Data: 20.06.2013

Autore: Luca Lunardi

Oggetto: Irenismo

Non posso certo essere d’accordo con Horkheimer (si veda l’intervento di Patrizia de Capua). E’ stato proprio l’abuso della ragione, per usare le parole di von Hayek, costituito dalla reificazione di entità collettivistiche che schiacciano l’uomo in una super-dimensione in cui il singolo è nulla ad aver provocato la seconda guerra mondiale, con i suoi deliri di potenza romantica dove Stato, Società, Razza, Nazione, Partito, Storia, Filosofia, Religione, Economia nelle loro stramaledette relazioni “dialettiche” riducono la persona ad ingranaggio miserabile. La Shoah non è certo la ragione¸ ne è la morte certa, ma la Scuola di Francoforte non ha capito niente di che cos’è la ragione. Quelli non sono illuministi, ed io invece, come Patrizia, cerco di esserlo.

Nutrendo supremo disprezzo per gli intolleranti di qualunque tipo, non ho potuto che compiacermi delle parole spese dal prof. Torrero in difesa di un gigante del pensiero contemporaneo come Joseph Ratzinger, beceramente attaccato per il discorso di Ratisbona (e per molti altri interventi) da pseudointellettuali anticlericali e inqualificabili fanatici votati al culto della guerra e della morte. Quando, nello stringergli la mano per complimentarmi, pensavo unicamente a come ringraziarlo per i piacevoli spunti che ci aveva regalato durante la serata, avevo completamente dimenticato che, se la serata aveva avuto un senso, è proprio perché il “dialogo fra le religioni e le culture per la pace” resta un colossale punto interrogativo.

Partiamo dalla parola che è al centro della locuzione virgolettata sopra: dialogo. Qualunque appassionato di filosofia attribuisce a questa parola un valore sovrano - se non altro perché la associa ad un pensatore elevato nei secoli al rango di semidio intoccabile, criticare il quale è ancor oggi ai limiti del sacrilego, del quale una fortuna quasi irripetibile ci ha conservato una grande mole di lavori impostati proprio su quella forma comunicativa. Che succede in quei dialoghi? Due o più personaggi, generalmente, si pongono l’obiettivo di argomentare razionalmente attorno ad un tema, di solito per darne una definizione. Né quei temi in sé né il fatto che lì si cerca di produrre definizioni mi interessa qui; richiamo al fatto che quei personaggi, nel discutere, seguono inconsapevolmente delle regole non scritte senza seguire le quali, da esseri razionali, nessuna comunicazione (diciamo pure nessun dialogo) è possibile. Per rendere l’idea, si pensi a qualcosa di simile a quanto propone Paul Grice nella sua filosofia pragmatica del linguaggio; vuoi essere ritenuto un interlocutore onesto quando parli con qualcuno? Bene, cerca di attenerti a quelle massime conversazionali (veridicità, pertinenza, chiarezza, ed altre). Ma incontriamo un primo bivio metafilosofico. Taluni propendono per la strada che porta a dire: non è necessario che si assuma alcun insieme di postulati – etici, epistemologici, linguistici, ideologici, ecc. – per poter essere in grado di condurre fruttuosamente la discussione critica sovra menzionata (continuiamo pure a chiamarla dialogo per semplicità). In altre parole, se vogliamo discutere non abbiamo alcun bisogno di sondare preliminarmente se condividiamo taluni presupposti di fondo senza i quali il dialogo, si teme, non sarebbe possibile. Questa è la posizione, ad esempio, dei razionalisti critici (Popper, Bartley, Albert…) purchè almeno si rinunci alla violenza e si opti per la ragione. L’altra strada del bivio di cui sopra è percorsa da chi sostiene in qualche misura il contrario, e cioè che, per poter dialogare¸ determinati assunti devono essere accettati dalle controparti perché il dialogo possa almeno iniziare (non è assolutamente richiesto che il dialogo debba “finire” con un risultato definito, anzi; alcuni estenuanti dialoghi platonici terminano la loro circonvoluzione con un millimetro di avanzamento, a cui corrisponde però spesso un anno luce di consapevolezza in più). In altre parole occorrerebbe appartenere, in qualche senso, ad uno stesso territorio culturale, specie assiologico.

