Data: 23.03.2014

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Oppure...

…oppure, come narra una favola antica, la Cura, “mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, ne raccolse un po’ e incominciò a dargli forma”…
Inizia così la “testimonianza preontologica” che Martin Heidegger crede di scorgere nel mito raccontato da Igino (Caio Giulio Igino, liberto di Ottaviano Augusto, o forse Igino Astronomo, di un secolo più tardo), n. 220 di una raccolta che ne comprende 277.
Dunque la Cura chiese a Giove di dare la vita alla sua creatura di fango, e fu accontentata. La Cura, Giove e la Terra, che aveva fornito l'argilla, discussero sul nome da dare alla creatura e scelsero ad arbitro Saturno, il quale così decretò: “Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fin che esso vive lo possieda la Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è fatto di humus”.
Heidegger, come si sa, è interessato alla Cura, senza ovviamente trascurare Saturno, il greco Crono, figlio di Urano e Terra, insieme con altri undici Titani, tre Ciclopi e tre Centimani. L’Essere è Crono stesso.
Demetrio apprezza la religiosità della Terra, che secondo la Teogonia di Esiodo invita i figli a disfarsi del padre Urano. Il padre, infatti, ha il brutto vizio di divorare i figli, e solo Crono, l’ultimo dei Titani, ha il coraggio di brandire la falce appositamente costruita dalla premurosa madre per evirarlo. Lo stesso Crono, poi, emulerà il padre ingoiando i figli avuti da Rea, finché un tenero rampollo di nome Zeus non lo costringerà a vomitarli uno dopo l’altro, compresa la pietra che il papà aveva scambiato per il feto del proprio ultimogenito.
La storia prosegue intricata, in un groviglio di rivoli e viottoli o di grandiose strade che segnano il percorso dei miti greci. Forse si può perdonare a Platone quel po’ di autoritarismo , quando, impegnato a forgiare la repubblica ideale, intima alle nutrici di non leggere i poeti ai bambini, poiché non sappiamo quali conseguenze essi potrebbero trarre dall’udire che gli dei sono i primi a disubbidire ai genitori, anzi a farne scempio; e ne hanno ben donde, dal momento che i genitori assomigliano all’orco cattivo. Del resto, aggiunge Platone, i miti sono bugie, e se non possiamo evitare di raccontarle ai fanciulli, per lo meno scegliamo bugie raccontate bene, che sono poi i suoi miti, conclude il divino con la modestia che lo contraddistingue, mentre quelli di Omero non sono che bugie raccontate male.
In un modo o nell’altro, in quei racconti il terrestre fa sempre una brutta fine: consegnato alla cura, alla preoccupazione, destinato a ridiventare polvere, nientificato da un onnipotente che ne decreta il nulla d’essere nell’istante stesso in cui lo crea.
Eppure c’è quel ricordo d’infanzia che, come le lenticchie di Demetrio, ci riconcilia con la madre terra, riconsegnandoci al più negletto e proustiano dei cinque sensi. Non la vista o l’udito dello spiritualista Platone, ma l’olfatto del sensista Condillac. Ognuno di noi potrebbe raccontarlo, offrendo il proprio contributo all’enciclopedia autobiografica degli econarratori.
Ma che cosa ci affascina nel ricordo di un’infanzia da terrestri, quando, piccoli e più vicini a Gea, ne assaporavamo con gusto intatto aromi e frutti?
Si direbbe una mortifera libidine, che induce a gettarci al più presto fra le braccia di un nemico potente ed invincibile. Siamo polvere, fango, argilla, terra: è vero. Siamo atomi, siamo omeomerie, siamo molecole, siamo insignificanti granelli di nulla. Forse immortali come gli atomi (eterni, assicura Democrito). Forse destinati a inimmaginabili ricomposizioni. Certamente irriconoscibili a noi stessi nell’ipotetica metempsicosi, a volte tentati di farla finita al più presto, prima che la nemica morte ci colga. Quel bambino che gioca col fango e si sporca di terra non è memoria che rinasce: è l’ignaro messaggero dell’oblio.
Qualcuno alla terra preferisce il cielo. Agli elementi corruttibili che compongono la Terra, fra i quali la terra è quello che tende più d’ogni altro verso il basso, qualcuno antepone l’etere, quintessenza delle incorruttibili sfere celesti. Non c’è solo l’anelito cristiano verso il paradiso, ma anche l’ascesa verso il settimo cielo dei chakra. I riti - a metà fra il business e il paganesimo - di eccentrici miliardari statunitensi intenzionati ad essere lanciati nello spazio infinito, una volta esalato l’ultimo respiro (muniti di cellulare, perché non si può mai sapere) sono parte di quel desiderio di immortalità a cui l’essere umano non riesce malgrado tutto a rinunciare.
Anche questa è religiosità, a modo suo. Allo stesso modo, forse, in cui Dewey, spirito pragmatico e americanamente positivo, annovera all’interno della storia, ossia dell’esperienza umana, la religione e la compagnia di assicurazioni: tutto è storia, tutto è esperienza, tutto è vita. In terra e in cielo, anche la morte.

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