplicito legame causale attribuibile all'azione puntuale e circostanziata della persona. Noi sappiamo certamente che, per esempio, il comportamento di chi, contagiato, viola la quarantena e si espone al contatto con il prossimo disinformato è riprovevole, contrario a ogni consiglio della prudenza, e temerario nei confronti delle possibili responsabilità; non esiste però un diretto legame causale a monte tra le azioni di questa persona e le conseguenze certe o altamente probabili su altri, rientrando il contagio nella logica della possibilità (di qui la possibilità, ampiamente evidenziata da chi ha commentato il tema dal punto di vista giuridico, che manchi completamente la fattispecie commissiva). Si potrebbe pertanto definire questo tipo di comportamento come particolarmente lesivo e censurabile in riferimento all'area della&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">prudenza</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, di quel comportamento assennato che si preoccupa del possibile esito infausto di proprie azioni, in sé non intrinsecamente lesive del prossimo e/o di se stessi, ma che in quadro concreto hanno considerevole probabilità di risultare tali. Insomma, siamo nell'area di un kantiano&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">imperativo ipotetico</span></i><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Con questo concetto, però, introduciamo necessariamente una dimensione di s</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">toricità e contestualità del valore morale</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, che rappresenta per molti un'altra rappresentazione controintuitiva.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Essa permette di spiegare, peraltro, perché di fronte all'evidenza della capacità del sistema tecnico disponibile e alle iniquità ben note della distribuzione della ricchezza, che se corrette porterebbero alla probabilissima sottrazione al numero dei morti per inedia di una fetta larghissima dei diseredati del nostro tempo, non si intraprendano politiche altrettanto stringenti e non si riscontri neppure un'interiorizzazione di semplici comportamenti quali il periodo recente ha pur visto.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Se immaginassimo infatti di muoverci del principio del valore della vita umana in sé, al di là di ogni altra considerazione (ipotesi che personalmente non accetto), sarebbe evidente che quanto accade oggi nel mondo civilizzato manifesti un segno di egoismo e di discriminazione culturale forse irredimibile. Infatti è paradossale che mentre il glorificato sviluppo economico degli ultimi quarant'anni ha senz'altro provocato in svariate aree, a prescindere dalle epidemie, crisi di fame e diseguaglianza spaventose nei cui confronti non sono state prese misure incisive e in sé banali di carattere redistributivo, l'attuale crisi pandemica venga affrontata con misure rigorosissime che, rallentandone per fortuna lo sviluppo naturale,&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">sono però costosissime per un sistema economico che si autorallenta laddove invece ha accelerato in altre circostanze, e in maniera vertiginosa, contro&nbsp; l'evidenza dei costi umani sottesi</span></i><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Quindi forse il valore della vita umana in sé, per quanto molti vi ricorrano in diversi contesti, non è un asse così centrale del nostro concreto modo di agire. E nemmeno, verrebbe da dire, regge al di là dell'orizzonte empatico della persona e delle sue immediate propaggini.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">In sostanza questa rappresentazione appare dunque funzionale a comprendere una serie di casi che rientrano in quell'orizzonte diretto di azione e retroazione che l'individuo riesce a collegare alla propria esperienza in forma diretta; quando la distanza tra azione e conseguenza, o tra omissione e conseguenza, si moltiplica, il principio evapora e anche la responsabilità appare evanescente (principio ben noto a tutte le organizzazioni, dove azioni essenziali per gli scopi dell'organizzazione sono spesso affidate a soggetti ignari di quegli scopi, anzi intimamente loro contrari se ne fossero a conoscenza).</span></p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Se dunque seguendo l'ipotesi di Rachels il valore morale di un'azione o omissione non sta nella sua conformità a un principio, o nella dimostrabilità effettiva del suo ispirarsi a un valore indiscutibile, ma nella concreta conseguenza di ciò che essa preservi e faccia crescere, elimini o metta a repentaglio e riduca, allora si determina almeno una conseguenza.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Le azioni e le omissioni hanno sempre effetti moralmente rilevanti, ma non di tutte loro l'individuo ha responsabilità morale (se partiamo dal principio che la capacità di giudicare moralmente in modo pertinente, attribuendo a sé e ad altri valore e disvalore, sia perimetrata entro precisi limiti).</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Le scelte di azione e omissione moralmente rilevanti, ma incalcolabili per gli individui, sono quelle dimensioni sistemiche, di tipo politico ed economico, che organizzano il nostro sistema socio-produttivo così come lo conosciamo, con effetti che, alla lunga, pur moralmente non attribuibili a nessuno, sono in ogni caso moralmente disdicevoli.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Un'enciclica di Giovanni Paolo II (il papa polacco oggi canonizzato), forse non più così letta e studiata, diceva esplicitamente:</span></p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box; font-size: 10pt;">Est inde animadvertendum mundum, in adversarum nationum compages divisum, rigidis fultum doctrinis, in quo, potius quam copulatio inter se, ut talis agnita et consensione roborata, imperii libidinis diversae dominantur formae, esse non posse nisi mundum «</span></span><span style="box-sizing: border-box; font-size: 10pt;"><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">structuris peccati</span></i><span style="box-sizing: border-box;">» obnoxium. Iniquarum causarum summa, quae agunt contra veram conscientiam boni communis universalis et necessitatis ei favendi, videtur condicionibus astringere personas et institutiones, victu difficilibus [...]Si praesens status tribuendus est condicionibus diversae indolis, alienum non est de «structuris peccati» loqui, quae, ut diximus in Adhortatione Apostolica&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">Reconciliatio et Paenitentia</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, peccato personali inhaerent et ideo actibus personarum definitis annectuntur, quae eas inducunt, confirm ant efficiuntque ut difficile diruantur [...]. Hinc corroborantur, diffunduntur atque aliorum peccatorum fons fiunt hominum mores condicionibus astringendo. «Peccatum» et «structurae peccati» genera sunt, quae non saepe usurpantur in statum mundi huius temporis. Sed res, quas ante oculos habemus, non acriter intelleguntur, nisi malorum origini, quae patimur, nomen imponimus</span><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span></p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><span style="box-sizing: border-box; font-size: 10pt;"><span style="box-sizing: border-box;">È da rilevare, pertanto, che un mondo diviso in blocchi, sostenuti da ideologie rigide, dove, invece dell'interdipendenza e della solidarietà, dominano differenti forme di imperialismo, non può che essere un mondo sottomesso a «</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">strutture di peccato</span></i><span style="box-sizing: border-box;">». La somma dei fattori negativi, che agiscono in senso contrario a una vera coscienza del bene comune universale e all'esigenza di favorirlo, dà l'impressione di creare, in persone e istituzioni, un ostacolo difficile da superare.[...] Se la situazione di oggi è da attribuire a difficoltà di diversa indole, non è fuori luogo parlare di «strutture di peccato», le quali - come ho affermato nell'Esortazione Apostolica&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">Reconciliatio et Paenitentia&nbsp;</span></i><span style="box-sizing: border-box;">- si radicano nel peccato personale e, quindi, son sempre collegate ad atti concreti delle persone, che le introducono, le consolidano e le rendono difficili da rimuovere [...] E così esse si rafforzano, si diffondono e diventano sorgente di altri peccati, condizionando la condotta degli uomini. «Peccato» e «strutture di peccato» sono categorie che non sono spesso applicate alla situazione del mondo contemporaneo. Non si arriva, però, facilmente alla comprensione profonda della realtà quale si presenta ai nostri occhi, senza dare un nome alla radice dei mali che ci affliggono” (corsivi nostri).</span></span></p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Rispetto alla comunque notevole intuizione dell'enciclica, ci dividono almeno due punti.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">Il primo è che non crediamo che le strutture di peccato derivino dalla natura peccaminosa della condizione umana. Non perché, s'intenda, crediamo russovianamente alla bontà dell'uomo (lungi da noi!), ma perché crediamo che in realtà l'esistenza di strutture di peccato sia perfettamente compatibile con comportamenti diffusi in sé moralmente adeguati.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">Piuttosto è l'orizzonte della moralità personale e della sua capacità di giudizio che è ristretto</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, permettendoci di individuare a prima vista il difetto di prudenza della persona contagiata che colposamente e temerariamente diffonde l'epidemia (caso comprensibile e di conseguenze apprezzabili per noi), non quello della parte fortunata della nostra specie e di noi stessi che rimaniamo inerti di fronte al destino contrastabile di tanti individui lontani (</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">anche se la loro morte è moralmente altrettanto riprovevole del possibile contagiato da epidemia nel nostro condominio</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, e anche se osservando misure comportamentali ben meno onerose di quelle a cui abbiamo aderito di recente, e applicando decisioni politiche funzionali, se ne allevierebbe l'incidenza e preverrebbe la moltiplicazione).</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Il secondo è che non crediamo che la conversione dei comportamenti, soggettivamente motivata, possa bastare mai per un'inversione di tendenza. Sembra sia inimmaginabile, sia non conseguibile per mezzi educativamente accettabili, sia infine (ritengo, certo dell'accusa di cinismo) anche indesiderabile che la propensione affettiva delle persone, a livello di massa, si orienti verso un'empatia fortissima verso il&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">lontano</span></i><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;proprio mentre le dinamiche della vita quotidiana continuano e continueranno ad attutire l'influsso su di noi del&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">prossimo</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, che filogeneticamente è invece stato uno degli elementi di successo della nostra specie.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Ciò detto, i casi attuali hanno dimostrato che per porre cura in modo primario alla salute delle persone e alla loro tutela la dimensione della libertà personale, in un mondo così complesso e globale, deve andare incontro a snodi e incanalamenti che detraggono dall'orizzonte della vita possibilità e linee di sviluppo. Sembra che se a ciò si accompagni un pericolo immediato o come tale percepito, una buona parte degli individui sia disposta a sacrificio e nobilitazione morale dello stesso per rispettarli; quanto è lontano, astratto e poco noto, anche se a livello razionale può apparire comparativamente altrettanto se non più serio per le conseguenze sui nostri simili e a medio termine su noi stessi, rimane evanescente e ogni comportamento di massa in merito appare solo saltuariamente suggerito dal mercato<span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;">10</span></span><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;e/o sponsorizzato dalla politica.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Il dilemma della vita contemporanea, se cioè spingere verso la decentralizzazione e l'individualismo, promesse quasi sempre abortite della logica profonda della nostra cultura, o spingere verso l'integrazione, il controllo e la predeterminazione, le cui forme di funzionamento a noi note nella modernità fanno paura, dovrà trovare una risposta&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">politica</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, non morale.