UN APPUNTAMENTO CON LA PANDEMIA AMPIAMENTE ANNUNCIATO, di Adriano Tango

01.05.2020 09:30

2009, l’alba di una domenica d’inverno: io, da solo, alla casa al mare. Usavo allora quella casa, quella della baia, una conca nascosta e tutelata come parco naturale sul Tirreno, come base per spedizioni lavorative al sud.

Piove, esce il sole, ripiove, e fino al successivo lunedì non ho altro da fare che godermi la solitudine e lo spettacolo di una tromba d’aria che danza sullo specchio d’acqua corrucciato antistante.

E così mi avvince la suggestione: e se io fossi qui isolato perché tutto il mondo è infetto? Cosa mi inventerei per riorganizzare la mia vita, senza sapere quanto ci vorrà e cosa succede nel resto del mondo, come cambierebbero i miei pensieri, le mie aspirazioni, i miei affetti? I fondamenti insomma dell’esistenza.

Alla prima schiarita scatto una foto. Quella foto dalle incredibili sfumature verdastre del cielo sarà la copertina del mio romanzo: “La baia”, pubblicato dopo tre anni.

Ma per scriverlo non bastava quell’ispirazione, dovevo documentarmi, costruirmi un’identità da virologo, bypassando gli oltre trent’anni, al tempo, di attività da segaossa.

Mi toccava quindi raccordarmi direttamente ai miei studi universitari di biologia (già, perché gli ortopedici non son proprio dei medici, non ne condividono nemmeno il santo protettore, San  Cosma per i medici, San Giuseppe falegname per gli ortopedici).

Costruire uno schema virologico nella sua evoluzione epidemica, compatibile con la mia ispirazione, richiedeva un consulente e degli studi, e mi venne in soccorso l’amico Maurizio Madaro, allora direttore del centro trasfusionale dell’ospedale.

Così, insieme alla figura del protagonista, prese forma una sorta di identikit del mio virus letale: un virus RNA, che può usare i roditori come serbatoio biologico intermedio, responsabile di un’epidemia che dalla Lombardia si diffondeva in tutta Italia, mentre a macchie di leopardo faceva la sua comparsa con focolai nel resto del mondo.

Già, il tutto strettamente aderente al Coronavirus attuale.

A me interessava di più l’evoluzione sociale e spirituale della vita in una comunità  isolata che la cornice, una storia che era solo una scusa per far girare le pagine al lettore, ma come mai tutto combaciava con la cronaca attuale, come del resto mi hanno scritto alcuni lettori del tempo?

E allora, dopo avervi spiegato perché ho titolo a parlare di epidemie, pur essendo solo un ortopedico, veniamo alla mia falsa predizione, che in realtà si basava su un dato di fatto:

Non poteva andare diversamente!

Del resto a smentire presunte mie doti profetiche c’è il fatto che sono in buona compagnia: Bill Gates ha speso energie personali ed economiche ad avvertire l’umanità dell’imminenza del pericolo di ciò che stiamo vivendo già dal 2015.

Ma su cosa basavo la sicurezza del realismo del mio quadro generale? Sulla conoscenza del virus, e sulla constatazione di un’umanità all’apice del degrado organizzativo comunitario. E proprio questo degrado ha fatto sì che il  virus abbia trovato un terreno di coltura ideale, come un topo nel formaggio. Così perfetto come pabulum che non c’è bisogno di andare a scomodare dietrologie di laboratori segreti, armi biologiche…

Signori, ora vi presento il virus:

Questo mattone basale della vita è paragonabile alla più scarna istruzione del vostro software, ma lasciatemelo descrivere come un vero personaggio letterario.

 

Un agente segreto, immaginatelo pure con le sembianze di James Bond, che come il personaggio di Fleming è alle dirette dipendenze della Corona del Regno.

Riceve  mandato per la missione più difficile: garantire la trasmissione di un codice.

Questo messaggio cifrato di poche lettere ha un significato semplicissimo: replicami.

L’agente della corona regia, per semplicità, fu chiamato in codice Corona.

Un messaggio, dicevamo, di poche lettere, in un alfabeto di soli quattro caratteri, che chiamano nucleotidi.

E inoltre, mentre di questo alfabeto si servono anche le forme di vita più complesse, ma lo producono in doppia copia, e lo chiamano quindi messaggio DNA, il nostro povero cavaliere della corona dispone di una singola copia del dispaccio, metodo detto in codice RNA!