A quale dei due partiti appartiene il campione di popolazione del Caffè Filosofico che ha animato l’ultima serata dedicata a discutere di intersezioni culturali e comune appartenenza al divino? Se si accetta la tesi del Prof. Torrero forse il problema è mal posto, possedendo noi, in quanto esseri umani produttori da millenni di cultura, una comune ancestrale struttura mentale che fa ritrovare, per vie inaspettate e traverse, le idee di Platone nelle speculazioni orientali apparentemente così aliene dalla ragione strumentale occidentale. Per farla più semplice, potremmo cavarcela dicendo che certamente, in qualche senso, siamo tutti figli dell’Assoluto abitanti del medesimo pianeta e viventi sulla base dello stesso patrimonio genetico, per concludere che intrinsecamente, fin dall’inizio, condividiamo uno spazio comune su cui costruire i nostri dialoghi.

Ma non voglio contemplare ulteriormente questo meraviglioso quadretto. Trattasi di filosofia irenistica da Mulino Bianco – o da Libro Cuore (qualcuno ha parlato di buonismo, e non fuori luogo). Non credo che andremmo molto lontano.

E’ vero: si è parlato perfino di guerra e di combattimento (spirituale). Ma per quale motivo dovremmo ribadire la presunta ovvietà che le culture si compenetrano e si contaminano, e che tutti gli esseri umani, in modo dipendente dalle proprie radici prime, errano alla ricerca di un “comune senso” (Dio, Assoluto, o qualche Mondo dei Valori sacro o profano)? La risposta è: per azzerare con la bacchetta magica il conflitto, in un’epoca in cui esso parrebbe avere riacquistato dimensioni da clash of civilizations. E allora, presi dal panico, gli uomini di buona volontà insistono piuttosto su quanto unisce e si possiede di comune, piuttosto che su ciò che distanzia e caratterizza, e questo certamente fa onore a chi si prodiga per il fine nobile della pace. Tuttavia, non sono affatto sicuro che annacquare le differenze per amore di pace sia la strategia vincente. Temo sia piuttosto una raffinata fuga da una realtà molto più oscura.

