Data: 17.09.2013

Autore: Roberto Provana

Oggetto: QUALE COSCIENZA ALLENARE?

Una delle affermazioni più significative del compianto Cardinale Enrico Maria Martini, è stata la seguente: "La coscienza è un muscolo che va allenato".
Confesso di non aver approfondito il contesto entro il quale si inscrive questa frase, comunque dotata anche da sola, di una sua forza e ispirazione. Strizza la riflessione e insinua domande. È curiosa.
Può diventare il pretesto per ulteriori riflessioni.
Se si deve fare ginnastica, ci dovrebbero essere delle palestre, degli istruttori e degli strumenti atti a sviluppare questa "benedetta" coscienza. Ma di quale coscienza si tratta?
È una qualità psicologica o morale?
È legata all’essere o al modo di essere, al sé o al comportamento, all’ "io sono" o a come devo agire, sentire? Si rifà all'etica o all'esistere?
Appartiene al dominio della qualità dei sentimenti, della sensibilità sociale, oppure ad una dimensione inerente l'intensità percettiva che l'individuo, l'essere, ha di se stesso?
Appartiene al mondo che è regolato dal senso di giustizia, dalla obbedienza ad una fede, oppure ad una sfera psicologica, di "sapere" esistenziale?
La coscienza ha bisogno di una guida o autorità morale per esistere?
Di quale morale si sta parlando?
Morale cristiana Ortodossa o Riformata ?
La morale cattolica è solo una delle tante esistenti e possibili.
Oppure si intende una morale musulmana, buddista, shintoista, induista, animista, laica, etc.?
Scopo della religione è educare alla coscienza morale o alla piena consapevolezza di sè senza vincoli imposti dall'esterno ?
La coscienza-consapevolezza non può scoprire ed osservare da sè i principi etici ai quali aderire con un senso di responsabilità individuale?
Ha bisogno per sempre di un tutore, un pastore, una guida?
Oppure la guida è più interna, la voce è più silenziosa dei proclami e degli editti religiosi?