Ma attenzione, non finisce qui, c’è un’ulteriore difficoltà per la sua missione, perché il suo, come ogni messaggio segreto, dopo il breve tempo d qualche giorno, o all’istante in presenza di sostanze detergenti, raggi solari, calore, si autodistruggerà se non riuscirà a essere trasmesso e replicato in tempo.

Come farà il nostro agente?

Sa bene che per far duplicare, anzi, riprodurre più volte, la sua parola d’ordine, dovrà introdurla in una cellula. Una qualsiasi, di qualsiasi essere vivente, ma le cellule non son mica sceme, accettano solo ospiti con le chiavi di casa, la loro parola d’ordine.

Il nostro agente Corona ce l’ha una chiave, e fin’ora ha funzionato con il pipistrello, con il pangolino, ma quei benedetti sorci d’aria non stanno mai fermi, e di pangolini non ce n’è mai quando servono, sono sistemi così scomodi! E lui ha fretta. Gli serve una cellula di un essere molto più sedentario, abitudinario, ammassato al calduccio in grandi comunità.

Lui non lo vuole mica uccidere! Solo che a volte capita, un incerto del mestiere.

Ha un’idea geniale per modificare la sua chiave ed entrare nella cellula umana: se la gioca al casinò.

E così sfrutta due caratteristiche che sembravano sue debolezze, e invece sono armi potenti: si moltiplica milioni di volte in poco tempo, come i numeri giocati alla roulette, ma nella trascrizione, come per gli amanuensi, a volte casualmente commette degli errori nel copiare il messaggio: le mutazioni.

Basta poco, una di quelle lettere, i nucleotidi, e cambia il senso.

E siccome ne ha una sola copia della parola d’ordine, in quanto dicevamo è un messaggio in codice singolo RNA, l’errore resta definitivo.

Così va a riprodursi al tavolo verde, fin quando il croupier inizia ad annunciare le vincite: “chiave per pollo, vince  il sig. Corona… per maiale… sig. Corona… e infine: il banco salta, Corona vince: uomo,  chiave per cellula-uomo al Sig. Corona!”

Quindi la sua chiave mutata apre prima cellule di esseri addomesticati dall’uomo, e finalmente, la casa più comoda, difesa dalle aggressioni: l’uomo stesso, apparentemente il più protetto dall’ambiente grazie alla sua civilizzazione!

Intanto il nostro agente, ormai molto infettante e poco segreto, si ritrova un sacco di chiavi duplicate a vuoto, mutate per niente, perché l’errore di duplicazione non si adatta a nessuna serratura. Poco male, le butta via, tanto, alla sua velocità di moltiplicazione, può rifare la prova tantissime volte, il casinò resta aperto! Ora è affidato alla sorte, si adagia su una gocciolina di saliva del suo ultimo albergo, un porcellino di allevamento, e un bel venticello fresco lo porta fino alle vie del respiro di un uomo.

Ecco una cellula della parete bronchiale, aderisce, la chiave, dov’è la chiave accidenti! Eccola, entra… girà! La sua pellicola si fonde con quella cellulare, ecco, è dentro.

Sgancia il suo contenuto, il plico con l’unica parola di istruzioni per la missione, l’ordine secco: “replicami!”

E così il delicato meccanismo automatizzato della cellula si mette in moto, prende pezzi, atomi, molecole, li assembla, la prima sequenza: rep…, ecco, una nuova sequenza completa!

Tutto stava andando liscio, l’agente Corona sperava di incappare in un portatore sano, odia uccidere, ma quest’umano è un tipo tosto! I suoi agenti della sicurezza, gli anticorpi, arrivano, si apre uno scontro a fuoco micidiale, vescicole di sostanze incendiarie esplodono ovunque, un inferno.

Se questo tipo si fosse limitato a qualche starnuto, un colpo di tosse, no! Doveva proprio avere una difesa esagerata? L’agente Corona aveva fatto studi classici, gli venne in mente un’espressione: “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, e così sarebbe andata, ma anche dopo la sua fine la missione sarebbe stata comunque compiuta: il codice replicato viaggiava ormai su una miriade di droplets, goccioline impalpabili in quantità, tuttavia sperava per l’agente che gli stava subentrando nella staffetta che incontrasse qualcuno meno suscettibile. Non è negli scopi degli agenti virali uccidere, anzi, è quasi un insuccesso professionale, una caduta di stile!

 

E ora che abbiamo conosciuto il nostro amichetto, involontariamente omicida, tracciamone un identikit: un virus è una robina piccolissima, la cui parola chiave in codice è protetta solo da un cappottino impermeabile, un vestitino che prende in prestito dalla cellula in cui si è riprodotto l’ultima volta, fatto appena di uno strato di grassi e proteine, e le proteine dell’esterno sono irraggiate, le sue chiavi vere, le “spicule”.