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;">E siccome le risposte politiche debbono avvenire, per un'eredità valoriale nella quale stenteremmo a&nbsp;</span><span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">non poterci più riconoscere, nel rispetto della libertà degli individui,&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">bisogna elaborare politicamente un'idea nuova di libertà che rinunci all'idolatria dell'onniscienza morale della persona</span></i><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;e abbia la giusta cautela nei confronti di quelle conseguenze certe, previste ma non intese, della libertà di azione e intrapresa che tanto produce quanto distrugge nel quadro persistente della scarsità del valore. Se poi qualcuno dicesse che la scarsità del valore è&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">un certo dogma del funzionamento di un certo sistema di riproduzione sociale</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, e che comunque nella società contemporanea&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">una stabilizzazione ingegneristica della pressione antropica sull'ambiente ne attutirebbe moltissimo l'influsso</span></i><span style="box-sizing: border-box;">, avrebbe il plauso di chi scrive e lo scherno certo di moltissimi.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Nel frattempo potremo continuare a sentirci eroici perché per prudenza o per atavismo abbiamo affrontato in maniera decente le circostanze a noi prossime e attuali, e chiederci perplessi, di tanto in tanto, che fare per le grandi crisi umanitarie permanenti che la nostra civiltà genera<span style="box-sizing: border-box; position: relative; font-size: 12px; line-height: 0; vertical-align: baseline; top: -0.5em;">11</span></span><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Non mi sento in grado, personalmente, di dare una risposta morale al loro verificarsi; rimango tra quegli utopisti o passatisti, chiamateli come vi pare, che si aspettano nei loro confronti, una risposta politica seria prima che&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">quelle crisi a loro volta non diventino soggetti politici che costruiscano alternative, scontatamente per noi non del tutto gradevoli</span></i><span style="box-sizing: border-box;">.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box; font-size: 12pt;"><span style="box-sizing: border-box;">Un tempo si parlava del</span><i style="box-sizing: border-box;"><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;white man's burden</span></i><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;nei confronti dei “popoli primitivi”. Se siamo ancora capaci perfino di ottemperare a politiche e norme opposte alle nostre esigenze profonde quando l'intuizione morale è abbastanza prossima da colpirci e la realtà irrompe nel nostro piede di casa, di fronte a tante derive cleptocratiche di realtà in via di sviluppo nelle quali i nostri paesi sono stati coinvolti e a tante situazioni di ingiustizia obliquamente funzionali al nostro stile di vita ormai insostenibile, abbiamo anche la possibilità di un'innovazione politica radicale e motivata, per stringere quelle nuove relazioni internazionali che, ci piaccia o meno, aspettano comunque noi e le generazioni dei nostri discendenti.</span></span><br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
&nbsp;</p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><span style="font-size:12px;"><span style="box-sizing: border-box;">1) Cfr.&nbsp;</span><a href="https://www.ilgiornale.it/news/politica/missione-linea-degli-anestesisti-1837336.html" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">https://www.ilgiornale.it/news/politica/missione-linea-degli-anestesisti-1837336.html</a><span style="box-sizing: border-box;">, il polemico scambio tra l'organo di stampa “Il Giornale” e la società italiana degli anestesisti e rianimatori per il documento di indirizzo di cui a&nbsp;&nbsp;</span><a href="http://www.siaarti.it/SiteAssets/News/COVID19%20-%20documenti%20SIAARTI/SIAARTI%20-%20Covid19%20-%20Raccomandazioni%20di%20etica%20clinica.pdf" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">http://www.siaarti.it/SiteAssets/News/COVID19%20-%20documenti%20SIAARTI/SIAARTI%20-%20Covid19%20-%20Raccomandazioni%20di%20etica%20clinica.pdf</a><span style="box-sizing: border-box;">, definito dall'organo di stampa “segreto”. Tutti i link menzionati, in questa come nelle successive note sono stati controllati come funzionali al 14.05.2020.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box;">2) Un'efficace sintesi in R. Campbell-D. Collinson,&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;">Ending Lives</i><span style="box-sizing: border-box;">, Basil Blackwell in association with the Open Univesirty, Oxford-New York 1988, pp. 127-132.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box;">3)&nbsp;</span><span style="box-sizing: border-box;">Poiché useremo spesso il concetto, chiariamo fin da subito che, pur ritenendo che ogni obbligazione morale debba trovare un fondamento intuitivo ed emotivo, non riteniamo che tutte le obbligazioni morali siano fin da subito accompagnate da tale fondamento; e ciò proprio perché l'intelligenza emotiva è virtualmente tutta appresa.</span><br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box;">4)&nbsp;&nbsp;</span><span style="box-sizing: border-box;">Il reato, previsto dal combinato degli artt. 438 e 452 del codice penale vigente, e richiamato dalla nota recente disposizione normativa di cui all’art. 4 c. 6 D.L. n. 19/2020, appare a parte dei commentatori arduo a provarsi e applicarsi nelle circostanze attuali e concrete; vedi per esempio le puntuali osservazioni di cui a&nbsp;</span><a href="https://www.4clegal.com/hot-topic/riflessioni-configurabilita-reato-epidemia-casi-contagio-covid-19" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">https://www.4clegal.com/hot-topic/riflessioni-configurabilita-reato-epidemia-casi-contagio-covid-19</a><span style="box-sizing: border-box;">. Sulla stessa linea altrettante analisi in&nbsp;</span><a href="https://www.quotidianogiuridico.it/documents/2020/04/21/coronavirus-la-riscoperta-del-delitto-di-epidemia-e-la-scarsa-giurisprudenza-sul-tema" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">https://www.quotidianogiuridico.it/documents/2020/04/21/coronavirus-la-riscoperta-del-delitto-di-epidemia-e-la-scarsa-giurisprudenza-sul-tema</a><span style="box-sizing: border-box;">.&nbsp;</span></span></p>
<p style="box-sizing: border-box; margin-bottom: 10px; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Raleway, sans-serif; font-size: 16px; text-align: justify;"><br style="box-sizing: border-box;">
<span style="font-size:12px;"><span style="box-sizing: border-box;">5)&nbsp;&nbsp;</span><span style="box-sizing: border-box;">Il caso di specie, per concreta ammissione, si è effettivamente poi verificato nel nostro attuale quadro di salute pubblica: cfr. per esempio&nbsp;</span><a href="https://ogliopo.laprovinciacr.it/news/ogliopo/249244/covid-riccio-ammette-si-abbiamo-dovuto-scegliere-chi-salvare.html" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">https://ogliopo.laprovinciacr.it/news/ogliopo/249244/covid-riccio-ammette-si-abbiamo-dovuto-scegliere-chi-salvare.html</a><span style="box-sizing: border-box;">. Non stupisce come a uscire allo scoperto sia stato il dott. Mario Riccio, già noto alle cronache per il caso Welby (cfr. per esempio&nbsp;</span><a href="https://www.repubblica.it/salute/2016/12/20/news/welby_10_anni_intervista_riccio_legge_fine_vita-154477362/" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">https://www.repubblica.it/salute/2016/12/20/news/welby_10_anni_intervista_riccio_legge_fine_vita-154477362/</a><span style="box-sizing: border-box;">).</span><br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box;">6)&nbsp;</span><span style="box-sizing: border-box;">Edito presso Oxford University Press, Oxford 1986, e edito in italiano in Quando la vita finisce, Edizioni Sonda, Milano, 2007, il volume è disponibile online a&nbsp;</span><a href="http://www.jamesrachels.org/EoL.htm" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">http://www.jamesrachels.org/EoL.htm</a><span style="box-sizing: border-box;">. Le nostre osservazioni sunteggiano quanto esposto nel capitolo 7 (</span><a href="http://www.jamesrachels.org/EOL7.pdf" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">http://www.jamesrachels.org/EOL7.pdf</a><span style="box-sizing: border-box;">).<br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
7)&nbsp;</span><span style="box-sizing: border-box;">Da leggere al proposito le interessanti ed equilibrate note di etica clinica di cui al menzionato&nbsp;</span><a href="http://www.siaarti.it/SiteAssets/News/COVID19%20-%20documenti%20SIAARTI/SIAARTI%20-%20Covid19%20-%20Raccomandazioni%20di%20etica%20clinica.pdf" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">http://www.siaarti.it/SiteAssets/News/COVID19%20-%20documenti%20SIAARTI/SIAARTI%20-%20Covid19%20-%20Raccomandazioni%20di%20etica%20clinica.pdf</a><span style="box-sizing: border-box;">, pag. 3. Che sul tema si sia potuta innescare una polemica giornalistica è proprio di una società lontanissima da quel requisito del primato della conoscenza di cui al famoso programma del “libro bianco” di J. Delors.<br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
8)&nbsp;</span><span style="box-sizing: border-box;">Mentre scrivo, oltre 450 milioni di tonnellate di alimentari sono state o perdute oppure sprecate senza essere consumate nel solo anno corrente: cfr.&nbsp;</span><a href="https://www.theworldcounts.com/challenges/people-and-poverty/hunger-and-obesity/food-waste-statistics" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">https://www.theworldcounts.com/challenges/people-and-poverty/hunger-and-obesity/food-waste-statistics</a><span style="box-sizing: border-box;">. Oltre un terzo dello spreco si verifica nel circuito della distribuzione e del consumo privato.<br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
9)&nbsp;</span><span style="box-sizing: border-box;">Cfr. L. Ricolfi,&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;">La società signorile di massa</i><span style="box-sizing: border-box;">, La Nave di Teseo, Milano, 2019, soprattutto cap. 2.4 per la necessaria funzionalità di una massa di lavoratori sottopagati e sottorappresentati per il mantenimento del fragile&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;">status</i><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;di privilegio della gran parte dei&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;">cittadini</i><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;del nostro paese (definiti puntualmente “infrastruttura paraschiavistica”).</span><br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
<span style="box-sizing: border-box;">10) Tutti avranno colto la frequenza della pubblicità a favore del distanziamento sociale da parte di grandi&nbsp;</span><i style="box-sizing: border-box;">brand</i><span style="box-sizing: border-box;">&nbsp;di produzione, distribuzione e credito.<br style="box-sizing: border-box;">
<br style="box-sizing: border-box;">
11) Cfr. per esempio il rapporto “Suffering in Silence: the 10 most under-reported humanitarian crises of 2019”,&nbsp;<a href="https://care.ca/wp-content/uploads/2020/01/01202020_Report_Suffering-In-Silence-2019_web-version-compressed.pdf" style="box-sizing: border-box; background-color: transparent; color: rgb(67, 126, 96); text-decoration-line: none; transition: color 400ms ease 0s, background-color 400ms ease 0s;">https://care.ca/wp-content/uploads/2020/01/01202020_Report_Suffering-In-Silence-2019_web-version-compressed.pdf</a>. Mentre scrivo si stima che oltre tre milioni di persone siano morte per fame e malattie connesse quest'anno e le persone sottoalimentate oltre 820 milioni (letalità del 3% dal 01.01.2020 ad oggi); i morti per COVID-19 e malattie collegate sono oltre 310.000 su 4.740.000 di casi individuati (per comodità considerando il 01.01.2020 come data d'avvio della pandemia, il tasso di letalità sarebbe attorno al 6,4%), Si potrebbe anche dire, altra ragione di prudenza e logica, che la lotta contro il COVID-19 è prioritaria perché si diffonde molto ed è più letale (la fame si diffonde meno, visto che è confinata in zone abbastanza specifiche dove è devastante, ma alla fine non ci tocca – ragionamento anche questo sbagliato, perché purtroppo assomiglia, troppo spesso, a una malattia a trasmissione ereditaria… e che sarebbe in nostro potere fermare).</span></span></p>
]]></content:encoded>
      </item>
      <item>
         <title><![CDATA[UN APPUNTAMENTO CON LA PANDEMIA AMPIAMENTE ANNUNCIATO, di Adriano Tango]]></title>
         <link>https://www.caffefilosoficocrema.it/news/un-appuntamento-con-la-pandemia-ampiamente-annunciato-di-adriano-tango/</link>
         <description><![CDATA[2009, l’alba di una domenica d’inverno: io, da solo, alla casa al mare. Usavo allora quella casa, quella della baia, una conca nascosta e tutelata come parco naturale sul Tirreno, come base per spedizioni lavorative al sud.
