Data: 23.06.2013

Autore: Tiziano Guerini

Oggetto: VELUTI SI DEUS (NON) DARETUR…

Correndo il rischio di stancare i lettori del Caffè Filosofico (in tal caso basta astenersi dalla lettura di queste note), voglio ritornare sul senso della domanda che ho rivolto al prof. Meriggi durante l’ultimo incontro, anche perché mi pare di non poter condividere la sua risposta (peraltro data in un contesto affrettato di fine incontro).

Parrà a tutti chiara la corrispondenza fra “relativismo” e “laicità dello stato”, quando si tenga presente che il “relativismo”non necessariamente si accompagna, nella prassi, a deboli idealità.


Questa estate è stato molto frequentato il problema della laicità dello stato, anche sulla spinta del dibattito provocato dal referendum sulla procreazione assistita .

Una delle argomentazioni si è concentrata sulla tematica “veluti si deus non daretur” che è stato un poco lo slogan delle varie campagne sulla laicità dello stato: lo stato deve darsi una propria legislazione senza poggiare le proprie ragioni su elementi di fede religiosa. E’ questo l’assunto della morale kantiana – ma da ultimo soprattutto di Bonhoeffer (l’assenza di Dio che rispetta l’uomo e ne provoca la crescita) che ha fatto scuola nelle elaborazioni dottrinali successive; almeno quelle di stampo seriamente e responsabilmente liberale.

Il Card. Ratzinger – ora Papa Benedetto XVI – in un suo meditato intervento a tal proposito, proponeva di capovolgere l’espressione semplicemente (?) togliendone il “non”: “ come se Dio ci fosse.”

Tale capovolgimento – al di là del significato esattamente opposto che assume – viene presentato come proposta soft, tutto sommato equivalente, sul piano logico, a quella laica.

In realtà le cose stanno in maniera molto diversa; almeno per due ragioni. ( senza dimenticare il rischio che si corre, di affidare a Dio, individuato come alibi, ciò che l’uomo pur dovrebbe e invece non vuol fare).

Mentre per un uomo di fede, adeguarsi alla normativa laica non costa nessun sforzo (beninteso purchè tale normativa rispetti i diritti dell’uomo e della persona e venga definita in modo democratico) – per lui, uomo di fede, si tratterà di aggiungere al rispetto della legge politica (dare a Cesare…) anche il rispetto della legge religiosa (dare a Dio…) -, per l’ateo, invece, comportarsi come se Dio esistesse significa adeguarsi ad un comportamento per lui senza alcun fondamento, dal momento che solo la fede giustifica il rispetto della normativa se poggia su basi religiose. Si potrebbe anche aggiungere, seguendo S.Agostino, che solo la fede dà all’uomo la capacità di comportamenti “religiosi”; per cui chiedere questo a chi la fede non ha, significa sconfessare la potenza stessa della fede.

La seconda ragione, stà nella domanda che immediatamente si pone a seguito del “veluti si Deus daretur”: “quale dio?” Oggi più che mai tale domanda è d’attualità di fronte ad un mondo sempre più globalizzato ed alla mescolanza di razze e di religioni.

Il “veluti si deus non daretur” non esprime quindi un atteggiamento di superiorità o di arroganza del pensiero laico; al contrario è l’unica base fondata e razionale per immaginare una convivenza pacifica, tollerante e pluralista nella laicità dello stato. Ed attuale. Basti pensare a questa (apparentemente)semplice circostanza: nel Medioevo sarebbe stato impensabile immaginare una società senza Dio; oggi, che è il tempo della scienza e della tecnica, è invece del tutto possibile.

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