È così piccolo che le barriere meccaniche difficilmente lo trattengono: 100-150 nm di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!)

 

E ora vediamo come l’uomo sia stato così merlo da farsi beccare, nonostante gli avvertimenti, perché tutto tronfio della propria storica civiltà! Entriamo nello scenario:

Cioè facciamo un po’ di storia infettivologica.

Siamo all’inizio dell’800, Max Joseph von Pettenkofer chimico alla zecca di Monaco di Baviera, colpito dalle condizioni malsane della città, inventa la medicina sociale, che si chiamerà poi igiene. La sua laurea gli consentiva di lavorare in tutti e due i settori, chimico e medico.

Non crede nei microrganismi, questi presunti animaletti dei quali in quegli stessi anni si inizia a parlare; tanto che, quando Koch isola il vibrione del colera, per scommessa beve il contenuto della provetta dove è stato coltivato ed è contenuto, e il tutto in corso di conferenza stampa!

E già, lui da chimico ha fatto carriera nell’amministrazione cittadina, il povero Koch è un mediconzolo condotto di campagna che di notte fa esperimenti con conigli impestati e brodi di coltura che si fabbrica da solo con scarti di macelleria, il tutto nel retro di casa, per la delizia della signora Kock.

Potenza delle convinzioni più ferree, Pettenkofer dopo lo scenografico brindisi non si ammala, ma la scienza prosegue il suo cammino ugualmente, Koch arde di sacro fuoco.

Empiricamente comunque l’ex chimico della zecca capisce le falle della società umana, in una città ricca ma lasciata allo spontaneismo, e con opere di bonifica la risana.

Raggiunge il successo, ma resta vedovo con quattro figli.

L’amministrazione cittadina, vista la sua attività frenetica e benemerita di ricercatore e urbanista, gli offre di ospitarli gratuitamente nel suo più prestigioso collegio.

Max vi si reca in visita, e scuote il capo, affermando con sicurezza: “Qui dentro c’è troppa gente, succederà qualcosa di brutto.”

Non ho notizie sull’esattezza di questa sua premonizione, nello specifico, ma resta il fatto che aveva colto nel segno, cioè individuato il cardine del problema della sicurezza coabitativa: l’affollamento.

Ma non sta tutto qui, ecco perché dico che ce la siamo proprio cercata! Bisogna mettere insieme più fattori per spianare la via all’agente virale.

Spiegando gli stessi concetti in altra sede, preoccupato del fatto che possa verificarsi una ripresa di attività con matrici comportamentali analoghe a quelle in causa, ho indicato quelli che considero i quattro comportamenti a maggior rischio, che indico in un acronimo.

Permettetemi allora di stralciare, visto che la proprietà intellettuale è mia:

… D.I.M.A.

Le parole, e concetti, che mi danno queste iniziali le riporto in ordine dall’alto in basso:

Densità abitativa eccessiva.
Inquinamento (specie particolato, vettore dei virus, le loro astronavi.)
Mobilità eccessiva (l’energia cinetica! Inutili spostamenti per lavoro, e di merci!)
Allevamenti intensivi (amplificatori di mutazioni.)

Sarà un caso, ma la “dima” è proprio quell’oggetto di rettifica di forma standard che serve da campione per riparare o costruire in serie senza errori!

 

E vedi caso questi fattori dove si associano con la massima espressione in Europa?

In Italia, e precisamente in Lombardia!

Ma non finisce qui, perché se andiamo a guardare le curve di confronto interregionale sull’andamento del pieno dell’epidemia scopriamo che fin dal momento dell’allarme si assiste a curve quasi piatte al sud e ancora impennate al nord. Troppa discrepanza!

Il comportamento civico, l’osservanza delle regole di isolamento, è pari nelle due metà del paese, e comunque non certo peggiore al nord. C’è quindi dell’altro, ma non possiamo farci niente, perché noi possiamo modificare i fattori comportamentali umani, non quelli ambientali, quindi mi astengo da ogni ipotesi.

E allora tiriamo su le maniche e vediamo di evitare nuove tragedie future, per quanto in nostro potere.

E a chi mi dovesse replicare “Ma prima o poi questo maledetto vaccino arriverà pure!”, risponderei che non ha capito il problema.