Piove, esce il sole, ripiove, e fino al successivo lunedì non ho altro da fare che godermi la solitudine e lo spettacolo di una tromba d’aria che danza sullo specchio d’acqua corrucciato antistante.
E così mi avvince la suggestione: e se io fossi qui isolato perché tutto il...]]></description>
         <pubDate>Fri, 01 May 2020 09:30:00 +0200</pubDate>
         <guid isPermaLink="true">https://www.caffefilosoficocrema.it/news/un-appuntamento-con-la-pandemia-ampiamente-annunciato-di-adriano-tango/</guid>
         <category><![CDATA[Contributi]]></category>
         <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">2009, l’alba di una domenica d’inverno: io, da solo, alla casa al mare. Usavo allora quella casa, quella della baia, una conca nascosta e tutelata come parco naturale sul Tirreno, come base per spedizioni lavorative al sud.</p>
<p style="text-align: justify;">Piove, esce il sole, ripiove, e fino al successivo lunedì non ho altro da fare che godermi la solitudine e lo spettacolo di una tromba d’aria che danza sullo specchio d’acqua corrucciato antistante.</p>
<p style="text-align: justify;">E così mi avvince la suggestione: e se io fossi qui isolato perché tutto il mondo è infetto? Cosa mi inventerei per riorganizzare la mia vita, senza sapere quanto ci vorrà e cosa succede nel resto del mondo, come cambierebbero i miei pensieri, le mie aspirazioni, i miei affetti? I fondamenti insomma dell’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla prima schiarita scatto una foto. Quella foto dalle incredibili sfumature verdastre del cielo sarà la copertina del mio romanzo: “La baia”, pubblicato dopo tre anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per scriverlo non bastava quell’ispirazione, dovevo documentarmi, costruirmi un’identità da virologo, bypassando gli oltre trent’anni, al tempo, di attività da segaossa.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi toccava quindi raccordarmi direttamente ai miei studi universitari di biologia (già, perché gli ortopedici non son proprio dei medici, non ne condividono nemmeno il santo protettore, San&nbsp; Cosma per i medici, San Giuseppe falegname per gli ortopedici).</p>
<p style="text-align: justify;">Costruire uno schema virologico nella sua evoluzione epidemica, compatibile con la mia ispirazione, richiedeva un consulente e degli studi, e mi venne in soccorso l’amico Maurizio Madaro, allora direttore del centro trasfusionale dell’ospedale.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, insieme alla figura del protagonista, prese forma una sorta di identikit del mio virus letale: un virus RNA, che può usare i roditori come serbatoio biologico intermedio, responsabile di un’epidemia che dalla Lombardia si diffondeva in tutta Italia, mentre a macchie di leopardo faceva la sua comparsa con focolai nel resto del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Già, il tutto strettamente aderente al Coronavirus attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">A me interessava di più l’evoluzione sociale e spirituale della vita in una comunità&nbsp; isolata che la cornice, una storia che era solo una scusa per far girare le pagine al lettore, ma come mai tutto combaciava con la cronaca attuale, come del resto mi hanno scritto alcuni lettori del tempo?</p>
<p style="text-align: justify;">E allora, dopo avervi spiegato perché ho titolo a parlare di epidemie, pur essendo solo un ortopedico, veniamo alla mia falsa predizione, che in realtà si basava su un dato di fatto:</p>
<p style="text-align: justify;">Non poteva andare diversamente!</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto a smentire presunte mie doti profetiche c’è il fatto che sono in buona compagnia: Bill Gates ha speso energie personali ed economiche ad avvertire l’umanità dell’imminenza del pericolo di ciò che stiamo vivendo già dal 2015.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma su cosa basavo la sicurezza del realismo del mio quadro generale? Sulla conoscenza del virus, e sulla constatazione di un’umanità all’apice del degrado organizzativo comunitario. E proprio questo degrado ha fatto sì che il&nbsp; virus abbia trovato un terreno di coltura ideale, come un topo nel formaggio. Così perfetto come pabulum che non c’è bisogno di andare a scomodare dietrologie di laboratori segreti, armi biologiche…</p>
<p style="text-align: justify;">Signori, ora vi presento il virus:</p>
<p style="text-align: justify;">Questo mattone basale della vita è paragonabile alla più scarna istruzione del vostro software, ma lasciatemelo descrivere come un vero personaggio letterario.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un agente segreto, immaginatelo pure con le sembianze di James Bond, che come il personaggio di Fleming è alle dirette dipendenze della Corona del Regno.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Riceve &nbsp;mandato per la missione più difficile: garantire la trasmissione di un codice. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questo messaggio cifrato di poche lettere ha un significato semplicissimo: replicami. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’agente della corona regia, per semplicità, fu chiamato in codice Corona.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un messaggio, dicevamo, di poche lettere, in un alfabeto di soli quattro caratteri, che chiamano nucleotidi. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E inoltre, mentre di questo alfabeto si servono anche le forme di vita più complesse, ma lo producono in doppia copia, e lo chiamano quindi messaggio DNA, il nostro povero cavaliere della corona dispone di una singola copia del dispaccio, metodo detto in codice RNA!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma attenzione, non finisce qui, c’è un’ulteriore difficoltà per la sua missione, perché il suo, come ogni messaggio segreto, dopo il breve tempo d qualche giorno, o all’istante in presenza di sostanze detergenti, raggi solari, calore, si autodistruggerà se non riuscirà a essere trasmesso e replicato in tempo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Come farà il nostro agente? </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sa bene che per far duplicare, anzi, riprodurre più volte, la sua parola d’ordine, dovrà introdurla in una cellula. Una qualsiasi, di qualsiasi essere vivente, ma le cellule non son mica sceme, accettano solo ospiti con le chiavi di casa, la loro parola d’ordine.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il nostro agente Corona ce l’ha una chiave, e fin’ora ha funzionato con il pipistrello, con il pangolino, ma quei benedetti sorci d’aria non stanno mai fermi, e di pangolini non ce n’è mai quando servono, sono sistemi così scomodi! E lui ha fretta. Gli serve una cellula di un essere molto più sedentario, abitudinario, ammassato al calduccio in grandi comunità. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lui non lo vuole mica uccidere! Solo che a volte capita, un incerto del mestiere.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ha un’idea geniale per modificare la sua chiave ed entrare nella cellula umana: se la gioca al casinò. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E così sfrutta due caratteristiche che sembravano sue debolezze, e invece sono armi potenti: si moltiplica milioni di volte in poco tempo, come i numeri giocati alla roulette, ma nella trascrizione, come per gli amanuensi, a volte casualmente commette degli errori nel copiare il messaggio: le mutazioni. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Basta poco, una di quelle lettere, i nucleotidi, e cambia il senso.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E siccome ne ha una sola copia della parola d’ordine, in quanto dicevamo è un messaggio in codice singolo RNA, l’errore resta definitivo. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Così va a riprodursi al tavolo verde, fin quando il croupier inizia ad annunciare le vincite: “chiave per pollo, vince &nbsp;il sig. Corona… per maiale… sig. Corona… e infine: il banco salta, Corona vince: uomo,&nbsp; chiave per cellula-uomo al Sig. Corona!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quindi la sua chiave mutata apre prima cellule di esseri addomesticati dall’uomo, e finalmente, la casa più comoda, difesa dalle aggressioni: l’uomo stesso, apparentemente il più protetto dall’ambiente grazie alla sua civilizzazione! </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Intanto il nostro agente, ormai molto infettante e poco segreto, si ritrova un sacco di chiavi duplicate a vuoto, mutate per niente, perché l’errore di duplicazione non si adatta a nessuna serratura. Poco male, le butta via, tanto, alla sua velocità di moltiplicazione, può rifare la prova tantissime volte, il casinò resta aperto! Ora è affidato alla sorte, si adagia su una gocciolina di saliva del suo ultimo albergo, un porcellino di allevamento, e un bel venticello fresco lo porta fino alle vie del respiro di un uomo. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ecco una cellula della parete bronchiale, aderisce, la chiave, dov’è la chiave accidenti! Eccola, entra… girà! La sua pellicola si fonde con quella cellulare, ecco, è dentro. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sgancia il suo contenuto, il plico con l’unica parola di istruzioni per la missione, l’ordine secco: “replicami!”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E così il delicato meccanismo automatizzato della cellula si mette in moto, prende pezzi, atomi, molecole, li assembla, la prima sequenza: rep…, ecco, una nuova sequenza completa!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tutto stava andando liscio, l’agente Corona sperava di incappare in un portatore sano, odia uccidere, ma quest’umano è un tipo tosto! I suoi agenti della sicurezza, gli anticorpi, arrivano, si apre uno scontro a fuoco micidiale, vescicole di sostanze incendiarie esplodono ovunque, un inferno.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Se questo tipo si fosse limitato a qualche starnuto, un colpo di tosse, no! Doveva proprio avere una difesa esagerata? L’agente Corona aveva fatto studi classici, gli venne in mente un’espressione: “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, e così sarebbe andata, ma anche dopo la sua fine la missione sarebbe stata comunque compiuta: il codice replicato viaggiava ormai su una miriade di droplets, goccioline impalpabili in quantità, tuttavia sperava per l’agente che gli stava subentrando nella staffetta che incontrasse qualcuno meno suscettibile. Non è negli scopi degli agenti virali uccidere, anzi, è quasi un insuccesso professionale, una caduta di stile!</em></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">E ora che abbiamo conosciuto il nostro amichetto, involontariamente omicida, tracciamone un identikit: un virus è una robina piccolissima, la cui parola chiave in codice è protetta solo da un cappottino impermeabile, un vestitino che prende in prestito dalla cellula in cui si è riprodotto l’ultima volta, fatto appena di uno strato di grassi e proteine, e le proteine dell’esterno sono irraggiate, le sue chiavi vere, le “spicule”.</p>
