Data: 21.06.2013

Autore: Tiziano Guerini

Oggetto: EVOLUZIONISMO / CREAZIONISMO

Si è recentemente riacceso un dibattito che in realtà non si era mai spento, fra sostenitori del creazionismo e sostenitori dell’evoluzionismo. Le due posizioni sono note: la prima individua l’origine dell’uomo e della sua specificità rispetto agli altri esseri cioè l’intelligenza, in un intervento razionale e finalistico eccezionale ed estraneo all’uomo stesso; la seconda affida tutto ciò che caratterizza l’uomo, ed in particolare la sua intelligenza, ad un processo evolutivo quale schematicamente è stato per la prima volta espresso da Charles Darwin.

Ora – ed è questa un po’ la novità – negli Stati uniti d’America è in campo una teoria che, almeno a parole, intenderebbe porsi come un elemento di mediazione fra le due posizioni: la teoria dell’”irriducibile complessità” dell’essere vivente e in particolare dell’uomo che spingerebbe a ritenere insufficiente la concezione evoluzionistica, pur accettata per taluni passaggi biologici, per spiegare appunto la complessità e unicità della vita. In particolare si sostiene insufficiente rimanere nel solo riferimento alla materia per arrivare alla coscienza.

In realtà tale concezione non fa che spostare un poco più in avanti il problema e rivendicare da ultimo ancora la necessità dell’intervento creazionistico.

Ancora una volta appare necessario distinguere l’ambito della scienza da quello della fede e della filosofia. Aspettarsi che sia la scienza a risolvere problemi di carattere “globale”- quale è appunto la spiegazione dell’origine della vita razionale – significa tradire il significato stesso della scienza, che si pone come una indagine specifica nel campo della parzialità , ambito da cui essa in nessun modo può uscire avendo come unico strumento a disposizione l’osservazione empirica ( per quanto sempre più potenziata e sofisticata). Diverso è l’ambito della fede che invece si propone esattamente di superare la barriera del mondo empirico per far posto a convinzioni e a credenze di carattere “assoluto” frutto di una illuminazione o addirittura di una rivelazione divina. Si tratta insomma di credere negli “invisibilia” sulla base di un rapporto di fiducia nei confronti di Dio.

In nessun modo la scienza potrà parlare esplicitamente della dimensione dell’assoluto; così come non potrà essere la dimensione dell’assoluto a spiegare le domande scientifiche. L’”irriducibile complessità” intende essere una dimensione tutto sommato di fede indebitamente infiltratasi nel campo scientifico. Potrà anche essere vera, ma in nessun modo potrà fregiarsi (o abbassarsi) del titolo di scienza. Ma la filosofia invece, è appunto il luogo dove “con verità” si affronta la dimensione della totalità, o dell’assoluto.(ciò che riguarda il “tutto” non può che riguardarlo per sempre). Dove quindi il problema dell’origine (e del fine) trova la sua risposta; e la trova nella affermazione incontrovertibile dell’impossibilità che ciò che è, sia stato un niente, o possa diventare mai un niente. E’ quindi sulla base del principio di non contraddizione riferito all’essere che la figura filosofica della “creazione dal nulla” esprime invece la propria autocontraddizione.

Ritorna prepotente d’attualità la domanda che il neoplatonico rivolgeva a S. Agostino: “che faceva Dio prima di creare?”. E non si potrà stavolta sfuggire al problema con abilità puramente retorica.

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