Data: 13.05.2015

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Le parole sono semi (se c'è campo)

“Si sono incontrati quasi per caso, si sono piaciuti subito, pur nella reciproca diversità”.
Così scrive una giornalista di Repubblica il 19 marzo 1996 a proposito di Eugenio Scalfari, direttore dello stesso quotidiano, e del professor Giovanni Reale, autori di due libri che sono all’origine della loro amicizia, suggellata poi da uno scambio epistolare e da un solenne incontro nell’aula degli Atti Accademici dell’Università Cattolica di Milano, dove le lettere vengono presentate al pubblico. Il compito di leggerle è affidato a Carlo Rivolta, come Giuseppe Girgenti ricorda bene, descrivendo l’attore che si immedesima nei due protagonisti, mutando tono e affascinando gli ascoltatori con la sua carica carismatica.
Tutto ciò e molto altro viene raccontato al Caffè filosofico l’11 maggio 2015 in una serata ricca di pathos, rimpianti e progetti: si tratta di filosofia e teatro, che mai sono sembrati tanto capaci di riscoprire un’intesa antica.

Filosofia: Giuseppe Girgenti ricostruisce alcuni momenti emblematici dell’incontro fra il suo docente G. Reale, appassionato cultore di Platone e della grecità classica, e C. Rivolta, interprete di alcuni testi di quella civiltà verso cui siamo debitori. Lui, Girgenti, era un ragazzino, quando Reale intravide interessanti possibilità espressive nel teatro di Rivolta, soprattutto per la ricerca attraverso contrasti (riso/pianto, piacere/dolore, tragedia/commedia) che tanto assomiglia all’andamento di molti dialoghi platonici. Platone – ricorda Girgenti – era partito dal teatro. Poi conobbe Socrate, bruciò le opere teatrali che aveva composto e dedicò il resto della sua vita alla filosofia. Ma quale filosofia? Quella che si esprime nel confronto fra personaggi con idee diverse, e che utilizza la scrittura, pur dichiarandone la dannosità. A proposito delle dottrine platoniche consegnate all’oralità Reale aveva elaborato, come è noto, un nuovo paradigma, che andò precisando negli anni ’90 del secolo scorso.
Teatro: Nuvola de Capua ripercorre le tappe dell’impegno condiviso con Carlo, e parte per l’appunto da quella favola (il mito di Theuth narrato nel Fedro) in cui Platone fa pronunciare al suo maestro una dichiarazione di ostilità verso la scrittura, nell’atto stesso di metterla per iscritto. Che rompicapo! Anche Nuvola, a modo suo, è un rompicapo, quando sostiene di non ricordare ciò che in realtà sta raccontando a chi è venuto al Caffè per sentire come fu possibile che persone tanto differenti dal punto di vista professionale come Reale e Rivolta giungessero ad apprezzarsi e arricchirsi reciprocamente. In effetti l’affermazione che la giornalista di Repubblica riferisce alla coppia Reale-Scalfari si attaglia alla perfezione anche a quella Reale-Rivolta, definiti da Nuvola “un credente e un cercante”.

La serata si accende di ulteriori emozioni quando iniziano a risuonare le note della chitarra di Eleonora Pasquali, e Luciano Bertoli si presenta nei panni di un Socrate costretto a difendersi in tribunale (Apologia di Socrate), dove si parla una lingua a lui sconosciuta. Luciano interpella il pubblico, come faceva anche Carlo, e nessuno può nascondersi o sottrarsi alle sue domande. Poi irrompe la voce potente di Davide Grioni per intonare il monologo su Eros del poeta tragico Agatone (Simposio), sempre accompagnato dalla musica. Essenziale, quest’ultima, nel teatro di Rivolta, ma secondo Reale anche nell’opera platonica, se il professore arriva a confessare: “…io stesso, in passato, rimanevo perplesso di fronte a questo discorso e in particolare al fuoco d’artificio di parole del suo finale, e […] ho compreso appieno solo in seguito ad alcune rappresentazioni sceniche da me promosse, fatte insieme a Carlo Rivolta […] con il sottofondo musicale […]. In tal modo, il discorso di Agatone si manifesta veramente per ciò che è: musica di parole” (G. Reale, Eros dèmone mediatore. Il gioco delle maschere nel Simposio di Platone).