<p style="text-align: justify;">È così piccolo che le barriere meccaniche difficilmente lo trattengono: 100-150 nm di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!)</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">E ora vediamo come l’uomo sia stato così merlo da farsi beccare, nonostante gli avvertimenti, perché tutto tronfio della propria storica civiltà! Entriamo nello scenario:</p>
<p style="text-align: justify;">Cioè facciamo un po’ di storia infettivologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo all’inizio dell’800,&nbsp;Max Joseph von Pettenkofer chimico alla zecca di Monaco di Baviera, colpito dalle condizioni malsane della città, inventa la medicina sociale, che si chiamerà poi igiene. La sua laurea gli consentiva di lavorare in tutti e due i settori, chimico e medico.</p>
<p style="text-align: justify;">Non crede nei microrganismi, questi presunti animaletti dei quali in quegli stessi anni si inizia a parlare; tanto che, quando Koch isola il vibrione del colera, per scommessa beve il contenuto della provetta dove è stato coltivato ed è contenuto, e il tutto in corso di conferenza stampa!</p>
<p style="text-align: justify;">E già, lui da chimico ha fatto carriera nell’amministrazione cittadina, il povero Koch è un mediconzolo condotto di campagna che di notte fa esperimenti con conigli impestati e brodi di coltura che si fabbrica da solo con scarti di macelleria, il tutto nel retro di casa, per la delizia della signora Kock.</p>
<p style="text-align: justify;">Potenza delle convinzioni più ferree, Pettenkofer dopo lo scenografico brindisi non si ammala, ma la scienza prosegue il suo cammino ugualmente, Koch arde di sacro fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">Empiricamente comunque l’ex chimico della zecca capisce le falle della società umana, in una città ricca ma lasciata allo spontaneismo, e con opere di bonifica la risana.</p>
<p style="text-align: justify;">Raggiunge il successo, ma resta vedovo con quattro figli.</p>
<p style="text-align: justify;">L’amministrazione cittadina, vista la sua attività frenetica e benemerita di ricercatore e urbanista, gli offre di ospitarli gratuitamente nel suo più prestigioso collegio.</p>
<p style="text-align: justify;">Max vi si reca in visita, e scuote il capo, affermando con sicurezza: “Qui dentro c’è troppa gente, succederà qualcosa di brutto.”</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho notizie sull’esattezza di questa sua premonizione, nello specifico, ma resta il fatto che aveva colto nel segno, cioè individuato il cardine del problema della sicurezza coabitativa: l’affollamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non sta tutto qui, ecco perché dico che ce la siamo proprio cercata! Bisogna mettere insieme più fattori per spianare la via all’agente virale.</p>
<p style="text-align: justify;">Spiegando gli stessi concetti in altra sede, preoccupato del fatto che possa verificarsi una ripresa di attività con matrici comportamentali analoghe a quelle in causa, ho indicato quelli che considero i quattro comportamenti a maggior rischio, che indico in un acronimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Permettetemi allora di stralciare, visto che la proprietà intellettuale è mia:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>…&nbsp;<strong>D.I.M.A.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le parole, e concetti, che mi danno queste iniziali le riporto in ordine dall’alto in basso:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>D</em></strong><em>ensità abitativa eccessiva.<br>
<strong>I</strong>nquinamento (specie particolato, vettore dei virus, le loro astronavi.)<br>
<strong>M</strong>obilità eccessiva (l’energia cinetica! Inutili spostamenti per lavoro, e di merci!)<br>
<strong>A</strong>llevamenti intensivi (amplificatori di mutazioni.)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sarà un caso, ma la “dima” è proprio quell’oggetto di rettifica di forma standard che serve da campione per riparare o costruire in serie senza errori!</em></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">E vedi caso questi fattori dove si associano con la massima espressione in Europa?</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia, e precisamente in Lombardia!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non finisce qui, perché se andiamo a guardare le curve di confronto interregionale sull’andamento del pieno dell’epidemia scopriamo che fin dal momento dell’allarme si assiste a curve quasi piatte al sud e ancora impennate al nord. Troppa discrepanza!</p>
<p style="text-align: justify;">Il comportamento civico, l’osservanza delle regole di isolamento, è pari nelle due metà del paese, e comunque non certo peggiore al nord. C’è quindi dell’altro, ma non possiamo farci niente, perché noi possiamo modificare i fattori comportamentali umani, non quelli ambientali, quindi mi astengo da ogni ipotesi.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora tiriamo su le maniche e vediamo di evitare nuove tragedie future, per quanto in nostro potere.</p>
<p style="text-align: justify;">E a chi mi dovesse replicare “Ma prima o poi questo maledetto vaccino arriverà pure!”, risponderei che non ha capito il problema.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sig. agente segreto Corona non è il solo, quel casinò è ben frequentato, la roulette delle maledizioni sforna password a frotte, e di tipacci così, e anche peggio, ne escono continuamente! E ricordiamoci che Ebola è sceso tranquillamente dall’aereo a Washington, per pura combinazione solo dopo una nuova mutazione che lo aveva reso inoffensivo per l’uomo, ma abbastanza aggressivo da far secche tutte le scimmie trasportate su quel volo, lasciando nei quattro guardiani gli anticorpi, le proprie impronte in rapporto alla difesa attuata dall’ospite.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora la risposta al problema sicurezza arriverà solo da un cambiamento radicale di stile di vita, individuale e collettivo. Un comportamento virtuoso strategicamente messo in atto secondo i criteri della <em>dima</em>, che alla resa dei conti riducendosi automaticamente a tre ci facilita il compito.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo:</p>
<p style="text-align: justify;">Punto D) Ridurre la densità abitativa, planetaria possibilmente, e gli accentramenti urbani se possibile, ma in alternativa e in combinazione creare unità abitative e funzionali lavorative a blocchi, ampiamente distanziati e totalmente isolabili in caso di allarme. Ridurre la massa di popolazione circolante con modalità lavorative e di apprendimento in&nbsp; remoto (domiciliari esattamente come ora). Gradualmente, ovvio, come inversione di tendenza, ovvio!</p>
<p style="text-align: justify;">Punto I) l’inquinamento, particolato in specie: attualmente, in tempi di confinamento a domicilio il problema non c’è, un effetto detergente dell’aria clamoroso, e quindi continuare con uno stile di vita più simile possibile all’attuale, e insistere sulle politiche già iniziate di difesa ambientale, che rischiano per l’impoverimento delle nazioni di perdere di mordente, ma vanno ugualmente considerate prioritarie. Qualcosa si muove ma staremo a vedere con la ripresa delle attività industriali.</p>
<p style="text-align: justify;">M) La voce M, mobilità, si coniuga automaticamente, ed ecco la riduzione a tre fattori.</p>
<p style="text-align: justify;">A) Quello degli allevamenti è un fattore cruciale, e, inutile sottolineare, inerente anche ad altri aspetti salutistici, quali le antibiotico-resistenze. Nella favoletta dell’agente corona si è sottolineato che gli animali da allevamento possono essere ospiti&nbsp; intermedi e per periodi indefiniti, ma sottolineo anche che fungono da amplificatori di mutazioni. Evidente infatti che se dal selvatico un virus mutante passa al domestico nel nuovo complesso di individui si moltiplica incredibilmente. Non solo, ma se la mutazione si verificasse nella colonia animale stesa? Le possibilità non vi mancano!</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile dire che la scelta alimentare sta a noi, l’azienda dei prodotti vuol vendere soltanto. Cambiare cultura sta a noi! Una politica centralizzata potrebbe riguardare il sistema di tassazioni. Ma senza incidere troppo sul diritto al profitto delle aziende come si fa?</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi sta a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva un quadro a tinte fosche ma con delle prospettive chiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto parte dalla comprensione che quanto ci è accaduto non è stato per caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Spero si possa contare su fattori omeostatici naturali, oltre che su un sano istinto di conservazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rischio attuale è quello di un effetto boomerang, che dopo la fase di impoverimento metta al primo posto la produttività a ogni costo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono meccanismi automatici in natura che vanno viceversa compresi e incoraggiati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, come è per le altre specie animali, che agiscono sapientemente per istinto, impoverimento dovrebbe voler dire riduzione automatica della natalità, e quindi automatico raggiungimento progressivo, senza costrizioni, dell’obiettivo D.</p>
<p style="text-align: justify;">Non parlo di sacrifici,&nbsp; ma di spontaneo incanalamento verso comportamenti virtuosi, già proposti come opinabili, ma ora necessari.</p>
<p style="text-align: justify;">E non mi si obietti “e le tasse chi le paga in futuro?” I morti comunque non le pagano, e gli ammalati costano più dei sani, e tutta la storia della medicina sociale ha insegnato, contro certe tendenze d’oltre Atlantico o oltre Manica, che una società sana è un buon affare, rende economicamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Le nostre scelte devono basarsi sulla consapevolezza che non ci sono scorciatoie, ma solo rigidi muri contro cui scontrarci. E non c’è scienza o tecnologia che ci possa venire in soccorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi in definitiva credo che il discorso si possa ricondurre a una riduzione dello spontaneismo, verso una società in cui sani principi di igiene collettiva siano possibilmente &nbsp;condivisi, o, dopo l’ennesima spiegazione, come si fa con i bambini, eventualmente corretti.</p>
<p style="text-align: justify;">Della catastrofe, per quanto pesante, abbiamo avuto solo l’assaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratterà ora di promuovere una nuova cultura, se qui, su questa terra, in tutti i sensi, ci vogliamo ancora restare, e possibilmente star bene.</p>
]]></content:encoded>
      </item>