Esercitare la morale non equivale automaticamente alla ginnastica dell'essere, della consapevolezza, della coscienza di esistere.
La consapevolezza di esistere (indipendente da qualsiasi morale), può fiorire senza la necessità di alcuna coloritura etica, essendo esperienza dell’essere, identità, sapere di essere al mondo.
Anche il Cardinale Martini, come del resto universalmente nella Chiesa cattolica, probabilmente intendeva “coscienza” quale attributo, facoltà morale e non come semplice “consapevolezza”, altrimenti si dovrebbe rispettare la scelta della piena responsabilità individuale.
Nell'ambito religioso, la coscienza è concepita quale "attributo" morale.
Non la coscienza intesa come “essere consci di se stessi”, ma “consci del lecito", del dovere, di ciò che è "bene o male”.
Ma può venire prima la "morale" (o l’etica) della "auto-coscienza"?
E' possibile che la “coscienza morale” possa nascere da “altro” della coscienza individuale?
E se nasce dalla coscienza individuale come può dipendere da una entità esterna che la sanzioni, la vuole irregimentare, guidare, "illuminare", asservire ad una dottrina?
Questa dipendenza si verifica perché in genere le fedi religiose non si fidano della autonomia di coscienza dell'individuo.
Chiedono un atto di fede, senza però fidarsi dell’autonomia personale, che pure a volte invocano a gran nome per far fronte ai condizionamenti esercitati indubbiamente dal mondo dei consumi e dal capitalismo selvaggio.
La chiesa "non la dà", non concede la libertà di coscienza.
Questa fiducia non viene riconosciuta, non viene concessa l’autonomia necessaria per regolare il proprio rapporto con il divino.
Non viene accettato il principio di responsabilità individuale, spesso confuso e condannato come forma di relativismo.
Da una parte il clero si lamenta di avere a che fare con fedeli dalla fede infantile, dall’altra li veste con brache a mezzagamba e sottane per le bambole.
Se intendesse "coscienza" nel senso della consapevolezza, la chiesa cattolica si affiderebbe al senso di responsabilità individuale nelle scelte di ordine civile, morale, etico e religioso.
Certo, proclamerebbe i suoi ammonimenti, diffonderebbe consigli e annuncerebbe le sue indicazioni, ma varrebbero come tali: orientamenti appunto, non vincoli, non obblighi, non dogmi o condizioni essenziali per “essere dentro o fuori” la "comunità dei credenti". Ma può permettersi tanto, l'Istituzione religiosa? Probabilmente no.
D'altra parte, non si può fare “ginnastica della coscienza” se la dottrina incatena la libertà di scelta, anche dell’errore eventuale, ad un canone prestabilito, ad un giudizio morale che tiene in ostaggio la libertà di esperienza.
Una coscienza così diventa rachitica, debole, dipendente da entità esterne.
Forse è proprio questo che si vuole.
Che le coscienze siano sempiternamente dipendenti da un magistero, da una autorità auto-referenziante.
Papa Giovanni Paolo II diceva, a ragione, che la Chiesa non è una democrazia.
Certo, ma allora perché invocare la libertà di coscienza se poi questa stessa coscienza deve essere condannata, ammonita, inquadrata in un ordine di condotta morale?
E’ una delle contraddizioni più evidenti dell’Istituzione religiosa, che vuole fedeli maturi, liberi, ma nello stesso tempo obbedienti, osservanti, intruppati in un gregge.
La Chiesa può essere una palestra morale, della morale religiosa cattolica, non una palestra della coscienza intesa come esercizio costante della consapevolezza e della conseguente autonomia di giudizio.
Può essere fonte di richiamo morale, non di indipendenza.
La "questione religiosa" (ma sarebbe meglio chiamarla spirituale) non riguarda più il conflitto inter-religioso, il dominio (sulla base di una pretesa superiore verità, rivelazione o annunciazione) di una fede su un'altra, ma tra le forme di conoscenza che promuovono libertà e sviluppo della coscienza e quelle che intendono assoggettarla o frenarla, se non circuirla e illuderla, fiaccandone gli impulsi più sinceri, spontanei e genuini.
Eppure l'importanza del puro "Io Sono", della propria coscienza di essere, è centrale in tutte le Scritture e le Confessioni.
La Bibbia, se non la si interpreta in chiave teologica, esegetica, dottrinale ma semplicemente psicologica, contiene dei richiami alla "coscienza" intesa come "presenza".
Dio appare come "onnipresente", ma non solo nel senso della ubiquità, quanto della "presenza di sè", là dove nell'episodio della Lotta dell'Angelo con Giacobbe, il divino definisce se stesso "Colui che è". "Io sono Colui che sono", è un invito a richiamare a se stessi ciò che si è.
Diverse discipline, prima ancora della rivelazione biblica, hanno fatto di questo "Io Sono" il loro leit-motiv, la base per la ricerca di una continuità di coscienza o consapevolezza dell'essere, di esistere, di percepire non solo il mondo ma anche l'interiorità, non assoggettabile ad una formula comportamentale o espressiva prefabbricata, uniformante, standard.
Ricordare se stessi in ogni istante è una esperienza che alcune Scuole di Consapevolezza conoscono bene e in parte tale sapere è stato filtrato anche dalle pratiche mistiche e spirituali di tutte le fedi religiose, le quali tuttavia privilegiano l'aspetto morale, anzi moralistico rispetto a quello tecnico-operativo, realizzativo.

Oggi la coscienza è studiata dai neurofisiologi e dai biopsicologi con strumenti sofisticati, come osservatori esterni e nella migliore delle ipotesi è identificata con il cervello. Ma il cervello è il prodotto di una coscienza-forza che si manifesta nella Natura o la coscienza è il prodotto del cervello?
E anche quando si studia la propria coscienza, l'osservazione non è invalidata o alterata dal fatto che si tratta di un Osservatore che studia se stesso, dalla sua osservazione? Non si tratta di una coscienza che studia la coscienza?
Ma vi è un'altra questione: le religioni possiedono un corpus, una disciplina o insieme di pratiche tecniche-operative, per sviluppare questa coscienza di sè?
Esiste una conoscenza capace di svilupparla, la consapevolezza?
La coscienza (consapevolezza di sè, quindi anche dei propri limiti ma anche luogo di potenzialità da esplorare) può diventare un fattore per l'accelerazione e propulsione evolutiva. Non la morale.
La coscienza, l'esercizio di ampliamento della consapevolezza può interferire positivamente con lo stato emotivo, quindi con la biologia, con la genetica?
Ecco cosa stanno studiando la psicobiologia, la neurofisiologia.
Si tratterà di vedere se si riuscirà a conoscere la coscienza come descrizione (scientifica o umanistica, filosofica), attraverso l'analisi della sua fenomenologia, delle caratteristiche, etc.
Oppure, cosa più essenziale, sarà utile verificare se la coscienza di sè, ovvero di una consapevolezza espansa dell'Essere, si può allenare, e attraverso quali percorsi.
Anche se il racconto di queste "esperienze di ginnastica della coscienza" avrà il valore di una testimonianza che non potrà pretendere la fede altrui o di assumersi un obiettivo missionario, perché la lettura di una esperienza che non ci appartiene, la descrizione di un viaggio fatto da altri, non sostituisce la necessità del cammino fatto da se stessi.

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