Data: 21.06.2013

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Per molti, ma non per tutti

“Posta la filosofia come concezione del mondo e l’operosità filosofica non concepita più solamente come elaborazione ‘individuale’ di concetti sistematicamente coerenti ma inoltre e specialmente come lotta culturale per trasformare la ‘mentalità’ popolare e diffondere le innovazioni filosofiche che si dimostreranno ‘storicamente vere’ nella misura in cui diventeranno concretamente cioè storicamente e socialmente universali, - la quistione del linguaggio e delle lingue ‘tecnicamente’ deve essere posta in primo piano.”

Da un’affermazione come questa, negli anni accademici 1970-71, 71-72 o giù di lì, sarebbe potuto partire un corso universitario su Antonio Gramsci che, affrontando uno dopo l’altro i concetti chiave della filosofia della prassi, avrebbe rivendicato a Gramsci la capacità di tradurre nel linguaggio più consono alla cultura italiana le idee ed i pressanti inviti del marxismo, con particolare riferimento all’undicesima tesi su Feuerbach. Compito peraltro neppure impossibile, dal momento che il filosofo di tipo italiano condivide con il tedesco l’essere legato alla “pratica” mediatamente (“e spesso la mediazione è una catena di molti anelli”), a differenza, ad esempio, dal pragmatista anglosassone, il quale “tende a creare una ‘filosofia popolare’ superiore al senso comune” e proprio per questo si riduce ad essere “un ‘partito ideologico’ immediato più che un sistema di filosofia”. Ergo, “il filosofo tipo italiano o tedesco è più ‘pratico’ del pragmatista, che giudica della realtà immediata spesso volgare, mentre l’altro ha un fine più alto, pone il bersaglio più alto e quindi tende ad elevare il livello culturale esistente (quando tende, si capisce)”.

Ho studiato Gramsci in quegli anni Settanta in cui l’Università – parlo della Statale di Milano, ma credo che qualcosa di analogo valga per Roma, Bari o Padova – viveva una vera e propria ubriacatura gramsciana. Non dico che quegli anni fossero formidabili, anzi li giudico per certi aspetti terrificanti se non addirittura terroristi nell’impostazione stessa della filosofia, spesso presentata come epifenomeno della politica. Ma tutto quell’analizzare, quello sviscerare il significato di una pagina di Hegel, di Marx, di Althusser, di Lukács, di Sartre o, per l’appunto, di Gramsci, aveva in sé qualcosa di epico. E non per l’età giovanile di chi lo metteva in atto, ma per quella sorta di desiderio di scoprire pagine rimaste troppo a lungo segrete, occultate da un potere che non aveva alcun interesse a divulgarne la forza eversiva intellettuale e materiale.

Che ne è oggi di Gramsci? È davvero divenuto un classico da collocare sugli imbelli scaffali della libreria familiare, accanto a Galileo, Croce e Gentile? Gramsci per tutti?

Ci sono nella riflessione di Gramsci alcuni concetti forza che parlano all’uomo universale e al tempo stesso all’uomo del 2007. Uno di questi è a mio parere il nesso politica-morale-educazione.

Un nesso che è stato ben evidenziato nella relazione di Francesco Saverio Trincia al Liceo, davanti a un centinaio di studenti che ascoltavano per la prima volta un discorso non urlato nelle piazze né usato come un’arma da scagliare con violenza contro l’avversario che ci contende il voto. Un discorso pacato ma deciso, in cui si chiede alla sinistra di fare una volta per tutte seriamente i conti con la propria coscienza passata, dopo la crisi di identità del 1989. Non so quanto quegli studenti abbiano recepito di questo tema specifico in una mattina scolastica intensa e appassionante, interessati com’erano piuttosto al rapporto Stato-Chiesa (al termine delle relazioni tre domande, tutte su questo argomento). Ma certo di un’etica pubblica si sente la mancanza, e non è un caso che sia da destra che da sinistra si faccia appello alla necessità di recuperare alcuni fondamentali valori morali. Da qui all’educazione il passo è breve, anzi non c’è alcun passo: l’educazione è una questione di valori. Ricerca della verità, amore del bello, giustizia, e soprattutto libertà di pensiero e d’azione sono il succo di ciò che si impara o si dovrebbe imparare a casa e a scuola dal comportamento di genitori e insegnanti.

Come dare una mano a Gramsci affinché possa parlare ancora oggi a chi sta cercando quei valori?

E’ interessante notare che quel pensiero di Gramsci sulla “quistione del linguaggio” prosegue con l’invito a “rivedere le pubblicazioni in proposito dei pragmatisti”, con un rimando agli Scritti di Giovanni Vailati. Un Gramsci dunque che non si rapporta a Croce e Gentile come agli esclusivi rappresentanti della filosofia italiana, ma sa dialogare, sia pure nelle precarie condizioni del carcere, con i più significativi esponenti di una cultura aperta al confronto con il pensiero europeo ed anglo-americano. E benché la sua condizione esistenziale ossia strettamente biografica gli impedisca di continuare ad esercitare un’azione diretta sulla politica del tempo, forse per lo stesso motivo fa sì che egli la trascenda e la osservi con quel distacco o quella lontananza da cui meglio si mettono a fuoco le cose.

Non c’è conclusione, su una filosofia tanto ricca e complessa. Vorrei solo ricordare la conclusione che Gramsci pone in chiusura del paragone da lui istituito fra il filosofo italiano e tedesco, da una parte, e il pragmatista, dall’altra. Pur apprezzando Vailati e citandone “la meravigliosa capacità” di tradurre una qualunque teoria da un linguaggio ad un altro, “da quello edonista in quello della morale kantiana”, riconosciutagli da Einaudi, Gramsci ritiene che Hegel possa comunque essere considerato “il precursore teorico delle rivoluzioni liberali dell’800”, mentre “i pragmatisti, tutt’al più, hanno giovato a creare il movimento del Rotary Club o a giustificare tutti i movimenti conservatori e retrivi (a giustificarli di fatto e non solo per distorsione polemica come è avvenuto per Hegel e lo Stato prussiano)”.

Gramsci per tutti? Come in quella vecchia pubblicità, per molti, ma non per tutti. Almeno non per il Rotary Club.

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