      <item>
         <title><![CDATA[L'ORDINE MONDIALE INFETTO: COVID-19 E NUOVI EQUILIBRI INTERNAZIONALI, di Bruno Pierri]]></title>
         <link>https://www.caffefilosoficocrema.it/news/lordine-mondiale-infetto-covid-19-e-nuovi-equilibri-internazionali-di-bruno-pierri/</link>
         <description><![CDATA[La crisi scatenata dal Covid-19 potrebbe essere fonte di stravolgimenti di natura economica e geopolitica, oltre che denudare l’impotenza delle grandi organizzazioni internazionali. Ad esempio, la Cina è intenta a rilanciare la propria immagine globale per fugare i rischi legati al danno di reputazione inferto da un atteggiamento iniziale molto ambiguo, oltre che per limitare il crollo della produzione industriale e delle esportazioni. Pechino sta provando a promuoversi come modello nel...]]></description>
         <pubDate>Fri, 01 May 2020 09:00:00 +0200</pubDate>
         <guid isPermaLink="true">https://www.caffefilosoficocrema.it/news/lordine-mondiale-infetto-covid-19-e-nuovi-equilibri-internazionali-di-bruno-pierri/</guid>
         <category><![CDATA[Contributi]]></category>
         <content:encoded><![CDATA[<p style="margin-left: 1cm; text-align: justify;">La crisi scatenata dal Covid-19 potrebbe essere fonte di stravolgimenti di natura economica e geopolitica, oltre che denudare l’impotenza delle grandi organizzazioni internazionali. Ad esempio, la Cina è intenta a rilanciare la propria immagine globale per fugare i rischi legati al danno di reputazione inferto da un atteggiamento iniziale molto ambiguo, oltre che per limitare il crollo della produzione industriale e delle esportazioni. Pechino sta provando a promuoversi come modello nel contrasto al virus, in tal modo recuperando spazi di azione sullo scacchiere globale. Trump deve provare ad arginare un simile rischio, quanto meno per evitare conseguenze elettorali. Dipenderà anche dal modo in cui si relazionerà con il resto del mondo, a partire dai membri della NATO. Prima della pandemia, il Presidente americano aveva mostrato di abbandonare l’Europa al proprio destino, favorendo la Brexit e criticando gli alleati per lo scarso finanziamento assicurato all’Alleanza, pur non essendo certo il primo inquilino della Casa Bianca a lamentarsi di ciò. In tal modo, Trump rispondeva alla secolare tentazione isolazionista (specie nei confronti del vecchio continente) che ciclicamente attraversa gli scenari politici negli Stati Uniti. Nel giro di pochi giorni, il clima internazionale è radicalmente mutato. In breve, se la Cina approfitta della situazione per estendere la propria influenza, in questa chiave potrebbero interpretarsi gli aiuti arrivati in Italia da Germania e Stati Uniti, in termini di materiale medico, tra cui mascherine e ventilatori polmonari. D’altro canto, l’esercito americano ha donato forniture e attrezzature mediche, nell’ambito del programma di assistenza umanitaria dell’Agenzia della Difesa per la Sicurezza e la Cooperazione. Trump ha infine annunciato 100 milioni di dollari di aiuti di tipo medico e sanitario, rispondendo alla richiesta italiana di assistenza attraverso il <strong>Centro di coordinamento euro-atlantico di risposta alle catastrofi</strong> (Eadrcc) della NATO. Tale politica si spiega alla luce del Concetto Strategico del 2010 [1], secondo cui i&nbsp;<strong>rischi alla salute</strong>&nbsp;fanno parte del contesto di sicurezza che la Nato si impegna a proteggere.</p>
<p style="margin-left: 1cm; text-align: justify;">&nbsp;&nbsp;&nbsp; In uno scenario del genere si potrebbe anche interpretare la missione umanitaria dei virologi russi a Bergamo. Infatti, il&nbsp;<em>Kommersant</em>, principale giornale economico russo, ha pubblicato un’intervista ad&nbsp;Alexander Semenov [2], virologo e direttore del&nbsp;laboratorio di immunologia e virologia presso il Pasteur Rospotrebnadzor Research Institute of Epidemiology and Microbiology di San Pietroburgo. La missione medico-militare in Italia va inquadrata in una cornice di soft-power, alla luce del quale Mosca ha inviato un contingente al comando del M<strong>aggior Generale Sergey Kikot</strong>, vice capo di Stato maggiore del comando difesa <strong>Nbcr</strong> (Nucleare Batteriologico Chimico Radiologico). Oltretutto, l’Italia è il primo Paese che il Cremlino soccorre al di fuori della propria sfera d’influenza. Ciò che potrebbe preoccupare non poco i nostri vertici militari, e a maggior ragione quelli della NATO, è il pericolo di <strong>mostrare la debolezza</strong> di un intero sistema sanitario. A riprova di ciò, la <strong>Cia</strong>, insieme ad altri enti come il poco conosciuto&nbsp;National Center for Medical Intelligence (Ncmi) [3], stila periodicamente rapporti sulle capacità sanitarie di varie nazioni. In buona sostanza, aver accettato l’aiuto russo potrebbe aver mostrato tutte le nostre carenze a degli osservatori che sicuramente stanno già fornendo rapporti dettagliati ai propri capi<em>. </em></p>
<p style="margin-left: 1cm; text-align: justify;">&nbsp;&nbsp;&nbsp; Alcuni giorni fa, in un articolo sul <em>Wall Street Journal</em>&nbsp;[4]&nbsp;Henry Kissinger ha messo in guardia dal rischio che<em> la pandemia possa cambiare per sempre l’ordine globale. </em>Secondo l’ex Segretario di Stato, gli Stati Uniti devono necessariamente “salvaguardare i principi dell’ordine mondiale liberale”, in un contesto in cui le democrazie verranno chiamate a “difendere e sostenere i loro valori illuministici”. Il prezzo da pagare, qualora ciò non avvenisse, sarebbe altissimo: “La disgregazione del contratto sociale, sia a livello nazionale che internazionale”. In una parola, la crisi economico-sanitaria rischia di essere per Washington ciò che i processi di decolonizzazione furono per gli imperi europei, segnando così la fine di un lungo periodo di egemonia. Al contrario, la Cina si presenta come fornitore di beni ormai di prima necessità, dal materiale sanitario al know-how per affrontare una pandemia. Oltre a ciò, il Partito Comunista cinese ha dato il via ad una massiccia campagna di disinformazione riguardo le origini del virus, allo scopo di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle sue responsabilità nelle primissime settimane del contagio, dall’arresto del medico che aveva scoperto l’infezione, alla mancata diffusione di notizie sulla stessa. Attualmente, invece, Pechino sta modellando un messaggio di efficienza e solidarietà, insinuandosi in tal modo tra le crepe dell’Alleanza Atlantica, oltre che negli squarci evidenti nella costruzione europea, troppo impegnata a discutere di bilanci e modalità di erogazione dei prestiti.</p>
<p style="margin-left: 1cm; text-align: justify;">&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per concludere, Kissinger aveva già messo in guardia dalla possibile catastrofe di uno scontro aperto tra Washington e Pechino. “Non è più possibile ritenere che un attore possa dominare l’altro. Devono abituarsi ad accettare che esista una tale rivalità” [5]. La crisi scatenata dal Covid-19, e soprattutto la depressione economica che ne seguirà, può imprimere velocità a una tale dinamica. Cadendo nella classica trappola di Tucidide [6], una potenza egemone dovrebbe fronteggiare un gigante emergente che trasforma una gravissima crisi interna in un’occasione per elargire aiuti a comunità devastate da un virus che pone dubbi angoscianti sul futuro. La risposta occidentale a questa nuova sfida potrebbe essere essenziale per l’ordine mondiale del XXI secolo.</p>
<div>
	<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
	<hr align="left" size="1" width="33%">
	<div id="ftn1">
		<p style="margin-left: 1cm; text-align: justify;">[1] Cfr. <a href="http://www.comitatoatlantico.it/COMIT/documenti/concetto-strategico-2010/" target="_blank">http://www.comitatoatlantico.it/COMIT/documenti/concetto-strategico-2010/</a></p>
	</div>
	<div id="ftn2">
		<p style="margin-left: 1cm; text-align: justify;">[2] Cfr. <a href="https://formiche.net/2020/04/non-facciamo-come-italia-bergamo/" target="_blank">https://formiche.net/2020/04/non-facciamo-come-italia-bergamo/</a></p>
	</div>
	<div id="ftn3">
		<p style="margin-left: 1cm; text-align: justify;">[3] Cfr. <a href="https://archive.defense.gov/news/newsarticle.aspx?id=118163" target="_blank">https://archive.defense.gov/news/newsarticle.aspx?id=118163</a></p>
	</div>
	<div id="ftn4">
		<p style="margin-left: 1cm; text-align: justify;">[4] Cfr. <a href="https://www.henryakissinger.com/articles/the-coronavirus-pandemic-will-forever-alter-the-world-order/" target="_blank">https://www.henryakissinger.com/articles/the-coronavirus-pandemic-will-forever-alter-the-world-order/</a></p>
	</div>
	<div id="ftn5">
		<p style="margin-left: 1cm; text-align: justify;">[5] Cfr. <a href="https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/3037870/kissinger-warns-us-and-china-their-conflicts-will-be" target="_blank">https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/3037870/kissinger-warns-us-and-china-their-conflicts-will-be</a></p>
	</div>
	<div id="ftn6">
		<p style="margin-left: 1cm; text-align: justify;">[6] Cfr. <a href="https://www.ft.com/content/0e4ddcf4-fc78-11e8-aebf-99e208d3e521" target="_blank">https://www.ft.com/content/0e4ddcf4-fc78-11e8-aebf-99e208d3e521</a></p>
	</div>
</div>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
      </item>
      <item>
         <title><![CDATA[LA GLOBALIZZAZIONE DELLA SOLIDARIETÀ (appunti), di Piero Carelli]]></title>
         <link>https://www.caffefilosoficocrema.it/news/la-globalizzazione-della-solidarieta-appunti-di-piero-carelli/</link>
         <description><![CDATA[Mi limito a qualche appunto all'insegna del buon senso, almeno, secondo il mio modesto parere.Di fronte a un virus che ha letteralmente sconvolto il mondo, ci siamo scoperti tutti fragili, tutti fragilmente accomunati dallo stesso destino.D'incanto è crollato il nostro delirio di onnipotenza, il nostro rincorrere all'infinito Dio.Tutti nudi. Tutti impotenti. Tutti sulla stessa barca, al di là delle razze, delle religioni, delle nazioni e dei continenti.&nbsp;Tutti "uomini" fragili.Davvero nulla...]]></description>
         <pubDate>Wed, 08 Apr 2020 09:00:00 +0200</pubDate>
         <guid isPermaLink="true">https://www.caffefilosoficocrema.it/news/la-globalizzazione-della-solidarieta-appunti-di-piero-carelli/</guid>
         <category><![CDATA[Contributi]]></category>