Già, le parole. Dagli interventi dei relatori, che si rincorrono anticipando l’uno il pensiero dell’altro, emerge una complicità nell’esposizione, frutto di una ricerca che, iniziata da tempo, è destinata a proseguire grazie al lavoro di entrambi e all’impegno di artisti come Pasquali, Bertoli, Grioni…

Il professor Girgenti, molto a proposito, allude in chiusura a un tema sviluppato nel Fedro: quello dei semi che l’agricoltore assennato pianta “in luogo adatto, seguendo tutte le regole dell’arte dell’agricoltura, contento che quanti ne ha seminati giungano al loro termine in otto mesi”, non certo in otto giorni. Allo stesso modo, bello è l’impegno di chi fa uso dell’arte dialettica, piantando e seminando discorsi con conoscenza, che portino seme, dai quali cioè “nascano anche in altri uomini altri discorsi, che siano capaci di rendere questo seme immortale e che facciano felice chi lo possiede”.
Carlo Rivolta ebbe vivissima coscienza del valore delle parole, di cui faceva un uso assai ponderato, specie dopo che la consuetudine con il dialogare socratico gli aveva fatto comprendere l’abisso incolmabile fra chiacchiera e autentico confronto che aiuta a conoscere noi stessi e gli altri, la città, le leggi, la giustizia, l’onestà, l’impegno civile.
Nel corso di una lezione di lettura espressiva, Rivolta spiega a una quinta del Liceo “Racchetti” (1998-99) che “parola deriva da parabola, e significa similitudine, nel senso che il suono della parola assomiglia alla cosa designata”, e “leggere significa cogliere, ossia comprendere il senso di ciò che sta scritto, per comunicarlo agli altri”. La pagina, poi, è “il campo delimitato, coltivato a filari di vite, il cui aspetto è appunto quello di una pagina scritta”, una sorta di andirivieni intercalato da spazi bianchi che segnalano pause. Così lo sguardo di chi legge percorre le parole disposte nella pagina come il contadino attraversa i filari del proprio campo.
Reale e Rivolta condivisero la bella fatica di insegnare e di educare nel significato socratico. Che male c’è ad insegnare? domanda Socrate nella sua Apologia, ma si affretta ad aggiungere “se ne sei capace…”. Insegnare e recitare comportano una non comune capacità di comunicare. E comunicare indica quell’andirivieni simile alla lettura, dove però non si trascorre di riga in riga, ma da persona che parla a persona che ascolta, e nulla passa dall’uno all’altro se non si parte con grande attenzione, interesse, partecipazione nei confronti di ciò che si pensa e si dice, e intenzione di tener conto di ciò che si è ascoltato e compreso, per condurre il dialogo a un ulteriore livello comunicativo.