Il Dalai Lama prega (cristianamente, direi io), per i suoi persecutori mentre un moloch oppressore che ha cambiato tutto per non cambiare niente si accinge a conquistare il mondo con la sua potenza crescente (è semplicemente osceno che personalità come Vattimo o Losurdo prendano le difese, ancora una volta, di un marxismo giurassico profondamente ideologico che ormai sfiora il ridicolo, schierandosi apertamente contro i monaci tibetani e scomodando l’imperialismo britannico. La filosofia ha qualcosa di sensato da dire o è in balìa di queste assurdità?). Decine di persone morte, ambasciate devastate, ideologi trascinatori di folle inferocite e minacce ripetute ormai considerate rumore di fondo fanno seguito alla pubblicazione di pochi disegni o alla estrapolazione disonesta di qualche frase tratta da discorsi accademici, mentre il commento più alto che si ascolta è che non si deve offendere la “sensibilità religiosa” (sensibilità religiosa?). Monaci bastonati. Missionari trucidati. In larghissime aree del mondo libertà di culto e pensiero sono semplicemente dei miraggi, mentre filosofi occidentali hanno parlato e parlano di ossimori come “tolleranza repressiva” (ancora la Scuola di Francoforte) rivolgendosi proprio a qull’Occidente che pur li tutela, garantendo loro una libertà di espressione che non ha precedenti nel tempo e paragoni nello spazio. Purtroppo il mio cinismo non può far altro che pensare che riunire qualche intellettuale, e un uditorio di persone selezionate che già sanno perfettamente che il dialogo è pressoché un obbligo per persone che si ritengano dotate di ragione, finisce per essere un buon esercizio di consolidamento di una consapevolezza che già esiste in larga misura, ma fra persone che non ne hanno bisogno. Altra cosa è impedire che chi si ritiene il nuovo mahdi imponga alle donne un’esistenza da animale tribale e che si procuri ordigni per spazzare via la presenza corruttrice dei perfidi ebrei, trovandone la giustificazione nella propria tradizione religiosa. A costoro non importa nulla del dialogo, anche se non lo dicono, fondandosi su intrinseche e irriducibili menzogne e dissimulazioni, oltre che su tradizioni sclerotizzate che pongono il tribalismo collettivistico sopra la dignità della persona - cosa che non ha nessuna possibilità di conciliarsi con la democrazia, comunque si intenda questa (e non ci sono molti modi di intenderla). Tutti gli ideologi irrazionalisti portatori di istanze totalitarie sfruttano da sempre le idee umanitarie per trarne vantaggio, paralizzare le società aperte con i loro stessi principi e perfino ergersi a paladini di quelle stesse idee, contribuendo a intorpidire ancor più le acque e a confondere la vittima col carnefice. L’onere della prova spetta a chi si rifiuta di ratificare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, motivando la scelta con il pretesto che la sua tradizione già possiede quel patrimonio in essenza, arrampicandosi in pazzesche acrobazie dialettiche degne di Hegel per non dire sì sì, no no. L’onere della prova ricade su chi rinchiude gli oppositori nei campi di rieducazione, e nel frattempo fa portare una torcia in giro per il mondo blaterando di concordia (triste che solo ben pochi si rifiutino di prestarsi a questa pagliacciata).