         <content:encoded><![CDATA[<p>Mi limito a qualche appunto all'insegna del buon senso, almeno, secondo il mio modesto parere.</p><p>Di fronte a un virus che ha letteralmente sconvolto il mondo, ci siamo scoperti tutti fragili, tutti fragilmente accomunati dallo stesso destino.</p><p>D'incanto è crollato il nostro delirio di onnipotenza, il nostro rincorrere all'infinito Dio.</p><p>Tutti nudi. Tutti impotenti. Tutti sulla stessa barca, al di là delle razze, delle religioni, delle nazioni e dei continenti.&nbsp;</p><p>Tutti "uomini" fragili.</p><p><br></p><p>Davvero nulla sarà come prima come recita uno slogan diffuso in questi giorni?</p><p>Non lo so. Io credo, comunque, che una lezione dovremo pur impararla dall'attuale tragedia: dopo esserci combattuti a lungo, da un lato con le armi, dall'altro con le armi della competitività a tutti i costi, non dovremmo imboccare la strada della "cooperazione" e della "condivisione"?</p><p>Non dovremmo unire le forze, le intelligenze, le competenze, le specializzazioni, in altre parole, rafforzare la "cooperazione internazionale", nella consapevolezza che nessuno potrà salvarsi da solo?</p><p><br></p><p>La globalizzazione - così credo - dovrà proseguire e addirittura intensificarsi, ma assumendo un volto nuovo: un volto non più caratterizzato dalla forza dirompente della "concorrenza", ma dalla "solidarietà". Sarà, in altre parole, la solidarietà ad essere globalizzata: la solidarietà degli "esseri umani" di fronte ai pericoli comuni.</p><p><br></p><p>Sono ben conscio che i miei appunti di buon senso stanno scivolando nell'utopia, ma come uscire dalle macerie, anche economiche (si stima che perderemo decine e decine di milioni di posti di lavoro nel mondo!), che avremo davanti nel day after, se non con il colpo d'ala dell'utopia, di qualcosa cioè che va oltre il paradigma dominante?</p><p>Come pensare che i singoli Paesi europei possano farcela senza un vigoroso rilancio di quella "casa comune" che da decenni abbiamo iniziato a costruire con la fatica della mediazione politica? Non è l'occasione unica - l'ora di una tragedia comune - per porre le fondamenta, finalmente, di un'Unione "politica" (di cui gli eurobond, cioè la condivisione del debito, potrebbero rappresentare il primo passo)?</p><p><br></p><p>Non vi è nulla di nuovo da inventare. C'è solo da sviluppare quella "cooperazione internazionale" che c'è già, almeno in nuce, nella ricerca scientifica (le stesse missioni spaziali non sono tutte imprese a cui cooperano più nazioni?), e in modo netto in tanti organismi internazionali quali l'OMS, il WTO e la stessa Unione europea. Tra l'altro, ciò che si sta realizzando in qualche misura in Italia, di fronte al flagello del virus, non è una sorta di "globalizzazione della solidarietà" con medici e sanitari provenienti dalla Cina, dalla Russia, dall'Albania, dall'Ucraina, da Cuba e dagli Usa...? Le stesse ONG come Medici senza frontiere ed Emergency, particolarmente attive nell'attuale emergenza, non sono modelli di "cooperazione internazionale"?</p><p><br></p><p>Un'obiezione scontata... ma non vi è il rischio, puntando sulla cooperazione, di spegnere quel motore che è la "libera concorrenza"?</p><p>Non si tratterebbe di spegnere la concorrenza, ma di trovare un sapiente punto di equilibrio tra cooperazione e concorrenza.</p><p>Dovremmo "cooperare" su tutto ciò che è "prioritario" per l'umanità: il diritto alla salute, in primis (e non solo di fronte a nuovi possibili pandemie) e, più in generale, il diritto alla vita, la stessa salvezza del pianeta e, di conseguenza, la salvezza dell'umanità.</p><p>&nbsp;Questo significa potenziare la cooperazione internazionale in svariati ambiti:</p><p>	della ricerca (al fine anche di una scoperta più celere di un vaccino anti-virus);</p><p>	delle strutture e dispositivi sanitari idonei ad affrontare nuove emergenze (pensiamo all'ecatombe che ci sarebbe se il virus dovesse esplodere in Africa e agli effetti devastanti che avrebbe sulla stessa Europa);</p><p>	della raccolta dei finanziamenti ad hoc (li potremmo battezzare life-bond);</p><p>	di quella che è chiamata l'"agricoltura di precisione" (che fa leva sui Big Data) al fine di sconfiggere la fame;</p><p>	della lotta contro il riscaldamento globale e nella riconversione all'insegna della green economy di tutta la produzione e di tutti i mezzi di trasporto, una riconversione che non potrà che avere come effetto immediato la tutela del diritto alla salute.</p><p>Cooperare e "condividere", potenziando al massimo l'open source, condividendo tutto ciò che è know-how in quanto frutto della "cooperazione" con gli immensi effetti positivi che ne deriverebbero sul fronte, ad esempio, dei prezzi dei farmaci e quindi del "diritto alla vita".</p><p>Una cooperazione internazionale che potrebbe, tra l'altro, far risparmiare una massa ingente di risorse: non costituisce uno spreco gigantesco, ad esempio, il fatto che tutte le case automobilistiche debbano effettuare massicci investimenti sul medesimo progetto delle auto elettriche?</p><p><br></p><p><br></p><p>Non si tratta, ripeto, di partire da zero: perché il modello delle imprese spaziali non potrebbe essere replicato dalle case automobilistiche e dai colossi farmaceutici, tutti ambiti strettamente legati al "diritto alla vita"?</p><p><br></p><p>La strada da percorrere sarà lunga, ma non sarebbe irresponsabile - da parte di tutti, governi, parlamenti, organismi internazionali, singoli cittadini - uscire dall'emergenza tornando alla "normalità" di sempre, come se nulla fosse accaduto?</p><p>Non sarebbero irresponsabili i Paesi europei se dovessero continuare a ragionare con una logica "nazionale" di fronte a delle tempeste (l'attuale e quelle future: il pianeta è da tempo in rivolta contro l'uomo) che colpiscono tutti, indistintamente?</p><p>Il Covid-19 una lezione ce l'ha data e forte.</p><p>Sarebbe un suicidio non recepirla.</p><p>Sarebbe un suicidio rifiutarci di ascoltare il "grido dei poveri" e il "grido della terra".</p><p>No?</p><p><br></p><p>Piero Carelli</p><div><br></div>]]></content:encoded>
      </item>
      <item>
         <title><![CDATA[TUTTA COLPA DI GRETA, di Patrizia de Capua]]></title>
         <link>https://www.caffefilosoficocrema.it/news/tutta-colpa-di-greta-di-patrizia-de-capua/</link>
         <description><![CDATA[&nbsp;
Per chi canta il gallo?
&nbsp;
Domenica 29 marzo 2020. Ore 7.38 solari. 8.38 legali. Il gallo canta. Ma su che orario è sintonizzato? È avanti? È indietro? È confuso? Semplicemente è sintonizzato sul suo orario, che noi umani non riusciamo a interpretare. Le tortore tubano con quel tu-tuu-tu, telefono indeciso fra libero e occupato, anche loro secondo il proprio ritmo, sempre in cerca di una compagna: d’inverno, in primavera, in qualunque stagione. I codirossi svolazzano solitari. Le...]]></description>
         <pubDate>Wed, 01 Apr 2020 09:00:00 +0200</pubDate>
         <guid isPermaLink="true">https://www.caffefilosoficocrema.it/news/tutta-colpa-di-greta-di-patrizia-de-capua/</guid>
         <category><![CDATA[Contributi]]></category>
         <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Per chi canta il gallo?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Domenica 29 marzo 2020. Ore 7.38 solari. 8.38 legali. Il gallo canta. Ma su che orario è sintonizzato? È avanti? È indietro? È confuso? Semplicemente è sintonizzato sul suo orario, che noi umani non riusciamo a interpretare. Le tortore tubano con quel tu-tuu-tu, telefono indeciso fra libero e occupato, anche loro secondo il proprio ritmo, sempre in cerca di una compagna: d’inverno, in primavera, in qualunque stagione. I codirossi svolazzano solitari. Le cinciallegre in coppia, i passerotti in gruppo, per prendersi gioco, velocissimi e organizzati, dei grossi merli che lottano fra loro contendendosi il territorio ricco di briciole. Lontane le cornacchie allevano piccoli che ancora suonano come trombette della fiera, prima di diventare rauche e sgraziate alle nostre orecchie.</p>
<p style="text-align: justify;">La magnolia è già sfiorita, ed ora getta foglioline verde chiaro. Gli alberi da frutta sono un tripudio di bianco e varie tonalità di rosa, dal pallido al fucsia. Tutto secondo copione.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ma allora che succede? Il silenzio è rotto solo da scampanii preordinati, che invitano a messe che non verranno celebrate, e sirene: col fiato sospeso, seguiamo l’ipotetico percorso dell’ambulanza cercando di indovinare se sta raggiungendo persone care che non rivedremo mai più, neppure da morte. Chiusi in casa ci aggrappiamo a bollettini quotidiani che forniscono un arido elenco di numeri non sempre attendibili e mai omologabili a quelli emessi da altre nazioni. Protocolli saltati per cortocircuito, decreti che si susseguono affannati, incuranti di elefantiache trafile burocratiche, informazioni che ci sommergono in un marasma di dubbi, nella migliore delle ipotesi, e profezie, nella più nera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>I DPCM: vietato morire </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ne abbiamo visti tanti, di DPCM. Dapprima prudenti (23 febbraio), progressivamente allarmati, ma con limiti territoriali circoscritti (9 marzo), in seguito allarmanti, estesi all’intero territorio nazionale (11 marzo), e ancora più stringenti (22 marzo), con sospensione di “tutte le attività produttive industriali e commerciali, ad eccezione di quelle indicate nell’allegato 1”, che peraltro potrà essere modificato, e infatti viene modificato (25 marzo), con l’avvertenza che “le imprese le cui attività sono sospese per effetto del presente decreto completano le attività necessarie alla sospensione entro il 28 marzo 2020”.</p>
<p style="text-align: justify;">E così dapprima ci siamo astenuti dall’aperitivo serale, ma abbiamo continuato ad uscire a cena; poi abbiamo rinunciato a cene, teatro, cinema, palestre, piscine, incontri culturali, continuando a frequentare il bar della colazione, perché il cappuccino non è pericoloso, ma lo spritz sì. Passeggiavamo in campagna nelle giornate di sole; qualcuno portava il cane a “sgambettare” (orribile neologismo che evoca scherzi infantili, assolutamente estranei ai cani), altri proseguivano nell’abitudine di running, jogging, footing. Molti si recavano dal barbiere o dal parrucchiere; altri in lavanderia. Il mercato era chiuso, riaperto, richiuso per l’abbigliamento, ma con palesi vuoti fra le bancarelle; gli alimentari, dopo aver resistito un po’ più a lungo, scomparivano con la chiusura di tutti i mercati rionali. Alla fine abbiamo dovuto rinunciare a parrucchieri, lavanderie, centri benessere, centri termali, sociali, ricreativi, nonché a corse di ogni tipo. Senza esitazioni, invece, scuole chiuse, visite agli anziani ricoverati nelle case di riposo sospese; cerimonie religiose, dopo un primo tentennamento, abolite pure quelle. Vietato sposarsi. Vietato perfino morire, unico divieto disatteso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ribadisco: che succede? È proprio vero che, come ricorda Gabriele nella prima comunicazione di Filosofia e musica per vivere la crisi, “tutto scorre”? O forse l’amico Tiziano vuole aggiungere qualcosa…</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che faticosamente, per prove ed errori, provando e riprovando, qualcuno sta tentando di definire che cosa è <strong><em>essenziale</em></strong> per noi e per la nostra sopravvivenza. Nel linguaggio dei decreti, “attività indifferibili da rendere in presenza”, “servizi minimi”, “servizi di pubblica utilità ed essenziali”, elencati con relativi codici nell’allegato 1 del DPCM 22 marzo 2020. Elenco in vigore fino a quando?