Carlo Rivolta rimane comunque attore:
“Il mio mestiere (ebbe a dire in occasione di un viaggio in Terra Santa, presentando la propria traduzione scenica del Cantico dei cantici), quello dell’attore, è un artigianato. Si deve imparare a mettere a disposizione la voce, il corpo, possibilmente anche un po’di anima, della pagina scritta, far passare la pagina scritta attraverso se stessi. Dare voce, fiato, movimento alla pagina scritta, che contiene già tutto, ma lo contiene impresso.
Nel momento in cui ciascuno di noi legge inevitabilmente deve essere consapevole che presta la sua vita alla vita che è fissata nella pagina perché ne rimanga memoria. Quando un attore accosta un testo lo deve fare sempre con stupore, con meraviglia, con grande amore sì, ma anche con un po’ di spavento, perché la pagina scritta contiene molto, e noi dobbiamo semplicemente liberarne l’energia.
Quando poi a un attore accade un po’ per scelta e un po’ perché la vita almeno nel mio caso è stata molto generosa, di avere la possibilità di dar voce a questi testi, allora il tremore è ancora più grande per alcuni motivi. Intanto perché queste sono parole che vengono dalla notte dei tempi… pardon: dal giorno dei tempi, se erano in grado di produrre questa poesia, ma comunque da tempi molto remoti, che vengono dal profondo di un popolo, forse sarebbe meglio dire dal profondo del popolo o dei popoli, e quindi sono creazione umana. Non c’è un poeta singolo, se non simbolicamente, e passando attraverso questa realtà così grande delle radici si arriva all’origine di tutto. In questo senso mi pare che al di là del credere si possa dire che siamo di fronte a qualcosa che va oltre l’umano, qualcosa che inevitabilmente porta al senso e quindi a Dio. E da qui l’altra preoccupazione…no, preoccupazione è parola troppo piccola, l’altra paura: quella della universalità di un testo come questo e della straordinaria e pressoché illimitata ricchezza di valori e di possibilità di letture [Segue un confronto fra il Cantico biblico e il Simposio platonico in riferimento all’universalità dell’amore]. Di fronte a questi testi universali, quello che più spaventa un attore è che deve riuscire a farne una lettura simbolica, che non significa lettura metaforica. Significa riuscire, se ci riesce (secondo me non ci riesce: è uno sforzo), a leggere questo testo per quello che immediatamente è – una poesia d’amore – ma anche suscitare in sé e nell’assemblea intorno una ricerca che va oltre quello che immediatamente si percepisce attraverso le parole e i significati immediati di queste parole. La difficoltà dell’attore è proprio questa: già da prima sa che, per quanti sforzi lui faccia, non potrà che cercare e suscitare alla ricerca di questo oltre, ma certamente tutto questo non dipende solo dalle sue forze”.

Dipende anche da noi che ascoltiamo. Le parole sono semi e non pietre solo se c’è campo, e cioè se esse trovano in noi persone capaci di accoglierle e pronunciarle con coscienza.
Oggi la sfida comunicativa passa attraverso una svolta epocale analoga a quella vissuta al tempo di Platone, impegnato a sostituire il primato dei filosofi che parlano e scrivono a quello millenario dei poeti che cantano. Le contraddizioni platoniche dell’alunno che disobbedisce al maestro, mettendone per iscritto gli insegnamenti, nel mondo del terzo millennio si amplificano e lasciano sgomenti, di fronte al passaggio da comunicazione cartacea con pubblico circoscritto a comunicazione sul web destinato a una platea tendenzialmente planetaria (ovunque ci sarà campo?). Per noi la situazione presenta difficoltà imprevedibili, inediti rischi che ci condurranno a perderci se non sapremo affrontare le novità del salto evolutivo.

Rispetto a tali sviluppi meravigliosi e drammatici, Platone appare quasi ingenuo quando sottolinea come la possibilità che i discorsi siano fecondi si realizzi solo se chi parla sa distinguere fra un’ “anima complessa” e un’ “anima semplice”, e ordinare il discorso in modo corrispondente. Se c’è sintonia fra interlocutori, il raccolto sarà abbondante e consentirà di seminare nella nuova stagione, proseguendo nello scavo dentro noi stessi per comprendere schegge di verità, “nella misura più grande che all’uomo sia possibile”. E qui Reale aggiunge in nota, rivolgendosi a se stesso prima che a noi: “Questa è l’idea centrale da cui oggi si deve partire per rileggere Platone”.
Quella che dicono i sapienti, afferma Socrate/Platone, “non deve essere certo parola da gettar via”. Il compito non è facile, comporta molto sudore, proprio come il lavoro del contadino, “ma per chi intraprende cose belle, è bello anche soffrire, qualsiasi cosa gli tocchi”.

Questo è l’impegno che sia Reale-credente che Rivolta-cercante ci consegnano come scomoda e bellissima eredità.

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