Le tradizioni religiose e culturali non sono uguali. Ciò è bene, è la manifestazione di un’infinita varietà che è allo stesso tempo ricchezza. Ma l’appello ad un presunto comune fondamento, quando vuole irenisticamente abbracciare tutto per esorcizzare la paura, finisce per aggrapparsi ad un appiglio troppo esile e sterile – viviamo in pace perché siamo tutti esseri umani: magnifico, ottima soluzione. Ma il Cristianesimo non è l’Islàm. Il Buddismo non è la religione atea dei governanti comunisti. Non tutte le religioni predicano la non violenza, e non è necessario essere dei polemisti a tutti i costi per sostenerlo – basta andare alle fonti. Questo ci porterebbe lontano e non voglio certo imbarcarmi in questa avventura; faccio solo notare che, se qualcuno crede che il jihad islamico sia unicamente uno sforzo spirituale, facendo leva sulla radice etimologica, cerca di avallare una tesi che è cara solo a entusiasti commentatori occidentali e a modernisti musulmani attestati su posizioni apologetiche, a cui le anime belle abboccano senza nemmeno verificare; la quasi totalità delle fonti e delle tradizioni, a partire dal Corano, mette in primo piano il combattimento militare in difesa della fede – sulla via di Dio, per innalzare il Suo nome al livello più alto - , con gli ovvi corollari di preparazione ideologico-religiosa. Un grande numero di versetti in cui compare il verbo combattere nel Corano non è nella radice jhd, ma nella radice qtl - che significa battagliare, uccidere, eliminare fisicamente – e hrb, muovere guerra. Abbastanza imbarazzante, ma è chiaro che non dovremmo prendercela tanto con Muhammad, quanto con chi lo prende alla lettera. Eretici mistici sufi, sostenitori del Grande Jihad e autentici riformatori, da sempre sulla difensiva, sono oggi addirittura ridotti al silenzio, a parte qualche eccezione estremamente coraggiosa e sovente costretta ad espatriare (verso Occidente) o a vivere blindata, la cui influenza culturale è purtroppo prossima allo zero. Queste considerazioni non hanno nulla a che vedere né con forme di razzismo culturale, né con qualche politica “muscolare” neoconservatrice, né con approcci squisitamente “euro-centrici” tanto avversi a certi intellettuali progressisti, né con un bieco spirito di rivalsa identitaria: lascio questi schiamazzi ad altri e non me ne curo. Ribadisco che culture e tradizioni sono da osservare con mente lucida per esaminarne il rispetto per la vita e per la libertà dell’individuo, valori non negoziabili: ecco il mio territorio, unito al requisito di parlar chiaro ed evitare di giocare con le parole. Non mi interessa dialogare con chi non lo condivide, in primo luogo con gli ipocriti con la doppia e tripla faccia che propongono “moratorie” delle pene corporali coraniche in attesa che qualche sapiente, per onorare la “giustizia”, sancisca la corretta lettura dei testi che le autorizzano (Tariq Ramadan). Molti applaudono in buona fede a queste irricevibili turlupinature, basate tra l’altro su equivoci linguistico-concettuali di fondo: giustizia, o libertà, la stessa dialogo, sono parole semanticamente dipendenti dalla cultura, ma troppi europei sembrano non saperlo, chiedendosi in che cosa stanno sbagliando. Ovviamente ad interessare sono i concetti e non le parole, ma mentre per un europeo dialogo significa scambio razionale di idee, per un musulmano arabo significa sostanzialmente da’wa, chiamata all’Islàm. Libertà, per un europeo, è in primo luogo libertà per l’individuo (limitata da quella altrui); per un musulmano arabo è al-hurriyya, pressoché sinonimo di caos, anarchia, instabilità (memoria collettiva dell’endemico stato di guerra intertribale dell’Arabia preislamica, quando ogni tribù aveva il proprio dio onorato o bestemmiato secondo l’andamento della battaglia di turno). Per lo stesso mondo culturale arabo, tirannide è contrapposta a giustizia, non a libertà, dove tirannide equivale a “governo alieno da principi islamici autentici”, e non oppressione della libertà individuale (qui c’è purtroppo qualche eco del peggior platonismo politico). Anche volendo sospendere il giudizio su quale dovrebbe essere il significato “corretto” di queste parole (non ho dubbi in merito, ma fingo per un attimo di essere un relativista), tutto questo è fonte di gravi incomprensioni di fondo, ma anche una volta che queste contrapposizioni concettuali si comprendono il loro superamento resta questione difficilmente risolvibile. Il territorio culturale non è lo stesso; occorre spostare all’indietro la linea di demarcazione del medesimo. A mio modo di vedere, l’unica frontiera possibile è il riconoscimento dell’inviolabilità della vita e della libertà dell’individuo di determinarsi in tutte le sue scelte teoriche e pratiche – i diritti umani citati alla fine dell’intervento di Piero Carelli. Su tutto il resto si potrà e dovrà dialogare.

Probabilmente i più considerano queste posizioni come un ostacolo alla soluzione dei problemi che danno luogo alla ricerca del dialogo medesimo, a cui anche il Caffè Filosofico, nel suo piccolo, contribuisce; mi chiedo se esiste un limite al dialogo. Scusate se è poco, questa è una questione filosofica mortale. Temo l’uomo che legge un libro solo, diceva Tommaso d’Aquino – fosse anche il Libro Cuore, che ovviamente potremmo decidere di continuare a leggere, sistemandoci la coscienza mentre fuori infuria il Mein Kampf (esistono anche oggi tante battaglie totalitarie scritte a chiare lettere). Chi non conosce l’altro, infatti, ne ha paura; ma anche conoscendolo potremmo averne. E dobbiamo conoscerci. Ma potrebbe non bastare leggere tutti i libri del mondo per sapere come affrontare i problemi devastanti derivanti dalla diversità culturale, ed io non lo so proprio. Non mi sogno di dare soluzioni, a differenza di altri che pensano di dissolverli semplicemente con il dialogo ecumenico fra il diavolo e l’acqua santa.

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