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La vita che basta a se stessa</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ripartiamo da quegli antichi saggi che provarono a insegnarci la vita che basta a se stessa. Diogene cinico, per esempio. Di lui Diogene Laerzio afferma che i cittadini di Corinto, dove pare sia morto, gli dedicarono una statua di bronzo su cui scrissero: “… tu solo insegnasti ai mortali la dottrina che la vita basta a se stessa e additasti la via più facile di vivere”. Più facile? Nella traslitterazione settecentesca di Francescantonio Grimaldi quelle parole suonano così: “ …solo segnasti a noi la via/del viver ben, quanto in se stessa basta,/acciò l’egro mortal felice sia”. Ma Grimaldi è illuminista, e la sua traduzione è intrisa di sensismo edonista. Eppure poteva essere felice l’inventore del sacco a pelo, che abitava in una botte, cercava l’uomo andandosene in giro con una lanterna, vivendo in modo anticonformista col rifiutare ogni convenzione del consorzio sociale e rispondendo con paradossi alle domande dei curiosi. Magari nelle calde notti mediterranee gli bastava un mantello raddoppiato, e la botte era una baracca, e la lanterna una metafora, e il cibo crudo una provocazione antesignana di altre roboanti provocazioni contro la civiltà: pare che proprio questa gli sia costata la vita, conducendolo a morire di colera per aver inghiottito un polpo crudo. D’altronde giudicava che la morte non fosse un male: “come potrebbe esserlo, se quando è presente non ce ne accorgiamo?”. Epicuro imparerà. Ma ciò che più conta sono appunto quei paradossi , come quello di definirsi un cane. Un cane non ha bisogno di abiti, né di coppe per bere. All’uomo bastano le mani a conca. Però conserva una bisaccia. Avversario di Platone, l’aristocratico raffinato che disprezza gli usi rozzi di Diogene, il cinico si accontenta di lavarsi da solo la verdura, pur di non essere costretto all’adulazione dei potenti. E al potentissimo Alessandro che, accorso a fare la conoscenza di questo saggio, gli domanda che cosa può fare per lui, risponde fiero: “levati, che mi fai ombra”. La libertà di vita e di parola innanzitutto. Diogene come Socrate impazzito.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché impazzito? Già Socrate era abbastanza pazzo, cioè anticonformista. Non insegnava, perché non sapeva nulla, ma i giovani cercavano di imparare da lui, di prenderlo ad esempio, di capire come facesse a bere e mangiare senza freni (almeno senza freni <em>secondo loro</em>) e a rimanere sveglio e sobrio dopo un banchetto in cui tutti s’erano addormentati mezzi sbronzi. E gli adulti si domandavano come potesse vivere senza farsi pagare, e come riuscisse ad ammaliare tanti fanciulli, piantandoli in asso quando erano ben rosolati. La differenza fra il maestro di Platone e il filosofo cinico è che il primo si attirò una condanna a morte per aver insegnato ai figli a ragionare con la propria testa anziché obbedire ciecamente ai padri, e il secondo visse da individualista, infischiandosene persino del padre, se è vero che gli fu affidato dal padre banchiere il conio della moneta, e che egli la falsificò, così che “il padre fu imprigionato e morì”. Socrate può fare a meno di farsi pagare dai giovani che accorrono a dialogare con lui, perché probabilmente sponsorizzato da discepoli ricchi. Diogene riflette a modo suo sul valore delle merci, e conclude che “oggetti di gran valore si vendono a minimo prezzo, e viceversa: così una statua è venduta per tremila dracme, un quarto di farina per due centesimi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’essenziale non è per tutti </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Essenziale</em></strong>. Che cos’è? Avere un riparo dalle intemperie? Potersi procurare il cibo quotidiano? Poter pensare, esprimersi, dialogare in libertà? Tutto ciò equivale a “poter vivere”? Ma allora perché non tutti hanno una casa, non tutti possono godere del pane quotidiano, non tutti godono dei diritti fondamentali di libertà? Poter vivere come, dove, quando?</p>
<p style="text-align: justify;">Ci scandalizziamo nell’udire la risposta di Maria Antonietta a chi le riporta le lamentele del popolo senza pane: “dategli brioches”. Ma noi quale preferiamo? Vuota sfoglia francese o austriaca? Ripiena marmellata o integrale al miele? Curcuma? Semi di chia? Cioccolato? Ma fondente o Nutella? Con o senza uvette?</p>
<p style="text-align: justify;">Ahimè, quanto poco significa l’abusato aforisma feuerbachiano “l’uomo è ciò che mangia”, forse frainteso fin dall’inizio. Prima o poi dovremo chiarire <em>che cosa</em> mangia, <em>dove</em> e <em>come</em> mangia, <em>con chi</em>: crudo o cotto? Mani o posate d’argento? Fast food o ristorante di lusso? Mensa aziendale o cucina di casa? Soli o in convivio amicale? Cibo industriale o creazioni di chef famosi? Carnivoro, vegetariano, vegano, o… ecc. ecc.? E soprattutto <em>se </em>mangia. Perché molti, troppi nel mondo muoiono di fame, e nell’ex opulento ex Occidente muoiono di anoressia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricapitolando: pare che in quei tempi remoti bastasse avere il poco cibo necessario per la sopravvivenza e una modestissima dimora. Anche Epicuro ritiene che “l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca”. Ma molti preferivano un Simposio di ricche vivande, fra amici desiderosi di discutere di temi filosofici come “che cos’è l’amore?”, e qualcuno sceglieva un giardino per riunire adepti al proprio pensiero. Tutto ciò riguarda un’infima minoranza di fortunati. Gli altri sappiamo che vita tormentata conducessero, fra schiavitù, fame e guerre. E quegli altri esistono ancora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’essenziale soggettivo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se immaginiamo di tornare indietro non duemilacinquecento, ma solo cento anni (parlo dell’Europa senza avventurarmi nel grande mondo), che cos’è <em>essenziale</em>? Senza televisore, frigorifero, telefono, computer, lavatrice, lavastoviglie, automobile, in un paesaggio urbano e anche campestre profondamente diverso da quello a cui siamo abituati, che cos’è <em>essenziale</em>? Una casa riscaldata, cibo sufficiente per tutta la famiglia a pranzo e a cena, abiti che passano dal primogenito all’ultimo nato, e poco più. Acqua calda, luce, gas, mah!</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco allora che si impone una riflessione ancor più radicale. <em>Essenziale</em> è condizione necessaria e sufficiente per vivere e voler vivere. Non è un concetto astorico, perenne, ma muta a seconda delle epoche e dei luoghi. Ed è ovvio, dal momento che noi indaghiamo intorno all’essere umano, ente storico e non naturale, come già aveva intuito Platone con il mito di Epimeteo e Prometeo in <em>Protagora</em> e dopo di lui Pico della Mirandola, che adattò il mito pagano al cristianesimo nella sua <em>Oratio de hominis dignitate</em>. E poi altri autori come Marx, e tutti coloro che scoprono che la natura dell’uomo è quella di non avere natura. Ciò significa che l’uomo è un essere soggetto ad un cambiamento continuo, soggetto e oggetto, protagonista di trasformazioni ambientali e innovazioni scientifico-tecnologiche dalle quali viene egli stesso intimamente modificato, e questa è l’evoluzione dell’animale uomo. Di conseguenza ciò che è essenziale per noi non era essenziale per gli uomini che ignoravano l’esistenza di ritrovati capaci di migliorare la qualità della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cangiante concetto di “essenziale” passa anche attraverso il tentativo di definizione dell’<strong><em>essenziale soggettivo</em></strong>, sorta di ossimoro logico.</p>
<p style="text-align: justify;">Protagora con il suo “uomo misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto (ci) sono, e di quelle che non sono in quanto non (ci) sono” intende dire che è l’individuo che valuta, sceglie, giudica, a seconda della propria condizione, determinata da fattori educativi e ambientali oltre che personali e fisiologici come salute o malattia: se sono malato, perfino il miele potrebbe non essere dolce <em>per me</em>. Ma oggi potremmo chiosare: se una cosa non c’è non posso sceglierla, valutarla, giudicarla, posso però sentirne la mancanza, che è angosciante.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo periodo noi di giorno in giorno, di settimana in settimana, quando andiamo a fare la spesa, stiamo vivendo un salto evolutivo, un adattamento silenzioso a una selezione più grossolana, che ci induce a soprassedere sulle innumerevoli differenze fra marche e tipologie delle merci . Non c’è il solito latte? Va bene anche un altro, purché sia latte. Non c’è il solito pane? Va bene anche un tipo diverso. Non c’è il solito dentifricio, spazzolino, detersivo? Vanno bene anche altri purché non restiamo senza. Non c’è la nostra marca prediletta di filo interdentale? Non c’è proprio nessun filo interdentale? Pazienza! il cotone recuperato dal cestino da lavoro della nonna andrà benissimo. Che sapone usi per lavare ripetutamente le mani, cantando “tanti auguri a te…” per due volte come nel film di Woody Allen? Marsiglia? naturale o profumato? mandorla, olio d’oliva? confezione singola o tripla? in plastica o in carta? se tripla, aumenta lo scarto dell’incarto. E va bene: ma se non c’è scelta, mi va bene un sapone qualsiasi. Oltretutto l’altoparlante del supermercato invita di continuo ad affrettarsi per non prolungare troppo l’attesa di chi sta facendo la coda fuori al freddo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Langue et parole </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa trasformazione potrebbe richiamare per certi aspetti la distinzione di Saussure fra <em>langue </em>e <em>parole</em>. La prima è il linguaggio comune parlato da una collettività in un certo momento storico e in un certo luogo; la seconda è il modo personalissimo in cui ciascuno di noi, non soltanto poeti e prosatori, utilizza quella lingua comune nell’esprimersi. Questo paragone potrebbe aiutarci nella narrazione del momento attuale? C’era una volta la <em>langue</em> dei bisogni essenziali. Poi è arrivata la <em>parole</em> dei bisogni individuali, sofisticati al punto da non poter essere classificati come essenziali. E qualche intellettuale viziato arriva a lanciare il paradosso: “toglietemi tutto, tranne il superfluo”. Bell’aforisma, buono per tempi di vacche grasse. Avete notato come la pubblicità, attentissima ai dettagli nel sondare l’umore dei potenziali consumatori, ha messo da parte spot in cui una ragazza meravigliosa e seducente invoca “toglietemi tutto, tranne il mio orologio di marca”? Al posto di quel genere di messaggi, altri ne compaiono, rassicuranti al limite del melenso, dove famigliole felici sognano di correre lungo spiagge deserte, in compagnia del Fido di turno. È forse giunto il momento di riscoprire la <em>langue</em>?