Il sig. agente segreto Corona non è il solo, quel casinò è ben frequentato, la roulette delle maledizioni sforna password a frotte, e di tipacci così, e anche peggio, ne escono continuamente! E ricordiamoci che Ebola è sceso tranquillamente dall’aereo a Washington, per pura combinazione solo dopo una nuova mutazione che lo aveva reso inoffensivo per l’uomo, ma abbastanza aggressivo da far secche tutte le scimmie trasportate su quel volo, lasciando nei quattro guardiani gli anticorpi, le proprie impronte in rapporto alla difesa attuata dall’ospite.

E allora la risposta al problema sicurezza arriverà solo da un cambiamento radicale di stile di vita, individuale e collettivo. Un comportamento virtuoso strategicamente messo in atto secondo i criteri della dima, che alla resa dei conti riducendosi automaticamente a tre ci facilita il compito.

Vediamo:

Punto D) Ridurre la densità abitativa, planetaria possibilmente, e gli accentramenti urbani se possibile, ma in alternativa e in combinazione creare unità abitative e funzionali lavorative a blocchi, ampiamente distanziati e totalmente isolabili in caso di allarme. Ridurre la massa di popolazione circolante con modalità lavorative e di apprendimento in  remoto (domiciliari esattamente come ora). Gradualmente, ovvio, come inversione di tendenza, ovvio!

Punto I) l’inquinamento, particolato in specie: attualmente, in tempi di confinamento a domicilio il problema non c’è, un effetto detergente dell’aria clamoroso, e quindi continuare con uno stile di vita più simile possibile all’attuale, e insistere sulle politiche già iniziate di difesa ambientale, che rischiano per l’impoverimento delle nazioni di perdere di mordente, ma vanno ugualmente considerate prioritarie. Qualcosa si muove ma staremo a vedere con la ripresa delle attività industriali.

M) La voce M, mobilità, si coniuga automaticamente, ed ecco la riduzione a tre fattori.

A) Quello degli allevamenti è un fattore cruciale, e, inutile sottolineare, inerente anche ad altri aspetti salutistici, quali le antibiotico-resistenze. Nella favoletta dell’agente corona si è sottolineato che gli animali da allevamento possono essere ospiti  intermedi e per periodi indefiniti, ma sottolineo anche che fungono da amplificatori di mutazioni. Evidente infatti che se dal selvatico un virus mutante passa al domestico nel nuovo complesso di individui si moltiplica incredibilmente. Non solo, ma se la mutazione si verificasse nella colonia animale stesa? Le possibilità non vi mancano!

Inutile dire che la scelta alimentare sta a noi, l’azienda dei prodotti vuol vendere soltanto. Cambiare cultura sta a noi! Una politica centralizzata potrebbe riguardare il sistema di tassazioni. Ma senza incidere troppo sul diritto al profitto delle aziende come si fa?

Quindi sta a noi.

 

In definitiva un quadro a tinte fosche ma con delle prospettive chiare.

Tutto parte dalla comprensione che quanto ci è accaduto non è stato per caso.

Spero si possa contare su fattori omeostatici naturali, oltre che su un sano istinto di conservazione.

Il rischio attuale è quello di un effetto boomerang, che dopo la fase di impoverimento metta al primo posto la produttività a ogni costo.

Ci sono meccanismi automatici in natura che vanno viceversa compresi e incoraggiati.

Ad esempio, come è per le altre specie animali, che agiscono sapientemente per istinto, impoverimento dovrebbe voler dire riduzione automatica della natalità, e quindi automatico raggiungimento progressivo, senza costrizioni, dell’obiettivo D.

Non parlo di sacrifici,  ma di spontaneo incanalamento verso comportamenti virtuosi, già proposti come opinabili, ma ora necessari.

E non mi si obietti “e le tasse chi le paga in futuro?” I morti comunque non le pagano, e gli ammalati costano più dei sani, e tutta la storia della medicina sociale ha insegnato, contro certe tendenze d’oltre Atlantico o oltre Manica, che una società sana è un buon affare, rende economicamente.

Le nostre scelte devono basarsi sulla consapevolezza che non ci sono scorciatoie, ma solo rigidi muri contro cui scontrarci. E non c’è scienza o tecnologia che ci possa venire in soccorso.

Quindi in definitiva credo che il discorso si possa ricondurre a una riduzione dello spontaneismo, verso una società in cui sani principi di igiene collettiva siano possibilmente  condivisi, o, dopo l’ennesima spiegazione, come si fa con i bambini, eventualmente corretti.

Della catastrofe, per quanto pesante, abbiamo avuto solo l’assaggio.

Si tratterà ora di promuovere una nuova cultura, se qui, su questa terra, in tutti i sensi, ci vogliamo ancora restare, e possibilmente star bene.