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’aria in tempi di rareté</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non dobbiamo lasciarci abbindolare da simili immagini. Certo, se proviamo a interrogare chi ha vissuto la tragedia di una catastrofe naturale, come un terremoto, a botta calda ci dirà che l’essenziale è aver salvato la vita: <em>esserci</em> ancora, con i propri familiari ed amici, pur avendo perduto alcune persone care e tutto ciò che possedeva, dalla casa al lavoro. Nella nostra attuale condizione potremmo affermare che <strong><em>essenziale è respirare</em></strong>, l’aria è fonte di vita. Nelle lezioni liceali il professor Fergnani, spiegando che l’uomo non è né buono né cattivo, né egoista né altruista, poiché non ha una natura fissa, ma è un ente storico che <em>diviene</em> a seconda delle condizioni oggettive, illustrava il concetto con un esempio: quando Hobbes dipinge gli uomini come lupi l’uno per l’altro, agitati da <em>cupiditas</em>, passione che li induce ad appropriarsi con la forza di ciò che è in mano al più debole, sta descrivendo una situazione di <em>rareté</em>. Non essendovi abbondanza di beni, soprattutto cibo, ciascuno pensa di accaparrare ciò che può, sottraendo ad altri ciò che scarseggia. Ma se di ogni bene vi fosse abbondanza, nessuno ruberebbe, così come nessuno sottrae all’altro l’aria per respirare. Non avrei immaginato che nella vita avrei vissuto un momento doloroso in cui l’aria non è per tutti. E pochi sono coloro che, come quel prete (santo subito!) che rinuncia al respiratore per consentire a un ragazzo più giovane d’essere salvato.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora questi sono i giorni non di Talete, con la sua acqua, ma di Anassimene: lo pneuma, il soffio vitale all’origine della vita. Chi respira vive. Chi si ammala ed è fortunato trova un respiratore. Chi non lo trova muore solo e senza la consolazione di rivedere i propri cari. Consolazione anch’essa essenziale per l’essere umano. “Io non so come morirò, ho però un desiderio, che è quello di vivere bene la mia morte, e chiarisco che cosa intendo per <em>vivere bene </em>la morte: io desidero che nel giorno della mia morte non sia solo, ci sia qualcuno vicino a me”, ha scritto un caro amico. Qualcuno può sostenere sinceramente di preferire una morte in solitudine?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>E domani avere o essere?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nei momenti successivi alla catastrofe, però, anche i terremotati desiderano una casa e un lavoro, e il ritorno alla vita di sempre. È presumibile che lo stesso accadrà a noi. Dopo una scarnificazione dei bisogni all’essenziale, chi sarà sopravvissuto ricomincerà a riprodurre per quanto possibile l’esistenza di prima. E si riaccenderà il dibattito antico come la filosofia. Avere o essere? Rincorrere cose, o dedicarsi a conoscere se stesso? Dice Socrate. Avere o essere? Vivere lasciandosi manipolare dal sistema produttivo che crea bisogni artificiali – quelli che già Rousseau denunciava come conseguenza della civiltà corrotta – o ricercare una sicurezza interiore ed un’autentica identità fondata sulla modalità dell’essere? Dice Fromm. Avere o essere? Rassegnarsi ad essere integrati nella società dei consumi, o sviluppare nuovi bisogni umani, come il bisogno di abolire la povertà e la fatica, il bisogno di libertà, il bisogno di sviluppare una nuova sensibilità e soddisfare desideri di valenza estetica? Dice Marcuse.</p>
<p style="text-align: justify;">I sopravvissuti ai lager possono testimoniare un’esperienza drammaticamente educativa: ancor più della fame è la perdita della dignità umana ad uccidere. “O ci uccidono il corpo o ci annientano lo spirito. Contro il primo mezzo non c’è rimedio; contro il secondo il rimedio c’è: la volontà. Fortunatamente il rimedio esiste contro il pericolo più grave. Se ti uccidono il corpo, la loro non è una vittoria, ma se ti uccidono la volontà di resistere, di rinsaldare in te la tua fede, di diffonderla, di difenderla, in tal caso, ricorda bene, la loro vittoria sarà piena, assoluta, definitiva”. È un internato a Mauthausen, prigioniero politico, a scrivere. Lui si salverà.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo in una situazione limite paragonabile a quella. Non abbiamo perduto i diritti fondamentali. Sono soltanto momentaneamente sospesi, in funzione del primario diritto alla salute. Non si giustificano eccessive lamentazioni. L’<strong><em>essenziale attuale </em></strong>ci è garantito. Nei primi giorni della quarantena forzosa esplose una serie di flash mob: si vedevano persone alle finestre cantare insieme o da sole, dando spettacolo. Sui social circolavano riti scaramantici improvvisati da persone che uscivano in giardino a far chiasso con coperchi e pentole, minacciando il virus perché si allontanasse. “Sciò sciò ciucciué”, canta una vecchia filastrocca napoletana, ma non sono cose da prendersi sul serio, poiché ben sappiamo che la ciucciué (koukouvaia, in greco, vocabolo onomatopeico che indica la civetta) non porta sfortuna, e non ha portato il virus. Non dobbiamo cedere a superstizione e magia, fake news e profezie. Non cediamo al sonno della ragione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un simpatico complotto</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fra i complotti che circolano nel web uno mi è parso degno d’attenzione, non perché sia fondato ed attendibile, ma al contrario per il suo ironizzare su quanto possa diventare fantasiosa l’umanità in tempi di crisi. Possibilmente suscitando quel sorriso di cui parla Gabriele nella seconda comunicazione dedicata a “Quando la filosofia ride” (ma la preferisco se sorride). Ebbene: si sospetta che l’epidemia sia stata scatenata da Greta Thunberg per salvare il pianeta. E infatti i divieti della quarantena hanno reso l’aria molto più respirabile, facendo abbassare i livelli dello smog e dell’inquinamento. Gli uomini, certo, si estingueranno. Però la Terra sarà salva. Quella stessa natura che agli albori della civiltà era apparsa animata, abitata da divinità e da una folla di esserini sovrannaturali, era divenuta terreno di conquista, schiava da soggiogare, natura vexata per essere costretta a manifestarsi negli esperimenti scientifici. Il cosiddetto progresso aveva allora evocato un volto vendicativo della natura, non più madre ma matrigna o peggio ancora indifferente. “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? – dice la Natura all’Islandese – quando io vi offendo io non me n’avveggo; se io vi diletto o vi benefico, io non lo so. E se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”. Proprio così: la natura prosegue il suo corso, indifferente alle sorti di quell’ente che ha provato con scarso successo a farsene <em>maître et possesseur</em>. Gli uccelli cantano, i fiori rinascono, l’aria è tersa. Gli uomini muoiono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>WhatsAp(ocalypse)?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Roma. Piazza S. Pietro. Va in scena l’Apocalisse. Niente schiere di angeli, trombe, vegliardi canuti, agnello, niente. Solo un crocefisso e un vecchio zoppo e affranto. Il crocefisso perde sangue dalla ferita nella parte destra del costato. A sinistra rivoli di sudore lo attraversano. Il sangue è immobile, ma il sudore fa colare per tutto il corpo la sofferenza dell’agonia. Non è sudore, è acqua. Nella luce incerta del crepuscolo l’uomo parla di tempesta, e ripete la domanda “non t’importa?...”. Poi procede verso la piazza deserta con il Santissimo in mano, lo alza volgendolo in ogni direzione, silenzioso. Eros e Thanatos in lotta, come sempre. S’è fatta sera.</p>
<p style="text-align: justify;">“Tempo verrà. Che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro meravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna…”</p>
<p style="text-align: justify;">Le colonne in travertino, altissime, alludono a un’antica grandezza ormai decadente. La piazza è deserta. Un semicerchio di auto della polizia si intravede a sigillo, sullo sfondo. Nel buio il vecchio avanza a fatica ma deciso. Avrebbe desiderato presentarsi nudo, essenziale, ma gli hanno imposto l’abito bianco pesante e lo zucchetto. Si dice sia inviato dallo Spirito, ma in realtà è Giobbe, che tenace interroga Dio: perché? E Davide: fino a quando? È tutti gli uomini. Ma chi è Eros? E chi Thanatos? Insieme, come sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">“…parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà neppure un vestigio…”</p>
<p style="text-align: justify;">Però la sua preghiera è ammutolita, la sua benedizione è muta. Dio non risponde. Anch’egli muto. Il male non è colpa sua. Infine risponde. Il silenzio è attraversato da un suono non trionfante, non minaccioso, contenuto, quasi pacificante: è la sirena di ambulanze che trasportano corpi febbricitanti, feriti, destinati alla morte o a una vita grama. Sono numeri per statistiche. È colpa degli uomini. Ma come, Dio, non sei infinitamente buono e onnipotente?</p>
<p style="text-align: justify;">“…ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso…”</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo grondante di pioggia ritorna sotto al colonnato con il suo Santissimo in mano: dorato, con bagliori rossi e blu.</p>
<p style="text-align: justify;">“…Così, questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ma noi non ci saremo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La crisi di cui parla Gabriele non è solo “vortice che continua a sconvolgerci, tempesta”, e momento che passerà poiché tutto scorre. <em>Crisi</em> è il sostantivo d’azione di <em>criticare</em>, e criticare, come sappiamo da Kant, significa giudicare, distinguere, valutare. Da questa crisi usciremo – coloro che ne usciranno – con una nuova considerazione di ciò che è essenziale. Essenziale è la relazione con le persone: amici, parenti, amanti, anche solo conoscenti. L’uomo animale socievole riscopre la gioia dello stare assieme, come nel dopoguerra, ci dicono. Esplosione di gioia che non durerà a lungo. Ben presto ciascuno riprenderà le proprie abitudini, cercando di dimenticare il terribile passato. Se prestiamo ascolto agli esistenzialisti, l’esistenza precede l’essenza. Per l’individuo ciò significa che solo dopo la morte si saprà quale sia stata l’essenza di quella persona: <em>essenziale </em>sarà come ha vissuto. Ma lui, lei, non potrà mai saperlo, perché non ci sarà più. Quanto al genere umano, i credenti verranno tutti perdonati dall’infinita misericordia divina. I non credenti, ridiventati polvere di stelle, vagheranno fra le galassie. Poi, quando “l’arcano mirabile e spaventoso” sarà dileguato, dilegueranno anch’essi. E nessuno saprà mai che sia stata la loro essenza. Nessuno ci sarà più a testimoniarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse.</p>
<p style="text-align: justify;">Patrizia de Capua, marzo 2020</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
      </item>
   </channel>
</rss>